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Intercettazioni: il problema non è la fiducia, ma la Giustizia

– Per l’Associazione Nazionale Magistrati il disegno di legge sulle intercettazioni, che il Governo porta alla Camera blindato dalla questione di fiducia, segna addirittura “la morte della giustizia penale in Italia”.
In realtà, per quanto possa risultare strano che proprio il sindacato delle toghe non se ne sia ancora reso conto, la giustizia penale italiana è morta ormai da molto tempo e semmai siamo al cospetto dell’ennesimo tentativo, efficace o meno che sia, di resuscitarla.
E’ singolare soprattutto che i magistrati, e con loro gli esponenti dell’opposizione e tanti illustri commentatori, si siano concentrati sul metodo, cioè sul fatto che sia stata posta la questione di fiducia, sino al punto di trascurare quasi del tutto il merito del provvedimento.
Peraltro, finanche quando il merito è stato preso in considerazione, le critiche più feroci sono state rivolte alla questione del divieto per i media di rendere pubblico il contenuto delle comunicazioni intercettate, che, per quanto rilevante, è comunque un aspetto secondario rispetto alla regolamentazione effettiva di un così importante strumento di indagine e di contrasto alla criminalità.
Eppure, se anche solo per un attimo l’Anm riuscisse ad evitare di cadere nel gioco delle strumentalizzazioni, con un pizzico di obbiettività non sarebbe difficile porre a base del ragionamento sul provvedimento una considerazione che lo stesso governo Prodi aveva fatto propria: il sistema vigente delle intercettazioni non funziona e, soprattutto, presta sistematicamente il fianco ad abusi, perpetrati sotto gli occhi di procure quantomeno compiacenti, che culminano nell’esposizione al pubblico ludibrio di aspetti estremamente riservati della vita privata di personaggi pubblici.
In fondo il provvedimento del governo si basa pressoché per intero su pochi e semplici principi.
Innanzitutto, ciò che è irrilevante per il processo penale, non può essere utilizzato dai giornali al solo fine di aumentare la tiratura.
In secondo luogo, ciò che non è ancora stato portato a conoscenza dell’indagato non può essere rivelato a tutta la Nazione attraverso i media. E’ la famosa questione del segreto processuale, e non è uno scandalo che chi lo violi, magistrato o giornalista che sia, ne debba poi rispondere con una sanzione di natura penale.
Infine, per sottoporre ad intercettazione le conversazioni di un cittadino, saranno necessari degli indizi di colpevolezza, non già gravi, come recitava la versione originale del ddl, ma semplicemente evidenti, secondo l’ultima stesura del provvedimento, che accoglie, sul punto, i suggerimenti delle opposizioni.
E’ proprio questo il cuore della questione e, tutto sommato, la soluzione adottata non fa altro che riflettere l’intenzione di contemperare le esigenze investigative con la tutela del diritto alla riservatezza.
Soprattutto spetterà proprio all’interpretazione dei magistrati il compito di dare un significato effettivo alla formula utilizzata dal governo e c’è da scommettere che verrà privilegiata un’interpretazione quanto mai estensiva.
Non saranno probabilmente questi i correttivi che ridaranno vita alla giustizia penale italiana. Di sicuro, però, non è a queste misure che il Pdl intende affidare il peso di rendere finalmente valido ed efficiente il più compromesso dei servizi che lo Stato rende ai cittadini.
Peraltro, sembra che il Capo dello Stato, in tema di giustizia, sia afflitto da ben altre preoccupazioni: “Quanto più ciascun pm si esponga in iniziative di dubbia sostenibilità, ignorando o condizionando il ruolo che spetta al capo della Procura, tanto più la figura del pm finisce per non poter reggere agli attacchi dall’esterno della magistratura”.
Non è usuale che il Presidente della Repubblica, al cospetto del plenum del CSM, rivolga alle toghe una critica così dura. Probabilmente va formandosi anche in Napolitano la convinzione che sia il protagonismo di tanti magistrati, e non l’estemporaneità di alcuni interventi del Governo, a frenare il riassetto totale e definitivo di cui la Giustizia italiana ha tanto bisogno.


Autore: Domenico Giugni e Giuseppe Giliberti

Domenico Giugni. Nato nel 1981 a Praia a Mare (Cs). Laureato in giurisprudenza alla LUISS di Roma. Avvocato. Componente del comitato scientifico della "Scuola Forense Vittorio Emanuele Orlando" e di varie commissioni del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma, per conto del quale organizza, tiene e coordina convegni e seminari su argomenti di diritto e procedura penale, nell'ambito dei progetti di formazione continua degli avvocati.  Giuseppe Giliberti. Nato a Napoli il 28 Gennaio 1981. Laureato in giurisprudenza alla LUISS di Roma ed in Scienze della Pubblica Amministrazione alla Federico II di Napoli. Specializzato in materia di Appalti Pubblici e tematiche attinenti la contrattualistica pubblica. Collaboratore dello Studio Legale Cancrini-Piselli e dell'Istituto Giuridico Opere Pubbliche (IGOP) presso il quale svolge attività di formazione.

7 Responses to “Intercettazioni: il problema non è la fiducia, ma la Giustizia”

  1. Jean Lafitte ha detto:

    vi siete messi in due a scrivere questa marea di cazzate.
    certamente la giustizia in italia ha dei problemi ma è come voler curare un infezione all’alluce tagliando via tutta la gamba…

    così si riduce il potere investigativo dei magistrati e delle forze di polizia tutto a vantaggio dei vostri assistit… ops volevo dire dei criminali.
    nei regimi totalitari i processi sono segreti, in quelli democratici sono pubblici. ben venga dunque, sapere cosa combinano i personaggi pubblici.

  2. Alessandro Caforio ha detto:

    Giovane,
    cerchiamo di moderare il linguaggio. Abbiamo capito che sei il solito fascista rosso con poche idee e molto confuse. Non abusare oltre dell’ospitalità.

  3. DM ha detto:

    Gli amanti del synopticon hanno la presunzione di poter restare sempre al di fuori dei giochi. Sig. Jean Lafitte, com’è che si chiama nella vita reale?

  4. Stefano Gorgoni ha detto:

    io sono un comune cittadino e tutta questa paura delle intercettazioni non ce l’ho. sarà forse perché non ho nulla da temere?

    qui non si tratta di tutelare la privacy di un indagato impedendo la pubblicazioni di intercettazioni non attinenti ai processi (cosa che sarebbe pure giusta, se fosse questo il punto). qui si tratta di impedire di usare le intercettazioni se non c’è già evidenza di reato. e senza intercettazioni, tante evidenze di reato non sarebbero mai state rilevate. e di conseguenza, tanti crimini (grandi o piccoli che fossero).

  5. DM ha detto:

    Stefano Gorgoni, lei non si rende minimamente conto di che invasione della privacy possono comportare le intercettazioni. A maggior ragione se la distanza tra l’esecutore e il mandante è molto ridotta e chi agisce ha il solo desiderio di screditarla. A maggior ragione se pezzi della sua vita sono fortemente condizionati dai canali di comunicazione usuali (internet, telefono, ecc.).

  6. Stefano Gorgoni ha detto:

    ah beh, se lei dice che non me ne rendo minimamente conto, deve essere proprio così.

    mi sono seduto dalla parte del torto, visto che gli altri posti sono già occupati.

    (si, so già che usare una citazione di Brecht mi potrebbe far catalogare automaticamente come “comunista”. ma non è un problema, ormai è un termine che viene rivolto a chiunque…)

  7. marcello ha detto:

    Mi piacerebbe sapere, visto che non si possono più sentire le telefonate che riguardano i reati contro la P.A. e quelli finanziari, come si potrà risollevare l’economia italiana.

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