– I primi strumenti derivati nacquero nell’antica Grecia, molti decenni prima di Cristo. Venivano allora usati per stabilizzare il commercio di olive nell’Egeo. Vennero poi riscoperti dagli Olandesi nel XVII secolo e dai Giapponesi nel XVIII, ma fu solo dopo gli anni Settanta del secolo scorso che i derivati iniziarono a essere trattati a livello globale. Ad oggi, il principale centro per il mercato dei derivati è il Chicago Board of Trade, Stati Uniti.

Cos’è un derivato? I titoli derivati sono strumenti finanziari indispensabili per gestire il rischio (finanziario, economico, di interesse, di prezzo, di cambio e così via). Essi si definiscono “derivati” perché il loro prezzo è matematicamente vincolato (“derivato”) al prezzo dell’attività, il cosiddetto “sottostante”, a cui si riferiscono.

Le principali tipologie di titoli derivati sono future ed opzioni. I primi permettono di guadagnare o perdere dalle fluttuazioni di un certo sottostante. Le seconde sono sostanzialmente delle assicurazioni contro un certo rischio.
Permettendo di gestire il rischio, i derivati consentono di stabilizzare l’attività economica e permettono una maggiore prevedibilità dei risultati economici.

Per capire meglio in che modo operano, suggerisco un semplice esempio: immaginate due aziende, un’impresa di trasporti, la Cum Pedibus, e un’azienda araba di produzione di petrolio, la Caravan Petrol (i nomi sono assolutamente casuali). Analizzando l’esposizione al rischio di variazioni del prezzo del petrolio, ci si rende subito conto che le due imprese hanno un’esposizione opposta: in caso di rialzo dell’oro nero, la Caravan Petrol ci guadagna mentre la Cum Pedibus vede aumentare il costo della benzina e quindi ci perde.
Volendo sterilizzare l’effetto del prezzo del petrolio sui loro risultati economici, le due parti potrebbero sottoscrivere un contratto derivato, ad esempio un future sul petrolio. Così facendo, la Cum Pedibus perderebbe soldi sulla benzina consumata dalla sua flotta di camion ma guadagnerebbe dalla posizione sul future. La Caravan Petrol, specularmente, guadagnerebbe più soldi dal petrolio che vende ma dovrebbe registrare una perdita sul contratto future.

Le due imprese hanno così perfettamente sterilizzato l’effetto del prezzo del petrolio e i manager possono concentrarsi su problemi gestionali di più lungo periodo. Anche il mercato potrebbe valutare l’operato delle due compagnie in modo più lungimirante, senza badare ai su e giù del petrolio a Wall Street.

Si può ben capire dunque quanto sia sterile la discussione che ha animato la scena politico-economica nell’ultimo anno e mezzo. I derivati, accusati di portare instabilità e di aumentare il rischio sistemico, in realtà contribuiscono ad ottenere il risultato opposto. Il vero problema dei derivati, o meglio di alcuni derivati, riguarda le modalità in cui sono negoziati. Per tornare all’esempio di cui sopra, come fanno la Caravan Petrol e la Cum Pedibus ad incontrarsi per sottoscrivere il contratto derivato? E se una parte volesse rescindere dal contratto? Le opzioni sono tre:

Caso 1. Le parti si incontrano in modo indipendente, tete-à-tete. In caso di rescissione, è quasi impossibile trovare un compratore disposto a entrare nel contratto. Si dice che il contratto è poco “liquido”.

Caso 2. Le due parti si incontrano grazie all’intermediazione di una banca, che agisce da broker-dealer. In caso di rescissione, è probabile che la banca riesca a trovare un compratore. Questo è il caso dei mercati OTC (over-the-counter), caratterizzati da un discreto livello di liquidità.

Caso3. Le due parti si incontrano su un mercato regolamentato (i.e. una borsa). In caso di rescissione, una parte può vendere il contratto sul mercato molto facilmente e a prezzi dati. In questo caso, il contratto è molto liquido.

E’ chiaro come i tre casi rappresentino altrettante fasi di un auspicabile processo di evoluzione dei mercati finanziari. E, infatti, questo è accaduto per quasi tutti i prodotti finanziari: man mano che i contratti venivano standardizzati, era possibile passare da una negoziazione OTC verso una negoziazione sui mercati, con progressivo aumento della liquidità e riduzione dell’opacità delle transazioni.

Durante gli scorsi anni, l’innovazione finanziaria ha creato prodotti finanziari estremamente utili (come i Credit Default Swaps) e sempre più standardizzati. Tuttavia, questi strumenti vengono ancora trattati come nel caso 2, ovvero in mercati OTC nei quali le banche fungono da controparte per tutti i sottoscrittori. E’ chiaro che se la banca fallisce, tutti i clienti che avevano usato la banca come intermediario di riferimento si trovano improvvisamente non assicurati contro quei rischi che avevano sterilizzato coi derivati. In generale, il fallimento di una banca ha talmente tante ripercussioni sul sistema finanziario che le autorità sono fortemente incentivate a salvare l’intermediario (vedi caso AIG).

Le proposte degli ultimi giorni del Segretario del Tesoro americano, Timothy Geithner, vanno nella direzione di spingere il sistema finanziario ad effettuare l’indispensabile passaggio dalla fase 2 alla fase 3, ovvero portare la negoziazione di certi strumenti finanziari oramai standardizzati dal mercato OTC ai mercati regolamentati. Questo ne aumenterebbe la liquidità, la trasparenza ed eviterebbe in futuro che certe banche si trovassero di nuovo nella condizione di determinare da sole le sorti di un sistema finanziario.