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Sì alla realpolitik, ma est modus in rebus

– Non capita tutti i giorni di vedere l’Italia monopolizzare la prima pagina dei maggiori quotidiani internazionali. Sarà che siamo provinciali, ma quando accade un pizzico di stupore fa capolino sui nostri volti.
La prima pagina del Wall Street Journal Europe di oggi è equamente divisa in due. A sinistra campeggia una grande foto di Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi all’aeroporto di Roma, all’arrivo del leader libico nella capitale italiana. Divisa militare per il raìs, occhiali da sole un po’ trash e sul petto una foto di Omar Al Muktar, il combattente anti-colonialista che combatté contro l’occupazione italiana nel secolo scorso. Un atteggiamento provocatorio verso il nostro Paese, a cui sono seguite nel corso delle ore parole equivoche nei confronti del terrorismo, il capriccio della tenda beduina a Villa Pamphili e colpi di teatro di simile fattura: questo è il contenuto mediatico della presenza di Gheddafi in Italia.
Volgendo lo sguardo a destra, la prima pagina del WSJ pubblica un editoriale di Jeff Bennett, che si chiede se Sergio Marchionne sia in grado di far ripartire il motore del nuovo colosso automobilistico Fiat-Chrysler, ora che la Corte Suprema ha dato il suo via libera all’operazione e la compagnia americana ha chiuso a tempi di record la pratica della bancarotta.
La pagina dell’importante quotidiano in lingua inglese lascia l’amaro in bocca. Sembra voler presentare due Italie, a sinistra quella cattiva e a destra quella buona.
Noi comprendiamo le ragioni della politica: la Libia è un dirimpettaio importante, la nostra politica dell’immigrazione è condizionata dal comportamento del governo di Gheddafi, così come la nostra sicurezza energetica passa da Tripoli. Solo le anime belle pensano che si possa davvero evitare di avere a che fare con i farabutti.
Eppure, come dicevano i latini, est modus in rebus. Potenza delle immagini: chi esce danneggiato dall’immagine double-face del nostro Paese è proprio il premier. E a noi questo dispiace sinceramente.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

9 Responses to “Sì alla realpolitik, ma est modus in rebus”

  1. marco mayer ha detto:

    La ragione di Stato non c’entra con le sbavature in materia di flussi migratori. E’ tutta una questione di politica interna.
    Nelle democrazie la politica estera non è solo condizionata dagli inteessi nazionali, ma dall’opinione pubblica e dalle sfide politiche interne. L’eccesso di competizione tra PDL e Lega ha impedito di negoziare le richieste di asilo con soluzioni pragmatiche già sperimentate.

  2. DM ha detto:

    Piercamillo Falasca, le ragioni politiche sono chiare ed evidenti e passano dalle forniture energetiche alla gestione dell’immigrazione “a monte”.

    Il punto è un altro, un discutibile disequilibrio diplomatico nel gestire le relazioni con gli interlocutori stranieri (vedi post On.Della Vedova; Dalai Lama no / Gheddafi sì).

    Non stupisce la copertina del WSJ, Gheddafi per gli statunitensi porta alla memoria gli eventi di metà anni ’80. All’epoca c’era Reagan, un liberale che non accettò compromessi con i “farabutti”.

  3. Silvana Bononcini ha detto:

    Piercamillo, che ragioni di stato o di opportunità poni ad un dittatore che imprigiona qualsiasi persona osi dissentire?

    Io pago d più anche l’energia ma non faccio affari con questi farabutti!
    Belusconi ha fatto meritatamente un PESSIMA FIGURA!!!!
    Anzi, NON M’E’ PIACIUTO PROPRIO!!!!

  4. ellekappa ha detto:

    “chi esce danneggiato dall’immagine double-face del nostro Paese è proprio il premier”

    Cosa è rimasto, ormai, da danneggiare ulteriormente?

  5. Ghino di Tacco ha detto:

    Perché prestarsi allo show di Gheddafi? Perché offrirgli, oltre che il dialogo ed il rispetto istituzionale, anche una sedicente amicizia? E, soprattutto, perché tentare di farlo intervenire nell’aula del Senato, offrendogli un privilegio che nessun Paese occidentale si sognerebbe neanche lontanamente di riconoscergli?
    Il Cav. dovrebbe capire che tutto questo non aggiunge nulla alle nostre esigenze di politica estera, a quello che è e sarà il rapporto tra Italia e Libia, alla risoluzione dei dossier più caldi tra i due Paesi e tra l’Unione Europea e i paesi della sponda Sud del Mediterraneo.
    Tutto ciò serve magari alla straripante espansività di Silvio, alla sua (giusta, senza dubbio) convinzione di poter sfruttare il carisma e il calore umano nelle relazioni internazionali. Ma in generale lo show di Gheddafi non fa altro che infondere nella stampa e nell’opinione pubblica occidentale una accresciuta e sempre più consolidata diffidenza nei confronti di Berlusconi, amico di Putin, di Gheddafi e di Lukashenko.

  6. bruno ha detto:

    Tutto questo oceano di critiche era largamente previsto.Il Cavaliere si sacrifica per il bene dell’Italia.A suo tempo un Cancelliere tedesco si sacrificò aprendo alla Russia al tempo definita Impero del Male. La “real politick” fu però lungimirante nell’ammansire il gigante URS e portò molti affari e prosperità ai cittadini tedeschi.
    Pecunia non olet.

  7. Carlo Alberto Cuoco ha detto:

    Caro Piercamillo, molte cose condivisibili sono state già dette nei commenti precedenti. L’osservazione che mi viene da fare è che l’Italia (con qualunque governo, sia chiaro) non riesce a fare a meno di una abnorme quantità di retorica nella gestione della sua politica estera. Tale retorica è talmente eccessiva che finisce per avere effetti deleteri sui rapporti con gli altri paesi e danneggia gli interessi dell’Italia stessa. Basterebbe pensare al fatto che se è vero che ha rifiutato di incontrare il Dalai Lama, Berlusconi ha aspettato fino al 2008 per andare in visita ufficiale in Cina.

    A questo poi va aggiunta la smania di inviare truppe all’estero in zone di guerra chiamandole missioni “di pace” o di stabilizzazione, molto spesso senza neanche una chiara formulazione degli interessi nazionali in gioco. Un’abitudine che si protrae soprattutto dalla missione in Libano del 1982 e che (con le dovute proporzioni) mostra una singolare continuità a partire dalla guerra di Crimea del 1853.

  8. piero sampiero ha detto:

    Mi dispiace, ma è così.’ Modus in rebus’? se n’è persa la traccia!

    Gl’italiani, a volte, perdono il senso del limite e… la dignità in una furia masochistica ingiustificata.

    Il motto ‘Business is business’ non può essere un programma politico di ampio respiro.
    Nelle ultime ore si è perso perfino caduti nel ridicolo con la Marcegalia che stringeva fervidamente le mani del dittatore e trascinava in applausi ed osanna grotteschi le donne imprenditrici presenti all’incontro sulle pari opportunità.

    L’unica a mostrare un po’ di rispetto del proprio ruolo, con un saluto semplicemente formale a Gheddafi, è stata il Ministro ‘Velina’ Mara Carfagna.
    Una lezione di stile al mondo dell’impresa.

  9. piero sampiero ha detto:

    Errata corrige. Cancella: ‘perso perfino’.Grazie.

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