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Cambiamento di Fini. Non esistono più le identità assolute

di Benedetto Della Vedova, da Liberal del 23 maggio 2009

Nei mesi scorsi più di un autorevole esponente del centrodestra ha  sostenuto che il PdL fosse “nato sul caso Englaro” e che il suo ubi  consistam sarebbe stato “Dio, patria e famiglia”.
Bisogna partire da qui per capire le reazioni alle prese di posizione  di Gianfranco Fini, che di tutta evidenza si allontanano dal paradigma  di un partito confessionale, ancorato ad un’ideale tradizionalistico e al magistero ecclesiastico.
Una cosa deve essere chiara: la contrapposizione non può essere  banalizzata in uno scontro cattolici-non cattolici. Non è di questo  che si discute. Nel Pdl ci sono e sempre ci saranno – come in tutti i  partiti – elettori credenti e non credenti e sarebbe stupido pensare  di negare cittadinanza politica agli uni o agli altri. Non so se  qualcuno lo abbia mai pensato, ma non è il caso di Fini.
La politica non è più, fortunatamente, il luogo in cui si esprime  un’identità assoluta o una verità collettiva. Meno che mai sui temi  bio-etici. Da questo punto di vista il richiamo del Presidente Fini mi  pare coerente con l’impostazione classica del costituzionalismo  liberale: non scontriamoci sulle le convinzioni individuali, ma  confrontiamoci sulle soluzioni legislative, in modo che nessuno se ne  senta discriminato. Non discutiamo in Parlamento delle premesse etiche  dei comportamenti individuali, ma valutiamo le conseguenze delle  scelte normative.
Questa posizione non è massimalista, ma moderata. Non mi stancherò di  ripeterlo: i grandi partiti e i grandi leader del PPE hanno posizioni  sulle coppie di fatto (anche gay) o sul fine vita che nel centrodestra  italiano verrebbero bollate come espressioni del peggiore “laicismo  individualista”. Il recupero da parte di Sarkozy di un più equilibrato  rapporto tra religione e politica, all’insegna della “laicità  positiva”, non ha prodotto, per essere chiari, alcuna modifica della  legislazione sui Pacs o su altri temi eticamente sensibili.
Molti scommettono su una sorta di “eccezione italiana”. La società  sarebbe nel nostro paese assai meno secolarizzata che nel resto del  mondo libero e dunque pronta a sopportare e anche a sostenere maggiori  “chiusure” sui temi etici. La scommessa politica di Fini è invece  quella opposta: anche in Italia, come nel resto d’Europa e non solo,  si è ormai diffusa una sensibilità sui temi eticamente sensibili  variegata ma assai disponibile a considerare e a sostenere soluzioni  biopolitiche rispettose di una pluralità di istanze etiche,  all’insegna del pragmatismo e della libertà.
Del resto, la pluralità di posizioni è presente nell’ambito della  stessa Chiesa cattolica italiana. Lo testimoniano le riflessioni del  Cardinale Martini e di tante altre voci, magari minoritarie, ma non  per questo meno autorevoli e lo confermano le indagini demoscopiche  sugli orientamenti dell’elettorato cattolico italiano. Questo non  significa distinguere tra una Chiesa buona e una cattiva – ci  mancherebbe! – ma semplicemente considerare un fatto.
Quarant’anni fa una parte della politica italiana scommesse che  l’Italia era a favore dell’introduzione del divorzio, nonostante la  ferma opposizione della Chiesa. La posizione del magistero non è  cambiata, ma quella scommessa è stata chiaramente vinta e oggi tanto i  credenti quanto i non credenti (quale che sia la loro personale  convinzione sull’indissolubilità del matrimonio) riconoscono in quella  legge un punto fermo del diritto di famiglia.
Un grande partito del 40% può oggi puntare su un’identità mono-etica?  No, deve pensare che lo “schema” che si impose sul divorzio può  servire anche oggi a regolare responsabilmente tutte le questioni  eticamente sensibili.


2 Responses to “Cambiamento di Fini. Non esistono più le identità assolute”

  1. Sofia Ventura ha detto:

    Bellissimo Benedetto!

  2. DM ha detto:

    Ben_detto!

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