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Un candidato finiano, con uno slogan obamiano, in corsa per Bruxelles

– Ha 38 anni, una moglie, Nathalie, due figli, Matilde e Edoardo, e una consolidata esperienza di dirigente pubblico: alla Presidenza del Consiglio, al Ministero del Commercio estero e ora allo Sviluppo Economico. E’ stato presidente dell’Istituto Osservatorio Parlamentare e ora è Direttore del settore Relazioni Internazionali della Fondazione Fare Futuro. E’ candidato per il Pdl nella Circoscrizione Centro (Toscana, Umbria, Marche e Lazio).
Una candidatura difficile, a partire dal cognome: Eichberg, per uno che deve raccogliere preferenze. Ma per votare Federico Eichberg, come precisa il suo “biglietto da visita” elettorale, è sufficiente scrivere il nome di battesimo. E così lo chiameremo in questa intervista.
www.federico.eu è il sito da cui è possibile curiosare il programma elettorale,il pantheon ideale (molto largo ed ecumenico, con presenze inopinate, guardare per credere) e l’identità di questo candidato finiano con uno slogan obamiano (yes, we run), uno spiccato connotato generazionale, un tratto informale, una competenza internazionale e un’idea proattiva del ruolo storico dell’Europa, e della funzione politica delle istituzioni del vecchio continente.
Dal suo sito emerge una grande attenzione “di prospettiva”, a partire da due date simbolo: quella del 2011, quando si celebreranno i 150 anni dall’Unità d’Italia e del 2014, centenario dell’attentato di Sarajevo, che precipitò l’Europa in un trentennio di guerre e di tragedie morali e civili, da cui si uscì anche grazie al processo di unificazione europea.
Partiamo da Sarajevo.
“Le divisioni laceranti iniziate nei Balcani – dice Federico – possono chiudersi, a distanza di un secolo, completando il processo di unificazione europea attraverso la piena integrazione dei paesi balcanici. Questo passo, che i cittadini europei devono “volere” e “votare” – non solo subire e quindi non capire –  deve avvenire  all’interno di un disegno di ricostruzione delle istituzioni europee, con il rafforzamento dell’esecutivo e il contestuale consolidamento dell’efficienza e della qualità del processo legislativo. Per dirla in breve: elezione diretta del Presidente del Consiglio UE, e ampliamento delle aree di codecisione del Parlamento UE e di voto a maggioranza del Consiglio”.
Tu dici: rilanciare l’Europa, ma ripensare anche l’Italia.
Anche questo va fatto in prospettiva europea, nel confronto con paesi che sono un termine di paragone spesso impietoso per le nostre debolezze e i nostri ritardi. Da tre lustri l’Italia non cresce più dal punto di vista demografico, produttivo, scientifico, culturale. E si sta degradando anche l’idea di società che nutre lo spirito di questo Paese e che non può essere ridotto ad una somma di convenienze e di egoismi, ma che deve attingere al senso di un progetto e di una identità comune.
Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia è l’occasione per ripensare il nostro Paese non solo come un’entità geografica, ma come una scommessa storica. Non penso che la salvezza del Paese stia nell’aggrapparsi al suo passato, ma ad immaginarsi con più coraggio nel suo futuro. L’Europa e la globalizzazione economica (che dopo tante speranze oggi suscitano tanti timori) non sono processi o fatti storici “neutri”; hanno un contenuto politico e normativo che può essere ripensato e riformato. Ma non sono prescindibili. Costituiranno lo scenario obbligato degli sforzi, della fantasia e della capacità di innovazione di cui tutti, a partire dalla mia generazione, devono dimostrarsi capaci.
Dunque la storia europea oggi incrocia la storia di una generazione.
Queste elezioni, e quindi questa fase storica delle istituzioni europee, incrocia, in modo diverso, la storia di due generazioni emblematiche. Quella di chi nasceva quando cadeva il muro di Berlino e dunque vota per la prima volta (anche nei paesi “oltre cortina”) per il Parlamento Europeo. E quella di chi aveva allora 20 anni e per la prima volta si candida a “governare” l’Europa, le sue istituzioni, la sua economia e in fondo il suo stesso destino.
Dal tuo programma, sembra che tu comprenda un certo euro-scetticismo, sul funzionamento burocratico dell’UE, ma non condivida un certo euro-pessimismo sulle sorti dell’Europa.
L’Europa è ancora, in base al Pil, la prima potenza mondiale (14,7 miliardi di dollari, contro i 13.8 degli Usa e i circa 7 della Cina). E siamo solo il 7% della popolazione mondiale. Oggi l’Europa è stritolata dalla morsa di potenze che vantano un primato tecnologico (come gli Usa), energetico (come la Russia) e competitivo sul costo del lavoro (Cina e India). A questa sfida l’Europa può rispondere rilanciando le politiche di innovazione, rilanciando l’Euratom e un progetto realistico sulle energie rinnovabili e facendo una grande difesa “non protezionista” del made in Europe (cioè del made in Italy, del made in France…): tracciabilità, difesa dalla concorrenza sleale e dalle frodi, misure anti-dumping, dazi anti-sovvenzione. Difendersi nel mercato e non contro il mercato, significa anche respingere pratiche anti-mercato. Da questo punto di vista, bisogna avere il coraggio anche di toccare due tabù: il Patto di Stabilità non deve comprendere i costi per infrastrutture e bisogna lanciare finalmente gli Eurobond. Non voglio che si esporti in Europa o si scarichi sull’Europa la politica del debito facile, ma neppure che ci si paralizzi. Occorre rilanciare e irrobustire un continente che ha bisogno di uno scossone e di farsi nuovamente “i muscoli” infrastrutturali e tecnologici.
Sui temi etici sembri saldamente schierato a favore di un Europa “valoriale”, racchiusa attorno ai propri valori etici universali. Anzi, come dici chiaramente, ad una “visione dignitaria” della persona.
Sono fra quanti hanno ritenuto che l’assenza del richiamo alle radici giudaico-cristiane nel preambolo del Trattato di Lisbona nascondesse una sorta di paura della propria identità, un rifiuto della propria stessa storia. Lo stesso incomprensibile meccanismo che ha portato ad un’Europa senza inno e senza bandiera ufficiali. Io sono d’accordo con il Presidente Francese Sarkozy. E’ necessaria una politique de civilisation a livello europeo. E un orgoglio dei valori europei.
Ma Sarkozy non è il leader di un partito confessionale. Il suo patriottismo, la sua intransigenza sui principi della civiltà europea sembra di tipo costituzionale, non valoriale, né religioso. Proprio in nome di questi principi, non manca di riconoscere il pluralismo etico della società: non ha abolito i Pacs, né imposto una legge restrittiva sul cosiddetto testamento biologico, né proibito la ricerca sulle cellule staminali embrionali…
So che rappresentate un’area di opinione scettica sull’idea che la difesa dell’identità europea passi da una valorizzazione del suo patrimonio religioso e spirituale, e convinta che questa debba piuttosto fondarsi sul consolidamento dei suoi principi giuridici, della sua identità civile, della sua cultura della libertà. Io non penso che queste cose siano in contraddizione.
I valori del costituzionalismo liberale e quelli dell’antropologia cristiana oggi non hanno punti di frizione. Né penso che i valori cristiani debbano o possano essere usati in termini esclusivi o “divisivi”. Neppure (anzi, meno che mai) all’interno del Pdl. La discussione deve rimanere aperta e coinvolgere tutti.
Sulle scelte concrete, rispetto ai temi eticamente sensibili, penso che occorra avere un atteggiamento pragmatico, e non ideologico. Attento alle ragioni della coesione sociale, ma lontano da ogni tentazione di discriminazione individuale. Per fare un esempio, non sono affatto dell’idea che la “rivoluzione zapateriana” (quella dei matrimoni gay e delle adozioni consentite anche alle coppie omosessuali) sia un segno di progresso civile. Ma nello stesso tempo sono convinto che il Presidente della Camera Fini abbia fatto bene a ricevere tutte le organizzazioni gay che sollecitavano un intervento normativo contro le discriminazioni, le persecuzioni e le violenze fisiche e psicologiche di cui le persone omosessuali rischiano di essere vittime, nelle famiglie, nella scuola, nei luoghi di lavoro e nel sistema più complessivo delle relazioni sociali.


3 Responses to “Un candidato finiano, con uno slogan obamiano, in corsa per Bruxelles”

  1. Giorgio Parisi scrive:

    Molto interessante la chiave che unisce i 150 anni dell’Unità d’Italia ai 100 anni dell’attentato di Sarajevo…Forse un po’ letteraria, ma intrigante.

  2. Saverio scrive:

    Quindi le indicazioni di voto di Libertiamo per il Centro sono Eichberg e De Romanis?

  3. ZulieOfficial scrive:

    E quelle x il Nord-Est?!

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