L’insostenibile pesantezza del divorzio all’italiana

– E’ un piacere scrivere di divorzio breve per gli amici di Libertiamo, dopo che qualche sospettoso e malaccorto maniaco del pettegolezzo politico ci ha accusato di essere complici in una congiura contro Berlusconi. Visto che Sofia Ventura, che è animatrice di Libertiamo, aveva scritto per il periodico on line di Fare Futuro un pezzo sul velinismo politico e io, come Segretario della Lega italiana per il divorzio breve, avevo offerto una “tessera onoraria” a Veronica Lario (per le ragioni che di seguito spiegherò), in nome della comune origine radicale siamo stati accusati di un particolare reato associativo: quello per il divorzio del premier. Vabbé, parliamo di cose serie.
Nel gennaio di quest’anno è stata rilanciata una Lettera Appello a favore della riforma del divorzio in Italia, indirizzata dalla Lega Italiana per il Divorzio Breve a tutti i membri delle commissioni Giustizia di Camera e Senato. Tra i sottoscrittori vi è anche Benedetto Della Vedova, che quale voce liberale e radicale all’interno del PDL è stato invitato ad aderire e non ha mancato di dare il suo sostegno.
E’ una battaglia politica dura, che si trascina da anni, con il contributo di entrambi gli schieramenti politici, ma che, ad oggi, non è riuscita a giungere al traguardo per il cedimento a quelle famose ingerenze – vaticane, clericali o corporative che siano-, che hanno accomunato tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni. Unica eccezione, l’ultimo Governo Prodi, che è riuscito a cadere prima ancora che un testo base approvato in Commissione approdasse in Aula: avrebbero fatto in tempo a chiudere la porta in faccia anche a quel testo condiviso? Non lo sapremo mai.
Con il nuovo Governo si è dovuto ricominciare daccapo ed è ripartito l’ostruzionismo affinché le proposte di legge presentate in Commissione non vengano poste all’ordine del giorno. Se di un problema non si discute, è come se non esistesse. Se non esiste, è inutile discuterne. E così all’infinito.
Per questo ho scandalosamente chiesto di “tesserare” la moglie del premier, quando ha dichiarato di volere divorziare dal marito, e di volerlo fare come una “persona comune”. Perché conoscesse e, volendo, testimoniasse che cosa riserva una “legge tritacarne” alle persone comuni: due giudizi, separazione e divorzio, più tre anni di attesa, ai quali si sommano i mesi occorrenti alla giustizia-lumaca del nostro paese per giungere a sentenza. Mi sembrava legittima la richiesta di spostare dal personale al politico il suo dramma familiare: lo stesso che accomuna centinaia di migliaia di coppie. Non ci siamo schierati con la moglie contro il marito (le cui vicende, coi relativi gossip, non intendiamo né commentare né sfruttare). La LID (Lega italiana per il divorzio) non si è mai schierata con mariti o mogli. Né, a distanza di 40 anni, intendiamo farlo noi della Lega Italiana per il Divorzio Breve. Semplicemente, essendo stata Veronica a chiedere il divorzio, ci siamo rivolti a lei. E lo scandalo (della nostra offerta, non del divorzio – sia chiaro…) è almeno servito a riaprire la discussione su cosa significa divorziare, oggi, in Italia.
Ma cosa vogliamo, noi della Lega Italiana per il Divorzio Breve?
Semplicemente denunciare che la legge sul divorzio in Italia è una tra le più complicate, costose e logoranti d’Europa, al punto che l’edizione del rapporto sullo stato dei sistemi giudiziari redatto dalla Commissione europea per l’efficienza della giustizia (Cepej), divulgato l’8 ottobre 2008, contenente informazioni relative all’anno 2006 sullo stato della giustizia in 45 Stati su 47 membri del Consiglio d’Europa, ha assegnato all’Italia la “maglia nera” in tema di durata dei procedimenti di divorzio: nel nostro Paese i tempi nelle procedure in primo grado sono i più lunghi, con ben 634 giorni di attesa per giungere alla pronuncia di scioglimento del vincolo coniugale.
Ormai è forte l’attesa da parte di migliaia di cittadini impossibilitati a rifarsi una vita di coppia senza motivo e i tempi lunghi e gli alti costi del procedimento non sono certo un efficace deterrente allo scioglimento di un coniugio oramai finito; casomai il rischio è di aggravare rapporti già inevitabilmente tesi a causa di una storia che si conclude. Per questo chiediamo l’adeguamento del dato normativo all’evoluzione della società, e a quanto è già in vigore nella quasi totalità degli altri paesi dell’U.E., dove sono previste procedure più semplici, costi più contenuti e tempi più rapidi rispetto alla legislazione italiana. Chiediamo la fine del divorzio di classe, che consente a chi ha soldi da spendere di poter sciogliere il vincolo coniugale in tempi rapidi prendendo una residenza, vera o fittizia che sia, in uno dei paesi U.E. dove la legislazione è più morbida. Chiediamo che vengano presi in considerazione i sondaggi che ci dicono favorevoli alla riforma quasi il 70% degli elettori del PDL. Chiediamo che di questo se ne parli nella Tv pubblica italiana, e che la nostra battaglia non sia confinata solo agli ascoltatori di Radio Radicale, o ai telespettatori svedesi, che hanno l’opportunità di vedere gli speciali mandati in onda dalla loro televisione di Stato. Chiediamo che l’informazione su questo problema sia organizzata per dare spazio serio a tutte le tesi, non solo a quelle di comodo. Numerose sono le cose che chiediamo, ma, sostanzialmente chiediamo che in Parlamento abbia inizio la discussione su questo tema: chiediamo quindi che le proposte assegnate e giacenti in Commissione vengano poste all’ordine del giorno il più presto possibile. Chiediamo che il Presidente del Consiglio, premier di tutti gli italiani, ferventi cattolici o meno, lasci libertà di coscienza su questa materia ai deputati eletti nelle liste della maggioranza. Chiediamo che Benedetto Della Vedova, Libertiamo e tutte le forze liberali interne al PDL si facciano portavoce e sostenitori di questa campagna presso il Governo, presso i loro elettori e presso l’opinione pubblica. Chiediamo che si cominci, da subito, a coinvolgere tutti coloro che vivono sulla propria pelle le storture di questa legge attraverso seminari, convegni, manifestazioni, proposte. Anche all’interno del PDL, volendo, c’è spazio per il dibattito, perché questo sia libero, perché il parlamentare eletto nel PDL non sia legato, in questioni come queste, alla “disciplina di partito”.


Autore: Diego Sabatinelli

- 40 anni, laureato in Giurisprudenza, dipendente pubblico, è Segretario della Lega Italiana per il Divorzio Breve dal 2007. Più volte membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani, è stato componente della Giunta di Radicali Italiani, revisore dei conti del PRNTT, segretario dell’associazione Radicali Roma e coordinatore della Rosa Nel Pugno per il Lazio.

2 Responses to “L’insostenibile pesantezza del divorzio all’italiana”

  1. Paola Pisani ha detto:

    Caro Diego, quello che scrivi è giustissimo ma sono anni che nessun Partito Politico affronta l’argomento per paura di perdere i voti della Chiesa Cattolica. Solo i Radicali si sono battuti con successo per il diritto all’aborto ed al divorzio. In relazione ai tempi di divorzio siamo l’ultima ruota del carro dell’intera Europa. Oltretutto separarsi e divorziare in Italia costa anche molto caro. Un saluto!-) Paola

  2. Andrea de Liberato ha detto:

    Caro Diego,
    davvero un ottimo articolo. La censura mediatica sul divorzio breve è pesantissima: pochi oggi sanno quanto il divorzio in Italia sia costoso e, in definitiva, come dici tu, classista.
    Ciao, Andrea

Trackbacks/Pingbacks