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Democrazia: la marcia indietro di Obama nel giorno di Tienanmen?

– Per quelle coincidenze che acquistano un involontario significato simbolico il Presidente degli Stati Uniti pronuncerà domani al Cairo il suo discorso di “pacificazione” con l’Islam in perfetta concomitanza con il ventesimo anniversario della strage di Tienanmen, che pose fine alla protesta democratica sulla più famosa piazza di Pechino. Di lì a qualche mese, in Europa, sarebbe caduto il muro di Berlino. La Cina seguì un percorso diverso, che Deng delineò con grande chiarezza: la liberalizzazione politica non avrebbe favorito, ma impedito la modernizzazione del paese.
A distanza di due decenni il regime “a partito unico” cinese ha consolidato il proprio potere, ampliato la propria sfera di influenza militare e strategica, sposato una dottrina classicamente mercantilista (che subordina le scelte del sistema produttivo alla “strategia di potenza” dello Stato) ad una modernizzazione economica di stampo para-capitalista, che ha fatto crescere un ceto borghese e imprenditoriale estremamente intraprendente, ma  non affrancato dal controllo e dalla guida del “partito” e dello “Stato”. Come ha notato acutamente Alberto Bisin sulla Stampa, la Cina è una potenza economica ma non è un’economia di mercato.  Se tale fosse, l’enorme avanzo commerciale cinese avrebbe comportato l’apprezzamento dello yuan, alimentato i consumi interni e dato fiato, in questa fase difficile, all’economia mondiale. Invece il governo di Pechino guida la politica industriale favorendo le imprese che esportano contro quelle che producono per il mercato interno e controllando “militarmente” il tasso di cambio.
Anche per queste ragioni, non è sbagliato buttare un occhio a quanto succede in Cina quando si presterà orecchio alle parole che Obama sceglierà di pronunciare al Cairo. Se fossero confermate le anticipazioni, ci dovremmo aspettare un Obama più (comprensibilmente) preoccupato di lenire le ferite politiche e simboliche inferte alla sensibilità islamica dall’interventismo militare di Bush, che di indicare una strategia capace di impedire che il fanatismo islamico continui a devastare politicamente il Medio Oriente, a destabilizzare gli equilibri mondiali, a rappresentare la prima e maggiore ragione di insicurezza sul piano internazionale. Non vorremmo apparire dei “vetero neo-cons”, ma nell’intervista rilasciata alla BBC News e pubblicata da Repubblica il Presidente Usa ci sembrava camminare sulle uova nelle sue causidiche distinzioni tra “promozione” e “imposizione” della democrazia, visto che mediamente, nel mondo non democratico, il problema non è persuadere le popolazioni delle virtù politiche, economiche e civili della democrazia e dello stato di diritto, ma “impedire” (con argomenti che non sono logici, ma politici) ai regimi al potere di soffocare nel sangue le rivendicazioni delle (in genere deboli e impaurite) opposizioni politiche interne.
Tra gli analisti vi è chi ritiene che questo “idealismo democratico” non serva alla causa dell’Occidente, agli interessi, anche economici, delle democrazie avanzate e alle esigenze della stabilità internazionale.
Noi continuiamo a pensare che l’universalismo dei diritti sia, e debba continuare a rimanere, un connotato costitutivo dell’identità occidentale, un fattore di forza, di auto-riconoscimento e di fiducia. E debba esserlo non solo in una chiave interna, ma in proiezione esterna. Non per ragioni morali e di immagine. Ma per ragioni politiche e di sicurezza. Nessuno di noi sa cosa succederà quando il baricentro del potere economico si sarà sposato verso paesi (dalla Cina, alla gran parte dell’Asia) in cui i diritti alla libertà, alla proprietà e alla vita non sono preservati secondo i canoni che alcuni, anche in Occidente, definiscono spregiativamente “occidentali”. Ma questa è la questione politica centrale per il mondo libero, questa è la scommessa su cui l’Occidente si gioca la pelle. E questa è la ragione per cui, nel novembre scorso, abbiamo sperato nella vittoria di John Mc Cain: uno che nel centro-destra italiano (per le sue posizioni sui temi bio-etici) passerebbe per un acquiescente sostenitore del relativismo morale, ma che era certo tetragonamente contrario a quel “relativismo politico” che rende la politica internazionale delle potenze democratiche pericolosamente agnostica sul tema dei diritti umani e delle libertà civili.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

4 Responses to “Democrazia: la marcia indietro di Obama nel giorno di Tienanmen?”

  1. antonluca ha detto:

    benedetto uber alles

  2. giulio ricci ha detto:

    il presidente obama , sta mantenendo la politica improntata al realismo e alla peggiore real politik che aveva gia annunciato in campagna elettorale. Certo, un opinione pubblica mondiale portata dentro a un grande cartone animato e sostanzialmente indifferente alle lotte che ,quotidianamente, si svolgono nel mondo per la conquista della libertà, è estasiata dal presidente afro americano e non vuole che nessuno la risvegli dal sogno. per quando mi riguarda , rimpiango l idealismo di bush la visione che voleva portare uguaglianza e libertà al di la delle copertue dei confini nazionali e religiosi.

  3. giulio ricci ha detto:

    spero che primo o poi qualcuno cominci a fare domande scomode a obama sui diritti umani

  4. roberto ha detto:

    Ma quale idealismo di bush? Era solo un fanatico religioso e poi nemmeno lui ha fatto la guerra alla Cina, nè alla Corea del nord e all’Iran; perchè attaccare ora Obama il quale vuole evitare lo scontro tra civiltà, cioè il vero piamo di Al qaeda?

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