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Il predellino referendario del Cavaliere

– Le prossime elezioni europee, a grandi linee, dovrebbero confermare che il nostro sistema politico e il comportamento di voto degli elettori continua a rispecchiarsi in un modulo che potremmo chiamare del “2 più 2”. Due partiti “grandi”, che da soli assommano più dei 2/3 dei voti degli italiani, grazie soprattutto al consenso ottenuto dal Pdl che si accinge a diventare il partito più votato (o uno dei partiti più votati) d’Europa. E due partiti “medi”, che raccoglieranno i voti di quasi un italiano su 5, con un carattere politicamente ambiguo e ideologicamente estremista, impegnati ad espandere l’area del consenso ai danni dei rispettivi alleati.
La dialettica politica ed elettorale, in Italia, è condizionata dalle qualità degli attori, ma anche dalle caratteristiche della scena, cioè dalla struttura di questo “bipolarismo quadripartitico”, che se ha molto sfoltito (soprattutto a sinistra) i componenti di ciascuno schieramento, continua a trovare il proprio baricentro materiale e ideale nello scontro “dentro le coalizioni” e non “tra le coalizioni”.
Questa dinamica è anche favorita dall’obiettiva sproporzione di consensi tra Pdl e Pd e dalla non contendibilità (a breve) della responsabilità di governo. Ma è dettata innanzitutto dalle caratteristiche del sistema elettorale. E’ vero che le sue regole possono essere interpretate in modo coraggioso e spregiudicato. Il Pdl può anche decidere di presentarsi da solo, ma la legge elettorale mette a disposizione dei suoi concorrenti l’arma per impedirne il successo:  un bel fronte anti-Pdl che, secondo i sogni di D’Alema, mischi leghisti, centristi, Pd e para-comunisti e porti alla completa normalizzazione del sistema politico italiano, con una legge elettorale alla tedesca.
Se i Tories inglesi possono vincere le elezioni e governare da soli con il 40% dei voti, il Pdl non può sperare di farlo, se non è in grado di prevedere (o di dettare) le mosse dei suoi concorrenti elettorali. Non è una differenza da poco.
Questi dati di sistema dovrebbero consigliare a Berlusconi di salire, il 7 giugno, sul predellino referendario. La sfida referendaria è oltremodo rischiosa. Anche se il Pdl il 21 giugno portasse la gran parte dei propri elettori al voto e il Pd (cosa improbabile) facesse altrettanto, il quorum rimarrebbe a rischio. Un’accelerata sul referendum avrebbe un’immediata conseguenza sulla stabilità del Governo e nei rapporti con la Lega. E, soprattutto, metterebbe un Cavaliere elettoralmente vincente a rischio di sconfitta su di un terreno, quello referendario, che negli ultimi anni ha duramente punito tutti i leader politici che vi si sono avventurati.
Però siamo sicuri che Berlusconi avrebbe una convenienza anche a rischiare questa sconfitta, e persino a subirla.
Se il referendum passasse Berlusconi non avrebbe solo fondato il Pdl, ma avrebbe di fatto rifondato il sistema politico su basi che consentirebbero per decenni (non per qualche tempo “e….poi si vedrà”) e in modo strutturale (non per ragioni congiunturali, come è avvenuto nel 2008) di far funzionare decentemente il sistema bipartitico, di articolare la dialettica politica attorno al problema della “concorrenza per il governo” e non solo della “competizione per il voto”, e di incentivare la costruzione di grandi partiti, capaci di promuovere e consolidare le leadership e le policy, ma anche di innovarle e di mutarle senza rotture sistemiche.
In Italia, da oltre un quindicennio, non ci sono partiti che “producono” leader, ma leader che “producono” partiti. E questo è, per molti aspetti, un unicum europeo e un primato difficilmente invidiabile. La conseguenza di questo meccanismo è che cambiare le leadership equivale a disfare i partiti. I leader restano, ma i partiti passano. I leader sono pressoché eterni (ma comunque molto più longevi dei loro colleghi europei), ma i partiti sono usa-e-getta. La Lega è il partito più vecchio dell’attuale Parlamento, l’unico che fosse già presente nel 94, all’alba della Seconda Repubblica, ma i leader politici in questo quindicennio sono rimasti sostanzialmente gli stessi (tra i maggiori, solo Prodi è davvero uscito di scena, gli altri sono tutti attivissimi, davanti e dietro le quinte).
Il risultato più grande cui il referendum potrebbe portare non sarebbe solo quello di razionalizzare in senso efficientistico il sistema elettorale, ma di stabilizzare il sistema dei partiti e di modernizzare la dialettica politica interna e esterna alle grandi formazioni a vocazione maggioritaria. Per ottenere questo risultato, occorre però mettere mano alla legge elettorale. Un bipartitismo stabile e funzionante dal punto di vista istituzionale non può imporsi come mera conseguenza di una scelta politica contingente o come semplice “esternalità positiva” della formazione del Pdl o della leadership berlusconiana.
Se il referendum non passasse, per il concorso del non voto attivo, di quello passivo, dell’estate e della scelta (sbagliata) di accettare il dicktat leghista sul non abbinamento con le Europee, il Cavaliere referendario non ne uscirebbe così indebolito. Anzi, da un risultato che scaturisse da uno scontro politico vero nel Paese, verrebbero ulteriormente legittimate le intenzioni di giungere ad uno showdown (non necessariamente elettorale) con la Lega. Si aprirebbero (gossip-gate permettendo) possibilità di rapporto parlamentare sul tema delle riforme con quel Pd referendario meno tentato o disponibile a rischiare ribaltoni in stile ‘95. Si darebbe ulteriore forza ad un disegno riformatore che, non solo sui temi istituzionali ed elettorali, passa da una riacquistata capacità di dire “No” e non “Sì” al Carroccio.
Insomma, forte dei voti che otterrà alle Europee, un Cavaliere con ambizioni da statista e capace di “costruire” per una fase che traguardi i termini della sua personale leadership di partito e di governo, qualche rischio nell’avventura referendaria se lo potrebbe permettere e – vada come vada – qualche sfizio nel dopo voto se lo potrebbe più facilmente togliere. Se no, rischierà di diventare sempre meno “padrone” del voto degli italiani e sempre più “prigioniero” dei voti di Bossi.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

3 Responses to “Il predellino referendario del Cavaliere”

  1. Gio1409 ha detto:

    Analisi perfetta.
    Da condividere totalmente

  2. giuseppe naimo ha detto:

    Peccato che lo stesso Cavaliere abbia dimostrato quanto è condizionato dalla Lega!

  3. Carmelo Palma ha detto:

    Già, peccato. E’ un decennio che la Lega marca da vicino e distanza il Cavaliere sulla legge elettorale. E, sempre, lo sventurato rispose…:-)

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