Pensioni: riformare per crescere

Emma Marcegaglia, nel suo intervento all’assemblea annuale di Confindustria, ha rilanciato la necessità di una riforma delle pensioni, a partire dall’innalzamento dell’età pensionabile. Da più parti si afferma, e non da oggi, che il sistema pensionistico italiano vada seriamente riformato, e che con gli innumerevoli lifting degli ultimi anni non si sia affrontato il problema alla radice, ma ci si sia limitati a dar fiato ad un sistema che è rimasto comunque insostenibile. Nei rari momenti in cui qualcuno, nei palazzi che contano, vuole comportarsi da statista, si parla della necessità delle riforme per il futuro. Nei periodi bui, come l’attuale, quando anche pensare a cosa succederà tra un anno sembra un eccesso di lungimiranza, le pensioni tornano nel dimenticatoio. Intanto, però la popolazione continua ad invecchiare, e il sistema pensionistico, se è insostenibile oggi, lo sarà ancora di più domani, se non si farà nulla.
L’aumento dell’età minima per il pensionamento, affinché questa sia coerente con le accresciute speranze di vita, è un obiettivo di primaria importanza. Ma, in prospettiva, il cuore del problema è un altro. L’aspetto più importante di un sistema pensionistico è cosa fare con i contributi, e qui esistono due tipi di sistemi possibili: un sistema in cui i contributi odierni vanno a pagare le pensioni odierne (poco importa che si tratti di un meccanismo retributivo, basato sull’anzianità di servizio o contributivo, basato sull’ammontare dei contributi versati) ed un sistema in cui i contributi odierni vengono investiti nei mercati finanziari per pagare le pensioni future. Nel primo caso, come accade oggi, i giovani in attività pagano la pensione agli anziani. Nel secondo caso, ognuno si costruisce il proprio gruzzoletto. Questa distinzione ha conseguenze importanti per la crescita economica, per la produttività dei lavoratori e per il livello futuro dei salari.
In un sistema del primo tipo, i “risparmi” necessari ad andare in pensione non finanziano investimenti, o almeno lo fanno solo in parte, perché i contributi finiscono direttamente nelle tasche dei pensionati, e probabilmente andranno quindi ad aumentare i consumi e non gli investimenti. Nel secondo sistema, chiamato “a capitalizzazione”, i contributi liberano risorse che quindi possono essere impiegate per investimenti: infrastrutture, educazione, impianti, ricerca. Questi investimenti stimoleranno la crescita economica e garantiranno maggiore produttività futura: passare da un sistema del primo ad un sistema del secondo tipo significa creare una massa di risparmi da investire nel sistema economico, finanziare la crescita, e pagare le pensioni future: l’innalzamento dell’età pensionabile, di cui si è tornato a parlare grazie all’intervento della Marcegaglia, può essere un modo per innescare questo processo virtuoso.
Ciò richiede però due condizioni: che ci siano mercati finanziari efficienti, e che queste risorse finiscano nella “economia reale”. Pensiamo al sistema finanziario attuale: come fare a risparmiare per la pensione se i tassi di rendimento reale sono negativi, e se i “capital gains” sono spesso solo il frutto di bolle speculative, azionarie o immobiliari? Un sistema pensionistico sostenibile richiede un’architettura finanziaria e monetaria robusta ed efficiente, non le follie di un Greenspan o di un Bernanke. Questa non è una novità: le inflazioni belliche distrussero patrimoni e spinsero sul lastrico moltissime persone (“l’eutanasia del rentier” difesa da Keynes).
Proviamo inoltre ad immaginare cosa significhi investire in Italia: perché investire in un paese strangolato da innumerevoli leggi e regolamentazioni, con un sistema finanziario macchinoso e poco sviluppato (cosa che ci ha forse salvati dalla crisi finanziaria, almeno in parte, ma che ha frenato la crescita per decenni: e la prima cosa non può compensare la seconda, nel lungo termine), dove intere regioni sono in mano alla criminalità organizzata, e dove l’unica certezza del diritto sono i lunghissimi ritardi nelle cause civili? “Investire, arricchirsi, ottenere una rendita” è un ragionamento che vale se l’economia è in grado di crescere e di generare ricchezza, non in un paese caratterizzato da gravissime inefficienze.
In definitiva: le pensioni sono probabilmente la questione politica più importante, insieme probabilmente alla crisi demografica, che occorre affrontare. Nel lungo termine, le crisi economiche sono solo rumore, e quando il sistema pensionistico si rivelerà insostenibile, sarà ormai troppo tardi per affrontare la questione. Le riforme si devono fare oggi, e l’innalzamento dell’età pensionabile può essere una leva importante per permettere il graduale passaggio verso un sistema a capitalizzazione. Con le risorse risparmiate, infatti, si potrebbe da un lato riequilibrare la spesa sociale (oggi sbilanciata sulle pensioni a discapito delle altre funzioni del welfare), dall’altro finanziare la “fuoriuscita” di una quota dei contributi (magari dei lavoratori più giovani) dal sistema contributivo verso un meccanismo a capitalizzazione.
Sarebbe un modo per spostare risorse verso gli investimenti. Non è la soluzione a tutti i problemi, ed è solo un pezzo di un complesso puzzle di riforme necessarie per far uscire il paese dalla palude: uno solo dei tanti, ma comunque un pezzo necessario.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

One Response to “Pensioni: riformare per crescere”

  1. valentina ha detto:

    non sono daccordo con la riforma

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