– Il risultato delle elezioni europee, in Italia, conferma il sostanziale consolidamento del quadro bipolare. Il “campo” del gioco politico che si contese, un anno fa, il governo del paese (Pdl e Lega da una parte, Pd e Idv dall’altra) sfiora l’80%. Superava l’84%  al momento del voto politico, ma non si può dire che una consultazione come quella europea, che denota da sempre un comportamento molto più fluido degli elettori, l’abbia eroso in modo significativo. La redistribuzione del voto interno alle mini-coalizioni, a vantaggio delle forze più piccole e con più ampia possibilità di manovra e di demagogia politica (Lega e Idv), era atteso e si è confermato, in modo più sensibile del previsto nel centro-destra.
Il nostro paese si dimostra anche in controtendenza rispetto ai tre fenomeni che hanno segnato a fondo il voto europeo: la sconfitta o il ridimensionamento dei partiti al governo, la “liquefazione” delle forze democratiche e progressiste che fanno riferimento al PSE e l’emersione di un elettorato tentato da proposte estreme o anti-sistema (a destra ma anche fuori dagli schemi classici della contesa tra destra e sinistra).
Il Pdl e la Lega hanno circa gli stessi voti di un anno fa, anche se il mutare dei rapporti di forza avrà inevitabili conseguenze politiche. Il Pd (la cui scelta di stare fuori da un Pse vecchio e ingessato, se denota incertezza sulla collocazione europea, potrebbe addirittura apparire una involontaria e lungimirante scommessa) ha più voti dei socialisti francesi e tedeschi e dei laburisti inglesi. Non sono emerse “forze anti-sistema” capaci di condizionare il voto europeo, mentre le spinte anti-sistema sono state integrate in partiti, come la Lega, che per ragioni storiche, politiche e culturali non sono accomunabili, per fare un esempio, al partito di Geert Wilders.
Questo risultato dimostra che l’abbinamento del referendum elettorale con le europee avrebbe consentito di stabilizzare, per via istituzionale, un quadro politico che gli elettori hanno comunque inteso confermare.
Insomma a ragionare Italia su Italia, ma anche Italia su Europa, ci sono ragionevoli motivi di soddisfazione per chi ha scommesso, in termini politici, sulla costruzione di una forza liberale e popolare come il Pdl e, in termini di sistema, su di un assetto bipolare capace di resistere alla logica del “ritorno al passato” e di articolare la dialettica politica su due grandi “partiti-paese”.
Ciò non toglie che il risultato delle elezioni segni anche una battuta d’arresto del processo di espansione e di insediamento politico del Pdl (anche se i segnali definitivi su questa tendenza verranno dal voto amministrativo, di cui mentre scriviamo non è iniziato lo scrutinio). Si può immaginare che il Pdl e la leadership berlusconiana paghino un attacco politico-mediatico condotto in queste settimane in modo sistematico contro la persona del premier. Si può pensare che il Pdl sconti l’inevitabile effetto di un fenomeno astensionista, soprattutto meridionale, che tende normalmente a punire più duramente le forze moderate rispetto a quelle progressiste. Ma forse occorre anche iniziare a pensare che un partito che ambisce a superare il 40% non può fare esclusivo affidamento sulle “folate elettorali” berlusconiane, non può coincidere, in tutto e per tutto, con l’immagine e l’azione della sua leadership, ma deve offrire al proprio interno, in termini politici, programmatici e anche simbolici, un profilo più plurale e meno “puntuale”, più inclusivo e meno esclusivo, più rappresentativo del complesso della società italiana e meno “simbiotico” con i destini e la parabola di una leadership eccezionale, ma ovviamente transitoria, come quella di Berlusconi.
Insomma, a chi sta nel Pdl e scommette sulla modernizzazione del sistema politico italiano l’esito delle elezioni  consegna un bicchiere mezzo pieno. Ora occorre lavorare a riempirlo, se possibile, e non a svuotarlo.