Sicurezza, basta retorica antimmigrazione

– Vi sono molte ragioni per concordare con le ruvide affermazioni di Stefano Magni. Parlare con franchezza di immigrazione e sicurezza è stato per anni “scorretto” pure nel milieu intellettuale e accademico che si vantava di affrontare il tema con strumenti scientifici. Con grande sincerità Marzio Barbagli ha ammesso questa irresistibile tendenza all’auto-censura, che lo ha condotto a negare per riflesso ideologico quanto l’analisi gli spiattellava sotto gli occhi, ma la militanza “a sinistra” gli tratteneva nella penna.
A quanto pare sui temi dell’immigrazione chiunque è costretto a scoprire verità sempre troppo scomode, o – che è lo stesso – troppo comode per gli avversari politici. Così a sinistra si è per decenni censurato tutto ciò che faceva a pugni con lo schema di un’integrazione fondata su presupposti esclusivamente “solidaristici”. Ma non è forse vero che oggi si va facendo, da posizioni conservatrici, un’operazione uguale e contraria, riducendo nella comunicazione pubblica e nella propaganda politica l’immigrazione straniera ad un fenomeno essenzialmente criminale, poco integrabile e poco integrato nella realtà socio-economica del paese? Se a sinistra si è per anni descritta una “immigrazione ideale”, che non rispondeva alla realtà dei fatti, non è che a destra si è smesso di parlare dell’“immigrazione reale”, sostituendola con un fantoccio polemico sempre brutto, sporco e cattivo?
E’ certo irritante che chiunque evochi il rapporto fra immigrazione e sicurezza venga tacciato di razzismo. Ma non lo è meno che venga tacciato di buonismo chiunque provi a distinguere nell’enorme esercito della manovalanza clandestina la minoranza che è dedita ad attività criminali dalla maggioranza che è solo anagraficamente irregolare, ma che fa mestieri assolutamente onesti e sarebbe disposta a farli anche regolarmente, se avesse la possibilità di essere regolarizzata.
Quindi, ha ragione Magni: chiamiamo le cose con il loro nome. Ma facciamolo anche da questa parte della barricata. Denunciamo, per chi sta “di là”, i cliché di un terzomondismo welfarista. Parliamo però anche dei cliché che “dalla nostra parte” hanno sostituito la discussione razionale.
Allora azzardo anch’io due: “non è vero che…”, che ci riguardano più da vicino.
Primo.
Non è vero che il travolgente successo delle politiche anti-immigratorie sia esclusivamente motivato da ragioni di ordine e sicurezza pubblica. C’è dell’altro, altrettanto se non più importante, ma di certo assai meno confessabile. Non so se gli italiani temano di più la “sfida criminale” che gli immigrati portano nelle nostre strade o la sfida competitiva in cui essi quotidianamente si impegnano – con risultati tutt’altro che disprezzabili – dentro un mercato del lavoro che è italiano ma non è più solo “degli italiani”. Certo entrambe queste paure hanno il loro peso. Il fatto che Bossi vinca in alcune fabbriche “padane”, come una volta faceva il PCI, significa che gli italiani temono di più il tasso di criminalità degli stranieri o il loro tasso di attività? Non è che la paura dello straniero è più parente della paura dell’idraulico polacco che di quella dello spacciatore marocchino? Non è una paura che, molto più che protezione dalla violenza, chiede protezione dalla concorrenza, cioè protezionismo, non solo sul piano commerciale, ma anche sul mercato del lavoro? E sopratutto: si possono porre queste domande sempre essere sospettati di una irresponsabile indulgenza verso la criminalità straniera?
Grazie al cielo non ha più grande successo la favola che descriveva l’immigrazione straniera come una punizione che la storia (e la geografia) avrebbe inflitto a paesi sviluppati e quindi responsabili di politiche di sfruttamento verso il sud del mondo. Anzi, il proletariato straniero non è giunto in soccorso di quello occidentale nella lotta contro il Capitale e non ne ha affatto vendicato i torti. Bisognerebbe ora evitare di dare dignità “scientifica” all’analoga fandonia, che descrive l’immigrazione come parte di un sinistro complotto che l’economia dei “senza patria”, già responsabile dei disastri della globalizzazione, starebbe ordendo ai danni dell’identità etnica, culturale e materiale degli europei, degli italiani, dei “padani”… Viste da destra o viste da sinistra, le teorie del complotto sono sempre inguardabili.
Ergo non si farebbe un grande servizio al “proletariato interno” (come lo chiama Bossi) se gli si propinasse la panzana etnicista per cui la salvezza ed il futuro passano da uno stretto sistema di “dazi” sugli uomini. In molti ci potrebbero anche credere – anzi, a dire il vero, ci stanno credendo: ma il consenso raccolto non dimostra comunque la fondatezza della tesi, come il successo del Pci non dimostrava che era prossimo l’avvento della “società nuova” e il riscatto del proletariato.
Secondo
Non è vero che l’immigrazione clandestina con cui concretamente ci misuriamo, qui ed ora, nel nostro paese dipenda da una politica delle porte “troppo aperte”. Anzi, è piuttosto vero il contrario. Le scelte sull’immigrazione non hanno mai riflettuto la valutazione realistica delle necessità (quantitative e qualitative) del nostro sistema produttivo, che la domanda e la sovrabbondante offerta di manodopera straniera faceva emergere. Hanno sempre riflettuto (da sinistra e anche da destra) gli esiti della stupida guerra ideologica “pro” o “contro” lo straniero. E mediamente anche i governi di sinistra hanno preferito razionare gli ingressi legali (e “proibire” gli ingressi non assistiti da un contratto di lavoro già stipulato dall’immigrato con un datore di lavoro in Italia). Pure nel quadro di quote di ingresso molto rigide, sottodimensionare la domanda di manodopera straniera non costituisce un argine, ma un incentivo all’immigrazione clandestina. Così finora si è fatto. E così si rischia di continuare a fare. Mentre bisognerebbe fare il contrario, per rendere credibili politiche di contrasto all’immigrazione irregolare motivate, davvero, da ragioni di “sicurezza”. Insomma, va benissimo una politica di “tolleranza zero” contro la criminalità straniera, a patto che non diventi una politica dissennata di “immigrazione zero” contro i lavoratori stranieri, condita magari dalla demagogia spicciola sulla difesa del lavoro degli italiani.
La pressione migratoria risponde alle dinamiche più svariate. Il fatto che l’Africa sembri un continente alla deriva, incapace complessivamente di agganciare un percorso stabile di sviluppo e quindi destinato ad alimentare un’emigrazione esplosiva è, senza dubbio, qualcosa di vero e di temibile per un paese che si affaccia con migliaia di chilometri di coste sul Mare Mediterraneo.
Ma l’immigrazione clandestina con cui il nostro paese si misura continua ad essere, per l’essenziale, una cosa molto diversa dall’invasione di fameliche “cavallette umane” che una pubblicistica corriva continua a descrivere.
In Italia la clandestinità ha rappresentato per la stragrande maggioranza degli immigrati occupati una sorta di apprendistato obbligatorio per l’inserimento nel circuito legale. La grande parte dei regolari sono ex clandestini. Circa 1,4 milioni di immigrati sono stati regolarizzati nelle quattro sanatorie varate in concomitanza con l’adozione delle leggi sull’immigrazione approvate nell’ultimo ventennio (Martelli, Dini, Turco-Napolitano e Bossi-Fini). La gran parte degli ingressi per lavoro autorizzati di anno in anno sulla base dei cosiddetti decreti-flussi sono, di fatto, regolarizzazioni di clandestini già impiegati in Italia, ma formalmente assunti all’estero. Tutto ciò significa che, “a monte”, non è mai esistita una reale differenza qualitativa tra l’immigrazione legale e illegale e che questa differenza è emersa solo “a valle”, nel diverso comportamento che gli immigrati irregolari hanno tenuto durante la loro permanenza nel nostro paese.
Nel momento in cui si fa più dura la strategia di contrasto all’immigrazione clandestina, non regolarizzare le centinaia di migliaia di “invisibili” che lavorano nelle imprese, nei cantieri e nelle famiglie italiane sarebbe insensato. E continuare a lesinare gli ingressi dei lavoratori stranieri in nome della sicurezza sarebbe contraddittorio e politicamente suicida. Si continuerebbero a produrre clandestini a mezzo di leggi e poi leggi a mezzo di clandestini, in un circolo vizioso senza fine.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “Sicurezza, basta retorica antimmigrazione”

  1. alex ha detto:

    La sfida competitiva è un’idea assurda, l’idraulico polacco esiste solo in letteratura ( i numeri sono modesti) e l’indulgenza verso la criminalità straniera c’è nei fatti (quante attenuanti vengono riconosciute perché nella cultura di provenienza quel fatto non è reato? – pensi al dibattito sull’infibulazione).
La tirata sul proletariato interno è aria fritta che dimostra quanto lontano lei sia dalla realtà. Se la classe imprenditoriale italiana fosse in grado di elaborare strategie così mefistofeliche avremmo imprenditori con una vision (magari sbagliata) sul paese e non sul proprio orto.
    Voi vi autonominate santi laici e poi però nei comportamenti indulgete all’esatto opposto.
    E’ giusto o no, è liberale o no chiedere che chi viene in Italia si metta e sia messo nelle condizioni di rispettare le nostre leggi?
    E’ pericoloso o no che gran parte degli immigrati provengano da culture
    con valori avversari ai nostri?
    Vede caro Carmelo, quando voi radicali avete messo su “la rosa nel pugno” con i socialisti, vi siete tutelati con uno statuto che vi avrebbe consentito di mantenere certe posizioni di controllo sulla baracca, per un lasso di tempo molto lungo.
    Questo perché, insomma, fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio.
    Analogamente, quei santi laici dei DS, quando si sono uniti con i margheritini, si sono ben guardati dal mettere in comune anche i “schei” e le proprietà.
    Insomma, tutto il vostro fervore sull’accoglienza va a farsi friggere quando vi riguarda direttamente.
    I danni che al paese potevano derivare da una vostra sincera fusione con i socialisti sono forse più gravi dei danni che possono derivare al paese da un’accoglienza che sorvoli sulla condivisione e accettazione delle leggi italiane da parte degli immigrati?

  2. Carmelo Palma ha detto:

    Vede, caro Alex, quando i radicali hanno messo su la Rosa nel Pugno… io me ne sono andato. Quindi, diciamo, non sono imputabile. Quanto ai valori diversi, il discorso è spinoso. E sul punto sono sostanzialmente d’accordo con Magni. Il problema non è se uno è buddista, cristiano, animista o islamico. Il problema è se accetta e rispetta il “regime della libertà” – e i suoi presupposti individualistici – come costituzione giuridica formale e costituzione sociale materiale. Se non l’accetta, tolleranza zero.
    Ultima cosa: le attenuanti “culturali” per i reati di violenza non stanno ancora nel nostro codice, hanno fatto capolino raramente in una giurisprudenza irragionevole (mai sull’infibulazione, che mi risulti)

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