– Per il Foglio, l’omicidio di George Tiller – il medico americano che da oltre vent’anni veniva dipinto come il “diavolo abortista” e che aveva già subito alcuni attentati – è stato un atto “ideologicamente motivato”. E questo, a ben vedere, va da sé.
Ma – qui sta la sorpresa –  a motivarne l’eliminazione non sarebbe stata la fanatica e irrazionale propaganda che, per meglio combatterlo, equipara l’aborto all’omicidio o all’infanticidio,  e quindi ideologicamente “autorizza” chiunque ad esercitare, in forma privata e individuale, una forma di particolare giurisdizione morale e penale, a comminare pene esemplari (compresa quella capitale) e ad eseguirle senza indugio, per impedire che il colpevole continui a perpetrare i suoi misfatti.

No, ad armare ideologicamente la mano del sicario non sarebbe stato il fondamentalismo anti-abortista, che, soprattutto negli States, continua a vedere nell’aborto e nell’abortismo una forma peculiare e inammissibile di apostasia culturale e religiosa, che minaccia la stessa sopravvivenza dell’America cristiana. No, proprio no. Cosa ideologicamente abbia motivato il presunto sicario, il Foglio non lo dice.
Dice però a chiare lettere che mentre la cultura antiabortista non consente di giustificare questo crimine efferato, quella abortista costringe ad una maggiore indulgenza. A spiegare il gesto e a comprenderlo secondo gli “stilemi della cultura abortista”, che esalta la coscienza individuale e le sue decisioni, si dovrebbe addirittura accettare questo farsi giustizia da sé come un’espressione di libertà. Insomma, per ragioni di coscienza Tiller faceva l’infanticida. E per analoghe ragioni il suo omicida ha deciso di toglierlo di mezzo. Libertà di coscienza contro libertà di coscienza. Uno a uno. E palla al centro.
Ovviamente, anche per queste ragioni, il Foglio non assolve né giustifica l’omicidio. Ma reputa casuale o irrilevante che abbia qualcosa a che fare con quel fanatismo violento “pro-life” che negli States (a differenza che nel nostro paese) ha una presenza reale, viva e minacciosa. Anche questo omicidio macabramente anti-abortista diventa, al contrario, un’occasione per battere la grancassa contro le conseguenze della “cultura abortista”. Non era possibile per il Foglio ammettere che se negli USA i medici abortisti più esposti rischiano il linciaggio fisico e morale e quelli anti-abortisti no, questo sposta il problema, e l’onere di una risposta, nel campo anti-abortista?
Certo, si può anche eludere il problema e raffigurare George Tiller e il suo assassino come due disgraziate icone di un’identica cultura della morte e della “libertà di coscienza”. Ma è un  benaltrismo imbarazzato e assai poco ferrariano, se ci possiamo permettere.