Aveva le idee chiare già dieci anni fa. I referendum maggioritari e bipartitici non fanno il gioco della Lega, quindi il gioco della Lega è quello di rompere i giochi dei referendari.
Grazie al suo contributo determinante e a liste elettorali gonfiate da due milioni di “morti fisici” (nel senso di deceduti) e “morti civili” (nel senso di italiani residenti all’estero mai raggiunti dal certificato elettorale e impossibilitati a votare), il 18 aprile 1999 il referendum per l’abolizione della quota proporzionale si fermò a meno di mezzo punto dal quorum.
L’accusa che allora il Senatur muoveva al referendum era sanguinosa e vibrante: si trattava nientemeno che di un complotto del capitalismo Usa, che, dopo avere favorito l’invasione dell’Europa da parte di extracomunitari e albanesi, voleva normalizzare le istituzioni italiane e quelle dell’intero continente uniformandole a quelle d’oltreoceano. Con il maggioritario americano, sarebbero state a rischio il diritto alla pensione, all’istruzione, al lavoro…. Insomma, occorreva sconfiggere il disegno degli americani (non credete che Bossi abbia detto queste cose? Allora leggete qui ). E così purtroppo fu. Se così non fosse stato, la storia politica italiana sarebbe stata molto diversa e – azzardiamo –  migliore. Sarebbe stato, scusando il gioco di parole, il “secondo” 18 aprile più importante del secondo dopoguerra. Di quel risultato negativo, invece, il Senatur non mancò di compiacersi.
Il sistema elettorale preferito dal Bossi allora anti-berlusconiano era il modello tedesco. Proporzionale, sbarramento e mani libere. La stessa a cui il Bossi ora “berlusconiano” presto o tardi (con aiuti interni ed esterni alla coalizione di maggioranza) intende ricondurre la politica italiana. Padania e Germania über alles. Di una cosa va dato atto al Senatur: è uno dei pochi che, nell’ultimo decennio, può dire di non avere cambiato idea sulla legge (e sui referendum) elettorali.
Rimane da capire la ragione per cui un partito come il Pdl debba invece cambiarla, non a proprio vantaggio, ma contro i propri interessi. Non per stabilizzare il quadro istituzionale, ma per consegnarlo, di elezione in elezione, e di legislatura in legislatura, all’instabilità permanente. Ciò che va bene alla Lega, non sempre va bene all’Italia.