– Se all’inizio della sua carriera, venticinque anni fa, gli avessero profetizzato la teoria di successi raggiunti e record battuti, Paolo Maldini non ci avrebbe creduto. Se, del pari, gli avessero annunciato che dopo 25 anni di straordinaria dedizione al Milan sarebbe stato fischiato e avvilito da quello stesso popolo di cui ha incarnato il sogno sportivo, probabilmente Paolo Maldini avrebbe querelato il suo interlocutore per calunnia o diffamazione della tifoseria milanista. E invece proprio questo è accaduto, domenica scorsa, nel giorno dell’addio del capitano più titolato, longevo e vincente d’Italia, forse d’Europa. Ci si aspettava la fanfara e il picchetto d’onore. E’ arrivato l’insulto alla bandiera. Perché? 901 presenze nel Milan (per dare la proporzione si pensi che Baresi si è fermato a 719), cinque coppe campioni vinte, sette scudetti. In mezzo, una manciata di Supercoppe Europee, Coppe Intercontinentali, un Mondiale per club, qualche Coppa Italia. Questo è stato Paolo Maldini, in cifre. Allora a maggior ragione: perché? Quale cinismo ha ispirato le menti dei “sabotatori” del Meazza?
Il 24 maggio 2009 sarà l’otto settembre del Milan. Il giorno in cui una minoranza organizzata sfidò l’istituzione (la società), annichilì un popolo (gli svariati milioni di tifosi milanisti sparsi nel globo terracqueo), vilipese un simbolo, Paolo Maldini. Mentre il “potere” assisteva, inerte, da spalti distanti dalla realtà del campo. Ciò che inquieta non è la contestazione. Quella è legittima e, a volte, anche produttiva. Mi sconvolgono la cattiveria e la slealtà che hanno dettato il timing della protesta, nel giorno dell’addio, l’ultimo, quello non replicabile. Mi preoccupa, inoltre, il significato civile intrinseco alla “diserzione” ultrà del Meazza, paradigmatica di una certa deriva populista che consente a qualunque minoranza organizzata di tenere sotto scacco gruppi sociali ben più vasti, ma incapaci di imporsi perché fluidi e non strutturati. Nel caso milanista, poi, questa larga maggioranza non è neanche legittimata, rispettata o temuta dalla controparte societaria, a differenza invece degli agitatori della curva. Tutto ciò mi rimanda immediatamente alla figura e alle dinamiche dei sindacati (per citare l’esempio più immediato), oggi sempre meno rappresentativi dei lavoratori e del lavoro nelle sue molteplici forme, ma sempre muniti di potere decisionale vincolante anche per gli outsider. Se trasformiamo lo stadio Meazza in Palazzo Chigi, se Milan – Roma diventa un tavolo di rinnovo contrattuale, la conclusione cui si giunge non cambia: pochi, organizzati e legittimati dalla controparte, impongono la linea a tutti, vincolandoli. Chi ha calato quegli striscioni a San Siro l’ha fatto con l’intento esplicito e premeditato di profanare una cerimonia, sicuro di tirare l’ultimo colpo basso allo scadere del round, quando l’avversario non può più reagire. Con l’aggravante di aver colpito non l’avversario, ma l’anima della maglia cui si inneggiava fino a un minuto prima. Fuoco amico, dunque. Possibile che la società non sapesse o non avesse strumenti per prevedere quel che sarebbe accaduto durante un momento tanto importante? Ne dubito. E nella mia mente si fa largo una riflessione che avrei preferito non sviluppare. Un Milan che tratta o fa trattare in quel modo nientemeno che Paolo Maldini è in sedicesimo lo spaccato di una società, quella italiana, che dimentica i propri figli, immolandone il futuro e le prospettive sull’altare dell’equilibrio di contingenza, della (non) decisione di comodo, della reazione conservativa politicamente corretta, dell’ossequio agli agitatori di professione. Domenica scorsa Galliani & Co. avrebbero senz’altro potuto impedire che il frutto più fecondo dei colori rossoneri fosse umiliato da quei quattro stakanovisti dell’arroganza calcistica, nella stessa misura in cui nei prossimi mesi il Governo italiano potrebbe impedire che alcuni irriducibili e avvezzi percettori di rendite di posizione precettino la sostanza delle riforme civili e sociali che questo paese attende da troppo tempo, come scuola, lavoro, pensioni. Vedremo cosa accadrà. Intanto palla al centro. E attenzione. Fra poco l’arbitro fischia.