– Le osservazioni critiche di Gianfranco Fini rispetto ad azioni e prese di posizione del governo e della maggioranza che lo sostiene, e alla quale lo stesso Fini appartiene, da mesi si moltiplicano, con minore o maggiore eco sui media. Nelle ultime settimane le tensioni che questo provoca all’interno della maggioranza si sono acuite e hanno prodotto reazioni sempre più infastidite e aggressive da parte dei sostenitori più fedeli del premier, contro lo stesso Fini e i cosiddetti “finiani”. Inoltre, da molte parti ci si interroga su quale sia il disegno che sta dietro a questo susseguirsi di critiche da parte del Presidente della Camera e di riflessioni eterodosse prodotte dagli intellettuali a lui vicini.
La voce più autorevole che si è posta questo interrogativo è certamente quella di Angelo Panebianco, che alcuni giorni fa sul Corriere della Sera si è domandato quale sia l’obiettivo politico perseguito da Gianfranco Fini e ha richiamato la necessità, in politica, di realizzare un giusto dosaggio di convinzioni e di convenienza, perché, se “una politica senza convinzione e tutta convenienza è una politica opportunistica”, “una politica fatta solo di convinzione … si riduce a testimonianza morale, a predica inutile”. In altre parole, il solo marcare una differenza di per sé non appare di grande utilità se non viene coniugato con un preciso progetto politico. L’obiezione è seria e come tale va affrontata.
Dico subito che non credo che Fini abbia oggi in mente un obiettivo preciso e a breve termine. Ovvero, i suoi posizionamenti non credo che rispondano ad una qualche strategia mirante ad ottenere in tempi ravvicinati un qualche, misurabile, “successo” politico. Eppure, nemmeno mi sembra che quanto sta accadendo – e dunque mi riferisco anche al lavoro di quanti hanno assunto un ruolo critico nel Pdl – possa essere derubricato a mera testimonianza priva di efficacia politica.
In questi ultimi mesi, Fini ha innanzitutto trasformato lo “spazio” del centrodestra, che da luogo dominato da un consenso quasi unanime e in parte artificiale, incrinato solo minimamente da ultraminoritari dissensi malsopportati, è divenuto luogo di confronto. E’ purtroppo vero che la natura del confronto rimane molto poco soddisfacente, poiché alle obiezioni sul merito dei problemi si replica per lo più con argomentazioni che mirano a banalizzarle (ad esempio etichettandole come “di sinistra” o con il ricorso a “marchi di infamia” come “laicismo”, “anticlericalismo” e simili) o a squalificare chi le ha avanzate.
Ciò nondimeno, una parte, certo oggi ancor minoritaria ma attiva e propositiva, del Pdl, fatta di persone che ritengono di essere componenti a pieno titolo della destra italiana (dove parliamo di destra in un’ottica bipolare, in cui alla destra si contrappone la sinistra) e che di quella destra hanno un’idea in parte diversa da quella proposta (e imposta) dal gruppo dirigente prima di Forza Italia e del settore più “berlusconiano” di An e poi del Pdl, grazie al ruolo che Fini oggi si è ritagliato ha potuto affermarsi come un interlocutore non più eludibile nella messa a punto, organizzativa e culturale, della nuova formazione. Certo, sono in molti che la “eluderebbero” volentieri, ma proprio qui sta la scommessa di Fini e di chi vede in lui una speranza per il futuro del centrodestra: impedire l’appiattimento del partito su un conformismo legato, da un lato, ad una “piattaforma” ideologica fortemente conservatrice, quando non reazionaria, di chiusura rispetto alle sfide attuali, da quelle bioetiche a quelle economiche, dall’altro agli “imperativi” del governo, che “assolutizzati” tendono ad inibire la riflessione ragionevole.
Negli ultimi anni a destra abbiamo assistito ad un’offensiva contro i principi e la pratica dello Stato laico e liberale, in nome di un supposto recupero della nostra identità e civiltà (come se queste non fossero proprio connotate anche e soprattutto dalla difesa liberale dell’individuo e dalla separazione tra le sfere del potere religioso e di quello politico). L’offensiva è stata lanciata da esponenti politici di primo piano che, facendosi scudo del fortissimo consenso del quale gode Silvio Berlusconi (come ha già osservato a questo proposito Benedetto Della Vedova) e, dunque, non preoccupandosi di dover misurare il consenso delle loro posizioni nel Paese, hanno tentato di imporre (non proprio con i metodi dell’argomentazione razionale) nel centrodestra una visione che non esitiamo a definire reazionaria sui temi dei valori e dell’identità. Al tempo stesso, come prima si diceva, utilizzando l’argomento “lasciateci governare”, in questa ultima esperienza di governo (segnata dal difficile rapporto con la Lega) si è cercato di inibire ogni serio dibattito sulle grandi questioni, dall’immigrazione alla sicurezza, dalle risposte da fornire alla crisi economica alle riforme elettorali e istituzionali.
Sul piano della comunicazione politica tutto ciò ha trovato espressione, da un lato,  in un linguaggio e in messaggi “catastrofisti”, “apocalittici”, poco fondati sulla riflessione razionale e molto orientati a suscitare emozioni e soprattutto paure, dall’altro in quella che i francesi chiamano la “langue du bois”, quel politichese attraverso il quale non si afferma nulla se non che va tutto bene e che gli avversari come al solito sono in mala fede e non hanno capito nulla.
Tutto ciò, semplicemente, oltre a non far molto bene al paese, uccide la politica.  Torniamo a Gianfranco Fini, dunque: ponendosi come referente di un modo diverso di pensare la politica a destra, il Presidente della Camera ha dato forza a quanti hanno vissuto in questi anni in una situazione di forte disagio e ciò si sta traducendo in un attivismo, soprattutto sul piano della produzione di cultura politica ma non solo, che non può che essere positivo per lo sviluppo di quella destra italiana che ha cominciato il suo cammino quindici anni fa con la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Certo, dovranno seguire anche azioni più incisive sul piano più strettamente politico, per esempio ponendo il problema della democrazia interna al partito, ma questo richiederà tempi non brevi e, soprattutto, potrà avvenire se prima si sarà “arato il terreno” e dato forza all’ipotesi di una destra laica, liberale e moderna.