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L’anomalia italiana

– Da Phastidio.net

Il grafico qui riprodotto mostra il tasso di occupazione in percentuale della popolazione, visto comparativamente nei due ultimi picchi ciclici, nel 2000 e nel 2007. Balza subito all’occhio, malgrado il lieve miglioramento nell’ultima espansione, la posizione del nostro paese. Pochi occupati (almeno “ufficialmente”) in percentuale della popolazione, nella fascia di età compresa tra 15 e 64 anni. Questo grafico trova la propria immagine speculare nell’entità dell’economia informale, ma sfortunatamente il sommerso non causa aumenti di gettito fiscale. Si conferma l’immagine dell’Italia-calabrone: un’entità sgraziata che riesce malgrado tutto a volare, pur se con crescente difficoltà.

Sappiamo che questa immagine è molto cara ai ministri economici dell’attuale governo, che sono intimamente convinti di trovarsi a gestire un’economia ed un welfare tra i migliori del pianeta. Le cose stanno in termini un po’ differenti. Per il paese che si accinge a presentare al mondo con moralistica sicumera le proprie ricette per il legal standard, sarebbe forse auspicabile procedere all’emersione dell’economia informale, lavorando all’aumento del tasso di occupazione verso la media Ocse, soprattutto dal versante dell’occupazione femminile e di quella delle coorti anagrafiche più anziane. Ne guadagnerebbero il Pil ufficiale ed il gettito, consentendo la progressiva riduzione delle aliquote fiscali ed innescando un circolo virtuoso di lungo periodo sulla crescita. Oltre ad affermare quel concetto terribilmente demodé chiamato equità, ovviamente.

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2 Responses to “L’anomalia italiana”

  1. Saverio ha detto:

    Visto che tutti i paesi in fondo alla classifica sono paesi latini (incluso il Belgio, con la sua parte vallone), non potrebbe esserci anche un elemento tipicamente culturale nel basso tasso di occupazione? Mi riferisco ala famiglia, al ruolo della donna, ai figli che restano a casa per più tempo…

  2. Mario Seminerio ha detto:

    Non ho elementi per trarre questa conclusione, e generalizzare è sempre pericoloso. Ma certamente non si può escludere che l’elemento culturale (e le forti resistenze ad attualizzare il welfare) abbiano prodotto questo esito. Ma non bisogna dimenticare che parte non marginale del differenziale è a capo della coorte di età 55-64 anni, per verosimile effetto della persistenza dell’istituto delle pensioni di anzianità.

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