– Un nuovo fronte di scontro tutto interno alla maggioranza di governo pare comparire all’orizzonte: le gabbie salariali, quel meccanismo vigente nel nostro Paese fino al 1969 che predeterminava e differenziava i livelli salariali in Italia, discriminandoli su base regionale: minori al Sud rispetto al Nord, in ragione di un più basso costo della vita nel Mezzogiorno.Il sistema che ha sostituito le gabbie salariali – la contrattazione collettiva nazionale – non è stato purtroppo ispirato a nessuno dei due principi che dovrebbero guidare le dinamiche salariali, il merito individuale e la libertà di contrattazione tra impresa e lavoratori. Volendo eliminare le gabbie salariali, si sono create “gabbie” altrettanto nefaste: al Sud favorendo una riduzione illegale e criminale del costo del lavoro, con l’impiego di lavoratori in nero (parziale o totale) o, a fronte di contratti regolari, con la retrocessione obbligata al datore di lavoro di parte della busta paga percepita; in tutta Italia, impedendo il collegamento tra produttività, profitti e salari e consolidando il ruolo dei sindacati confederali (che trattano, per definizione, su tavoli nazionali) a danno di un più pragmatico sindacato d’azienda o territoriale.
Salari troppo alti nel Mezzogiorno (spesso parametrati al reddito medio del Centro-Nord) hanno sfavorito la creazione di nuovi posti di lavoro. Per molto tempo si è cercato di limitare i danni attraverso misure che riducessero il peso degli oneri contributivi nel Sud, ponendoli a carico della fiscalità generale. La quale, a ben guardare, tanto generale non è mai stata: nei fatti, i contribuenti del Nord si trovavano nell’antipatica condizione di dover sussidiare le imprese e i lavoratori del Sud, facendo vivere molti di essi al di sopra dei propri mezzi e dei propri meriti. Come non vedere in questo una concausa della frattura sociale e politica che è andata allargandosi tra le “due Italie”?
Sebbene abolite quarant’anni fa, le gabbie salariali non hanno mai davvero abbandonato la discussione politica.
Da un lato, la sinistra e i sindacati continuano da decenni a considerare la loro abolizione una sorta di conquista di civiltà, combattuta e vinta nei tempi gloriosi che furono (il famoso autunno caldo, la grande mobilitazione sindacale figlia del clima politico del Sessantotto). Dall’altro, qualche sparuto gruppo di “reazionari” non rinuncia mai ad evocarle come possibile soluzione ai guasti della contrattazione collettiva nazionale o come possibile misura di competizione del Mezzogiorno. Ma ci voleva la retorica di Umberto Bossi perché, da soggetto di dibattito, le gabbie salariali si trasformassero in tema d’attualità.
Quando, in campagna elettorale, il leader della Lega Nord ha tirato fuori il concetto di “busta paga padana”, qualche ottimista della volontà ha voluto leggere nelle parole del Senatur la proposta di un decentramento della contrattazione, una illustrazione più pepata di quel “federalismo salariale” che il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, promuove nel Libro Bianco. A ben guardare, però, la Lega sembra avere in mente qualcosa d’altro: il ritorno alla discriminazione territoriale dei salari, la creazione di una “riserva indiana” di occupazione a basso costo nel Sud (che non farebbe peraltro gli interessi dei lavoratori del Nord, anzi!), a prescindere da qualsiasi considerazione legata ai livelli di produttività delle singole imprese. Quando parla di salari territoriali stabiliti con il “sindacato padano”, è molto probabile che Bossi abbia banalmente in mente di spostare il rito del tavolone della concertazione da Roma a Milano (o a Venezia e Torino), non una riforma che permetta ai salari di tornare a “catturare” i guadagni di produttività lì dove ci sono, premiando i migliori imprenditori, i migliori lavoratori e anche le migliori pratiche sindacali.
E invece proprio di questo c’è bisogno, altro che gabbie. Sul tema, quasi a voler marcare una differenza sempre più evidente con la Lega Nord, Gianfranco Fini ha preso ieri una posizione molto netta. Se era prevedibile l’avversione “nazionale” dell’ex leader di An alle gabbie padane, non era altrettanto scontata la chiave liberale utilizzata per motivare tale contrarietà: “La via da percorrere – ha detto nel corso di un incontro pubblico – è quella di una maggiore libertà contrattuale sul piano territoriale ed aziendale”. Per Fini “fatte salve condizioni e garanzie irrinunciabili di base” l’alternativa al pachiderma della contrattazione nazionale è quella di consentire alle parti sociali “di legare le retribuzioni ai livelli effettivi di produttività e alla disponibilità di manodopera, indipendentemente dalla collocazione territoriale delle imprese”. Tra Fini e la Lega, c’è di mezzo il mare magnum del Pdl: da Sacconi a Tremonti, passando per Brunetta. E quando c’è di mezzo il rapporto con la Lega, nel mazzo di carte il jolly è sempre Berlusconi. Vedremo.