– Caro Direttore,
ambiguo e sconcertante, così definirei l’episodio avvenuto a Cesena e culminato con la sospensione del Professor Alberto Marani per aver svolto un’indagine su quanti studenti si sarebbero avvalsi dell’ora alternativa nel caso in cui fosse stata effettivamente offerta, come desumibile dalla circolare ministeriale n. 131 del 3 maggio 1986 (allegato B).
Secondo gli organi scolastici tale comportamento avrebbe arrecato un’ingiuria al professore di religione di ruolo presso la stessa scuola. Una motivazione alquanto futile ed a mio avviso poco convincente.
Ancora una volta si appalesa la debolezza di una fragile democrazia continuamente soggiogata da influenze esterne, la cui accoglienza mina ad un valore fondante della sua carta fondamentale: la laicità dello Stato.
La laicità stessa è una forma di libertà che coinvolge numerosi diritti della persona di portata più specifica, spesso realizzati mediante compiti storicamente attratti dalla sfera istituzionale: tra questi spicca l’istruzione. L’articolo 33 della Costituzione cita infatti: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.
In forza dell’accordo con la Santa Sede lo Stato italiano è tenuto a provvedere all’educazione religiosa (cattolica), tuttavia, è prevista la possibilità di non avvalersi di tale pratiche “al fine di garantire la libertà di coscienza di tutti” ex l. 11/08/1984 n. 449. (LINK)
Al di là della sospensione del docente, a far riflettere dovrebbe bastare l’insufficienza dell’offerta didattica proposta dalla scuola in questione. La libertà di scelta è un pilastro fondamentale di ogni società civile che voglia dirsi democratica.
Inoltre, la sentenza della Corte Costituzionale (n. 203 del 12 aprile 1989)  che parla di “stato di non obbligo”, relativamente a chi decide di non avvalersi dell’insegnamento cattolico, non implica affatto una discrezionalità nell’offrire o meno una disciplina alternativa qualora fosse richiesta. Basti pensare che nel caso analizzato dal Professor Alberto Marani ne avrebbe usufruito l’89% degli studenti presi a campione (circa 70).
Non è solo il caso di Cesena a dover destare stupore: le scuole che ad oggi non hanno istituito un’attività alternativa sono alquanto numerose e ciò malgrado le varie disposizioni (per lo più circolari ministeriali) in materia.
In questi casi il diritto di scelta, di fatto, viene limitato a seconda del gradimento dell’istituto scolastico frequentato. Mi pare evidente che si tratti di un potere discrezionale facilmente strumentalizzabile per il raggiungimento di fini non istituzionali.
In conclusione, se questo è il livello di imparzialità ed efficienza della decantata scuola pubblica si abbia almeno il coraggio di portare avanti una seria riforma che attribuisca totale autonomia agli istituti scolastici, permettendo, tuttavia, alle famiglie di poter scegliere la scuola più adatta per i propri figli: ad esempio il sistema dello “School voucher” proposto dal noto economista Milton Friedman.
In una situazione in cui la notorietà delle scuole private cresce di anno in anno ed allo stesso tempo milioni di cittadini sono chiamati a pagare profumate tasse scolastiche per un servizio pubblico inadeguato, la proposta friedmaniana non pare proprio un compromesso degno di considerazione?

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Cara Ilaria,
partiamo dalla fine e dall’essenziale. La proposta friedmaniana del buono scuola non è solo un buon compromesso per evitare che la libertà di scelta educativa si trasformi in una contesa per il controllo di quella “scuola pubblica” attraverso cui lo Stato esercita un anacronistico monopolio sull’istruzione. E’ anche un modo per dare sostanza a quei diversi orientamenti educativi, pedagogici e, in senso lato, culturali, che la scuola di Stato è costretta insensatamente a “mediare” alla ricerca di un impossibile equilibrio. Il pluralismo all’interno del sistema dell’istruzione dovrebbe funzionare come nel sistema informativo. Attraverso una pluralità di voci in competizione tra loro, non attraverso un’unica voce “pubblica”.
Rispetto all’episodio che descrivi, condivido il tuo sconcerto. Non mi piacciono politicamente i protagonisti della vicenda e non ho una particolare simpatia per i Cobas, né per il loro laicismo “contundente”. Ma l’idea che un professore venga sottoposto ad un provvedimento disciplinare per avere fatto un sondaggio “malizioso” tra i suoi studenti mi piace ancora meno. Peraltro, non dubito che a parti invertite vi sarebbe stato un analogo scandalo (ma non un analogo provvedimento disciplinare…) se un docente di religione avesse “sondato” gli studenti sul loro grado di soddisfazione circa un tema particolarmente sensibile ai fautori della “scuola laica”. Insomma: è proprio il caso di dire che il problema sta a monte (non nelle provocazioni “laiciste” degli uni o “clericali” degli altri).

Carmelo Palma