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Ma il quoziente familiare non è la soluzione

– In Italia, il tempo delle consultazioni elettorali è inesorabilmente scandito dalla periodica riemersione di un tema di policy pro-famiglia: l’adozione del quoziente familiare. Si tratta di un criterio di tassazione per parti, basato sul presupposto teorico delle scale di equivalenza: richiede di sommare i redditi di tutti i componenti (non solo della coppia) e di dividere il risultato per un quoziente, che si ottiene dalla somma di opportuni coefficienti assegnati a ciascun componente familiare, prima di applicare al valore risultante la scala delle aliquote. Al pari delle altre tipologie di tassazione per parti, il quoziente familiare consentirebbe dunque di parificare il trattamento delle famiglie monoreddito a quelle bi-reddito, rispondendo ad esigenze di equità orizzontale. Tuttavia, l’applicazione di un quoziente familiare alla tassazione produce un’attenuazione della progressività di cui beneficiano le famiglie ad alto reddito, soprattutto quelle dove esiste un forte differenziale di reddito tra i coniugi, e finisce quindi col porre un problema di equità verticale.

La tassazione a quoziente familiare ha poi anche un altro effetto collaterale negativo: tende a ridurre l’offerta di lavoro femminile, che in Italia è tra le minori d’Europa, spostando in capo al coniuge con reddito più basso (di solito la moglie) parte dell’onere fiscale, ed allontanerebbe ancor di più il nostro paese dal raggiungimento di uno degli obiettivi dell’Agenda di Lisbona, che punta ad un tasso di partecipazione femminile alla forza-lavoro pari almeno al 60 per cento (attualmente l’Italia è poco sopra il 40 per cento).

In che modo, allora, il quoziente familiare italiano dovrebbe essere costruito per affrontare i due problemi caratteristici del nostro paese, la ridotta partecipazione femminile alla forza-lavoro e la bassa natalità? Per incentivare la prima, occorrerebbe assegnare al coniuge a carico un basso valore del coefficiente individuale. Ciò ridurrebbe il beneficio fiscale per le famiglie monoreddito, e renderebbe necessaria l’adozione di una opzione tra tassazione individuale e familiare. Per incentivare la natalità occorrerebbe invece assegnare un elevato valore (pari all’unità) al coefficiente attribuito dal secondo figlio in poi, che accrescerebbe il beneficio fiscale per le famiglie che scelgono di non fermarsi al figlio unico.

Facendo un confronto con la Francia, dove il quoziente familiare rappresenta l’architrave della politica familiare, il beneficio fiscale aumenta per le coppie che scelgono di avere almeno tre figli (coefficiente pari a 1 per il terzo e quarto erede, solo 0,5 per il primo e secondo), mentre il coefficiente assegnato al coniuge (pari a 1) non incentiva la partecipazione femminile al mercato del lavoro, che evidentemente viene perseguita con altri strumenti di welfare.

L’introduzione del quoziente familiare porterebbe inoltre con sé altri problemi, che potrebbero tuttavia rappresentare l’opportunità per mettere finalmente mano ad un riordino delle normative di stato civile: ad esempio, quali sarebbero le famiglie riconosciute tali dal fisco? Quelle “regolari” o anche quelle di fatto? In Francia, ad esempio, il vantaggio fiscale che il sistema attribuisce alle coppie legalmente sposate è stato esteso alle coppie di fatto con l’istituzione dei Pacs, patti di diritto civile tra individui conviventi, ed il patto di diritto civile è riconosciuto a fini fiscali per poter modulare il quoziente. In Germania, invece, il vantaggio fiscale attribuito alle coppie legalmente riconosciute è esteso alle coppie di fatto con la previsione di una specifica detrazione. Si tratta della ennesima conferma che le legislazioni sociali dei paesi con i quali ci confrontiamo hanno pienamente acquisito il principio della non-discriminazione (o meglio, della piena equiparazione) tra le coppie di fatto e quelle “di diritto”. E’ opportuno rimarcare che, nell’ambito della fisiologica alternanza di governo, i partiti moderati e conservatori europei (anche di ispirazione cristiana, ma evidentemente non confessionale) non si sognano neppure di rimettere in discussione quelli che sono ormai capisaldi delle politiche familiari. Che farà il Pdl quando dovrà decidere quali famiglie sono tali anche per il fisco? Si porrà nel solco dei paesi europei con i quali ci confrontiamo o ribadirà la discriminazione contro le coppie di fatto, incluse quelle omosessuali?

Tornando alla fiscalità familiare, è da ritenere che la via migliore per ottenere l’obiettivo di aumentare il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro sia quello identificato (peraltro con argomentazioni robustamente liberali, quali la non discriminazione di genere, inclusa quella “positiva” a vantaggio delle donne) da Gilles Saint-Paul: ridurre l’aliquota d’imposta sulle ore aggiuntive lavorate dal secondo percettore di reddito della famiglia (indipendentemente dal fatto che sia il marito o la moglie). Tale riduzione di aliquota potrebbe ovviamente essere applicata anche alle ore aggiuntive lavorate dal primo percettore di reddito, ad esempio nel caso degli straordinari. In tal modo si incentiverebbe l’aumento dell’offerta di lavoro senza ridurre il gettito fiscale totale, ottenendo una riforma sostanzialmente a costo zero. Una opzione su cui riflettere, per una politica fiscale familiare autenticamente liberale.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

7 Responses to “Ma il quoziente familiare non è la soluzione”

  1. Marco Faraci scrive:

    Le argomentazioni di Gille Saint-Paul sono molto interessanti e in gran parte condivisibili.

    Quello che però non mi è del tutto chiaro nell’articolo è perché sia “sbagliato” discriminare le coppie di fatto rispetto alle coppie che scelgono il matrimonio tradizionale ed invece sia persino “utile” discriminare le coppie monoreddito rispetto alle coppie bireddito, pur a parità di reddito complessivo.
    Perché una configurazione familiare in cui uno dei genitori sta a casa a crescere i figli da un punto di vista liberale deve essere una configurazione meno apprezzabile rispetto a quella in cui entrambi i genitori lavorano?
    Non c’è il rischio di passare semplicemente dall’utilizzo dello Stato per indirizzare le scelte umane verso una certa visione etica (quella cattolica-tradizionale) all’utilizzo dello Stato per indirizzare le scelte umani verso un’altra visione etica (quella progressista-femminista)?
    E’ “socialmente utile” che entrambi i coniugi lavorino? Forse, ma allora forse è anche socialmente utile che si sposino in modo tradizionale e che non divorzino mai perché ciò è portatore di ordine, stabilità sociale e certezze per i figli.

    Sono del parere che l’unica vera soluzione al problema sia la flat-tax, perché non mi convincono modelli in cui lo Stato usa incentivi e sgravi, premi e punizioni, per discriminare alcune scelte umane a favore di altre ed imporre in questo modo un concetto arbitrario di morale e di virtù.

  2. Mario Seminerio scrive:

    Marco, mi sfugge dove sta scritto che è “utile” discriminare le coppie monoreddito rispetto alle bi-reddito. Semplicemente, col quoziente familiare a splitting, a parità di reddito, la famiglia bireddito paga meno (pro-capite) rispetto a quella monoreddito, e questa è una violazione del principio di equità verticale, che afferma che soggetti con diversa capacità contributiva devono essere tassati in modo diverso. Mi sfugge anche che significhi “sbagliato” discriminare le coppie di fatto rispetto a quelle legalmente sposate: si tratta in realtà di creare condizioni di eguaglianza fiscale rispetto alla situazione di stabilità del vincolo relazionale di coppia, sia esso “certificato” o meno. La visione di Saint-Paul infatti supera ogni forma di ingegneria sociale (leggasi morale e virtù) proprio perché non propone una qualche forma di “quota rosa” o di affirmative action pro-donna, ma si limita a prescrivere che “il secondo percettore di reddito della famiglia” (e potrebbe essere anche l’uomo) possa fruire di un sostanziale abbattimento della tassazione. E infatti Saint-Paul si preoccupa proprio (se hai letto il testo) di lavorare ad una proposta che non sia biased sul piano valoriale o “etico”. E peraltro questa è esattamente una strategia di supply-side oltre che a costo zero (perché attiva offerta di lavoro inutilizzato nella società).

    Nessuno sta dicendo che sia “socialmente utile” che entrambi i coniugi lavorino: sfortunatamente, il Pil è fatto anche dall’aumento del tasso di occupazione, e noi siamo indietro in quell’ambito. Senza crescita del Pil, niente aumento di gettito fiscale; senza aumento di gettito fiscale meno risorse per affermare la libertà individuale di realizzarsi, inclusi istituti di welfare che permettano l’accudimento di bambini ed anziani. A meno di pensare che sia utile tornare a modelli familiari di autoconsumo.

    Sulla flat-tax ho già scritto altrove, ed altri lo hanno fatto meglio di me, soprattutto evidenziando le debolezze di questa soluzione. E’ bello avere delle utopie, ma noi dovremmo elaborare proposte di policy qui ed ora.

  3. Marco Faraci scrive:

    Ciao Mario, grazie della risposta.
    Sono perfettamente d’accordo che la posizione di Gilles Saint-Paul abbia il notevole merito di essere “gender neutral” e non avrei problemi a sostenerla come politicamente plausibile.
    Non sono altrettanto certo tuttavia che sia neutra dal punto di vista valoriale. Da quello che ho capito crea un vantaggio fiscale – a parità di entrate complessive – per una famiglia il cui reddito sia diviso tra due coniugi, rispetto ad una famiglia in cui il percettore di reddito è unico. Questa è una precisa scelta di indirizzo sociale, con conseguenze non neutre sul modello di famiglia, sulle forme di educazione dei figli, etc.
    Personalmente mi sento anch’io di considerare la famiglia a due redditi più efficiente, soprattutto in un’ottica di diversificazione del rischio – il fatto che l’uomo e la donna lavorino costituisce un sistema di ammortizzatori sociali privato, nel caso uno dei due perda il posto o magari muoia.
    Però possono esistere anche argomentazioni della famiglia monoreddito, da quelle più economiche sulla maggiore flessibilità ad esempio nel trasferirsi per ragioni di lavoro, a quelle più “social conservative” sulla possibilità curare in modo più diretto l’educazione dei figli, senza che questa sia nelle mani di estranei.
    Quindi penso che la decisione spetti ad ogni coppia e non debba esserere indirizzata dallo Stato.

    Peraltro la proposta di Saint-Paul qualche elemento di debolezza nella divisione tra ore marginali e ore inframarginali.
    Innanzitutto questa è inapplicabile perché per qualsiasi contratto di lavoro la composizione della busta paga è diversa. Ad esempio nella mia azienda oltre il 90% dei dipendenti non ha gli straordinari retribuiti che sono riconosciuti solo ai livelli più bassi di inquadramento (es. segretarie).
    Ma soprattutto perché paradossalmente questa proposta viene a introdurre criteri di regressività delle imposte, in base ai quali il reddito marginale viene tassato di meno.
    Questo è esattamente l’opposto del principio della tassazione progressiva, secondo cui la prima parte parte del reddito viene tassata ad aliquota più bassa e poi più si guadagna più severamente si viene tassati.
    Quindi in pratica ci si troverebbe a correggere gli effetti del modello di tassazione progressiva introducendo elementi di regressività. Sarebbe molto più semplice a quel punto optare per una tassa piatta “tout court”.

  4. DM scrive:

    Le argomentazioni di Gilles Saint-Paul sono interessanti e condivise. Una soluzione elegante non suscettibile da principi etici, estranea alle questioni di genere.

    Va aggiunto che, nella condizione di due percettori di reddito e la presenza di figli, il tasso di occupazione potrebbe essere influenzato positivamente dalla susseguente richiesta di servizi aggiuntivi (es. babysitter, colf, ecc.).

  5. Carmelo Palma scrive:

    E’ un’interessante discussione che vale la pena di proseguire. Mi permetto di aggiungere una considerazione più generale. Dal mio punto di vista, il quoziente familiare è una risposta impropria ad un problema che non dovrebbe essere risolto “dissestando” la politica fiscale (come molti nel Pdl propongono), ma “riassestando” le politiche di welfare e (lo dico nel modo più banale) spostando risorse dalla previdenza – e in genere dal welfare che potremmo chiamare “del privilegio” – alle politiche di sostegno a favore di anziani e minori (cioè al welfare “del bisogno”).
    Su questo tema ha già scritto Mario:
    http://epistemes.org/2007/02/28/ibl-il-quoziente-familiare-e-una-buona-soluzione/
    e (più umilmente…:-))) io e Piercamillo:
    http://epistemes.org/2008/04/17/si-alle-politiche-pro-family-no-al-quoziente-familiare/

  6. marcello scrive:

    Il vero modo per risolvere il problema non è il quoziente familiare. Da quel che so temo che una famiglia numerosa con un reddito complessivo alto sia beneficiata di più rispetto a quella di un reddito basso e con 1 figlio.
    Si devono invece aumentare le detrazioni per il coniuge che molte volte non lavora perché si sa che dopo i 30 anni questo sistema del c…o non consente di assumere più, specie se non si ha esperienza (è una grossa colpa) e tener più conto del reddito. Non è giusto che lo stato, se i soldi sono pochi, li dia a chi ha un reddito iniziale alto. Se fanno molti figli affari loro.

  7. Mario Seminerio scrive:

    Infatti il quoziente familiare, in caso al secondo coniuge che lavora (diciamo la moglie) venga assegnato un coefficiente prossimo ad 1, si risolve in un abbattimento della progressività, come anche segnalato nell’articolo.

    Aumentare le detrazioni per il coniuge che non lavora ha senso, soprattutto in base alle considerazioni che lei fa, ma finirebbe col deprimere l’aumento dell’offerta di lavoro, soprattutto femminile, che è invece l’obiettivo strategico dell’Agenda di Lisbona, oltre che la via per innalzare il Pil.

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