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Anche il clima è una sfida per l’Europa

Il prossimo dicembre, nella ricca, pulita e poco inquinata Copenhagen, si terrà un importante vertice dell’Onu sul cambiamento climatico.
Nessuno può negare che appuntamenti di questo tipo abbiano un rilievo assoluto: è sempre buona cosa quando i governi del mondo costituiscono un tavolo di discussione sulle grandi questioni di politica ambientale ed energetica, così come è positivo il pieno coinvolgimento – a differenza del passato – dei maggiori paesi in rapida e tumultuosa ascesa economica e demografica, dalla Cina all’India, dalla Russia al Brasile. Importanti, poi, sono le motivazioni e le esigenze di “posizionamento” con cui ogni attore internazionale parteciperà al summit. Su Copenhagen, il presidente Obama punta da tempo, per colorare di sfumature verdi l’immagine degli Stati Uniti nel mondo e per fornire una copertura “ideologica” alle scelte di politica economica ed industriale che sta assumendo in patria negli ultimi mesi (crisi o non crisi, l’America mal sopporta l’interventismo pubblico con i soldi del taxpayer e il manto ecologico può aiutare Obama a rendere accettabili molte sue scelte). E poi, quale migliore dossier del cambiamento climatico per tarare verso un maggior multilateralismo la politica estera americana? Per l’Unione Europea, come già in passato, la partita del riscaldamento globale è un indice di legittimità istituzionale nei confronti degli Stati membri e dell’opinione pubblica, oltre ad essere un tentativo di affermazione di una “co-leadership” con l’America, semplicemente impossibile in altri ambiti. Per la Cina (e, in misura minore, per gli altri colossi in espansione), l’incontro di Copenhagen rappresenterà un banco di prova per legittimare e far apparire compatibili, ad un tempo solo, il “diritto ad inquinare per crescere” con una nuova sensibilità ecologica, sempre più richiesta dalla nascente opinione pubblica interna, i nuovi ricchi intrisi di valori occidentali e affumicati dallo smog delle grandi megalopoli.
Ma alle prese di posizione, ai proclami e alle ripuliture ecologiche, il summit delle Nazioni Unite rischia di non offrire molto altro, in termini di policy e di scelte ambientali concrete e pragmatiche. Per una ragione molto semplice: che sono sbagliate le premesse di un incontro del genere. A Copenhagen il liet motiv sarà con ogni ragionevole probabilità lo stesso che ci sentiamo ripetere da trent’anni: la necessità di ridurre le emissioni di CO2, sotto una certa soglia arbitrariamente stabilita, per mitigare gli effetti del cambiamento climatico in corso. Tralasciando questioni di fondo che pure meriterebbero in Italia ed in Europa un’attenzione meno acritica (cosa vuol dire che il clima sta cambiando? Quanto scientificamente sono provate le misurazioni effettuate? Quanto davvero il global warming è frutto dell’attività umana e quanto di un’evoluzione ciclica del clima terrestre?), il paradosso di questi obiettivi di mitigazione è dato, anzitutto, dalla loro dichiarata insufficienza. Perché si possano produrre effetti significativi, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica dovrebbe essere molto superiore agli obiettivi solitamente posti (a partire dal protocollo di Kyoto e relativi sviluppi) e, a differenza di questi, dovrebbe riguardare tutto il mondo, non solo le due sponde dell’Atlantico: negli ultimi dieci anni le emissioni cinesi sono pressoché raddoppiate con un tasso annuo di crescita intorno al sette per cento, superando quelle degli Stati Uniti. Ancora, se pure riuscissimo a ridurre drasticamente le emissioni entro il prossimo decennio, i supposti benefici si produrrebbero troppo tardi.
L’insufficienza delle politiche di mitigazione fa il pari con il loro pesante impatto economico. Coloro che si scandalizzavano quando l’ex presidente Usa, George W. Bush, evidenziava il costo per l’economia mondiale che la riduzione delle emissioni dovuta al Protocollo di Kyoto avrebbe comportato, dovrebbero oggi riconoscere che la crisi in corso ha reso evidente il legame tra emissioni e crescita: col calo dell’attività economica, si sono ridotte le emissioni.
Ora siamo in una fase di recessione: ridurre le emissioni comporterebbe un forte aumento dei costi di produzione e, di conseguenza, dei prezzi al consumo. Siamo disposti, nell’immediato, ad imporre una salata tassa sui consumatori, sui lavoratori, sulle imprese? E’ una scelta, che come tale ha un effetto redistributivo, costi per qualcuno e benefici per altri. Per inciso, è fuor di dubbio che i migliori benefici sarebbero di quei paesi che sceglierebbero – purtroppo legittimamente – di non aderire al piano di riduzione delle emissioni. Qualche indizio? Appena una settimana fa, il Governo cinese aveva “stupito” il mondo con una iniziativa a suo modo storica: la pubblicazione di una posizione ufficiale in vista del vertice di Copenhagen. La lettura del documento di Pechino ha velocemente smorzato gli entusiasmi iniziali: un condensato di squisita diplomazia mandarina dietro il quale si nasconde una fine manovra di smarcamento. Come altrimenti interpretare la proposta cinese di un taglio per il 2020 del 40 per cento (rispetto ai valori del 1990) delle emissioni da parte dei paesi industrializzati, a cui farebbe da contorno un generico impegno senza paletti per le proprie emissioni? A queste condizioni, Copehagen rischia di trasformarsi nell’ennesimo bluff.
Eppure, proprio a partire da due innegabili novità – il ritrovato ambientalismo americano e il primo vero interessamento cinese sulle questioni ambientali – ci sarebbe la possibilità di un cambio di paradigma importante, affinché l’ambientalismo ideologico che ha dominato la scena nell’ultimo ventennio (con le sue venature anti-industriali, anti-mercato e anti-americane) lasci il posto ad un approccio pragmatico alla tutela e alla conservazione dell’ambiente. Piuttosto che avviare un costoso e, come già detto, dichiaratamente velleitario sforzo di mitigazione del riscaldamento del pianeta, più proficuo potrebbe essere destinare le risorse disponibili all’adattamento a tale riscaldamento. Se intervento pubblico deve esserci, è molto più ragionevole ed efficace che questo sia indirizzato alla promozione dell’efficienza energetica e della produzione di energia pulita (a partire dal nucleare), seguendo, in questo, la via scelta da Obama per il rilancio dell’industria americana.
L’appiattimento sugli obiettivi di riduzione delle emissioni ha distolto l’attenzione – e le risorse – da scelte molto più efficaci ed immediate, quali la conservazione (anche attraverso l’implementazione di una logica proprietaria e, dove possibile, di dinamiche di mercato) dei grandi habitat naturali, delle foreste e dei boschi, dei corsi d’acqua, delle specie animali. E, pensando ad un paese Italia, molto più di politiche punitive nei confronti dell’industria, servirebbero interventi di riduzione del “consumo” di territorio. Ancora, il problema sempre controverso della dislocazione sul territorio di discariche, inceneritori e centrali energetiche potrebbe essere affrontato elaborando un meccanismo trasparente di incentivi a favore delle aree che accettino di ospitare le varie strutture.
Tornando a Copenhagen, di fronte ai governi che lì s’incontreranno c’è una importante scelta “di campo”: continuare a fare dei summit internazionali sull’ambiente dei luoghi di proclami e wishful thinking o, al contrario, dei grandi incubatori di innovazione, di progresso e di amore per l’Uomo ed il Pianeta.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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