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La giustizia penale italiana alla prova dell’Europa

– Le Camere Penali Italiane hanno di recente approvato un documento a firma del Presidente Oreste Dominioni e del Segretario Lodovica Giorgi nel quale si segnala l’importanza del fatto che il Governo italiano partecipi attivamente alle scelte in tema di normativa penale sostanziale e processuale che vengono prese a livello comunitario. L’esigenza per tutti i paesi membri di rafforzare strumenti tesi a tutelare in maniera sempre più incisiva i diritti e le garanzie fondamentali, già codificati nella nostra Costituzione, deve vedere la necessaria partecipazione anche dell’Italia, che fin dalle origini ha creduto nel modello di integrazione europea.
Le Camere Penali dunque, in maniera assolutamente meritoria, fanno luce su una serie di temi che devono riguardare tutte le democrazie europee, che le devono permeare dalle viscere, temi di assoluta importanza sostanziale, i quali però rischiano di restare semplicemente moniti se non vedono l’intervento concreto dei singoli governi e nella fattispecie concreta di quello italiano.
In tal senso l’osmosi in tema di diritto penale sostanziale e processuale tra normativa nazionale e comunitaria procede spedita ormai da anni, anche se spesso con intoppi dovuti a mancati recepimenti nonché alla creazione di norme interne, sulla scorta di non meglio precisate esigenze legate alla lotta alla criminalità, in contrasto con i principi in tema di garanzie.
Se è vero infatti che l’Italia nel corso di questi anni ha recepito in ottemperanza a convenzioni europee sui diritti civili, attraverso modifiche al codice di procedura penale, diverse disposizioni destinate a rafforzare le garanzie per l’imputato, sia nella fase del procedimento, sia nella fase del giudizio vero e proprio (ad esempio in materia di contumacia) contemporaneamente il legislatore nazionale si è mosso su altre materie in senso opposto, vanificando gli sforzi comunitari. Troppo spesso infatti “pacchetti sicurezza” di ogni sorta hanno introdotto istituti stridenti con il dettato costituzionale; basti pensare ad un recentissimo blocco di norme che, riformando i procedimenti speciali, ne ha introdotto uno totalmente nuovo, cioè il c.d. giudizio immediato custodiale, il quale subordina l’operatività (peraltro per atto di imperio del magistrato penale) di tale istituto ad una condizione come quella dell’esecuzione di un provvedimento di custodia cautelare in carcere, che male si coniuga con quell’evidenza probatoria che invece dovrebbe essere alla base di un istituto del genere. In buona sostanza per l’esigenza di ridurre drasticamente i tempi del processo ed incentivare l’uso del giudizio immediato si è scelto di equiparare una condizione come quella della custodia cautelare in carcere all’evidenza probatoria, congiungendo condizioni (misura cautelare e procedimento vero e proprio) che in comune non hanno niente e facendo dunque ricadere gli effetti negativi di tale scelta sull’imputato che non ha altra possibilità, se non quella di subire per un atto di imperio da parte del magistrato penale il procedimento speciale.
In un paese come il nostro dove l’abuso della custodia cautelare è all’ordine del giorno si può intuire bene quale ricaduta pericolosissima rischi di avere un procedimento di questo tipo.
Quello del giudizio immediato custodiale è solo uno dei tanti esempi che potrebbero farsi in tal senso: anzi nel nostro ordinamento vi sono anche situazioni ben più gravi alle quali il legislatore non sembra voler mettere mano, per ragioni che sono culturali prima che giuridiche.
Il codice di procedura penale del 1988 per esempio – quello della riforma, per intenderci – ha regalato agli operatori del settore uno strumento formidabile in termini di formazione della prova nel dibattimento, cioè l’esame incrociato mutuato dal sistema anglosassone. Purtroppo però la riforma c’è stata solo sulla carta tanto che, come è stato messo in luce in un recente convegno sul tema, ad oggi lo strumento della “cross examination” sulla scorta del modello processuale americano resta, nonostante gli sforzi, una chimera per un sistema come il nostro ancora troppo legato ad una mentalità inquisitoria dura a morire. Ecco allora che il problema, come detto, non è solo giuridico ma prima di tutto culturale, tale da dover essere risolto, prima di proporlo in sede europea, entro i nostri confini. Solo quando la magistratura, specie inquirente, insieme al resto del ceto forense sarà in grado di fare autocritica su certe posizioni e un legislatore concreto ed efficiente riuscirà a mettere da parte il brutto vizio di creare provvedimenti emergenziali sulla scorta di esigenze demagogiche, allora l’Italia potrà iniziare a imprimere la sua spinta verso un diritto penale sostanziale e processuale comunitario volto al miglioramento degli standard di garanzia, verso cui tutti i paesi devono rivolgersi. Perché senza un vera svolta culturale non vi può essere una svolta giuridica.


Autore: Enrico Gagliardi

Nato il 3 ottobre, lo stesso giorno in cui il protagonista della canzone degli Squallor "Carceri d'Oro" veniva fucilato per non aver pagato l'IVA, è convinto che, persino l'Italia, sia degna di un sistema giuridico autenticamente liberale. Fermamente convinto che un gran numero di problemi possano essere risolti con una buona degustazione etilica.

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