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La crisi non è una notte oscura in cui tutte le vacche sono nere

Testo dell’intervento pronunciato il 18 maggio 2009 alla Camera dei Deputati da Giuliano Cazzola, per illustrare la mozione 1-00180 (Cicchitto e altri), sulla crisi economica internazionale e sulle misure atte a rilanciare la crescita economica in Italia –

Intervenendo per illustrare la Mozione a firma “Cicchitto ed altri” vorrei innanzi tutto ringraziare l’on. Dario Franceschini le cui mozioni, a cadenza settimanale, sono non solo di stimolo alla maggioranza nel ricercare adeguate risposte, ma al dunque finiscono anche per confermare le nostre convinzioni sulla validità del lavoro che abbiamo svolto.
Viene naturale, infatti, Presidente, alla maggioranza di rispondere alle critiche dell’opposizione ricordando le cose che sono state fatte.
Grazie a questa ricostruzione della linea di condotta del Governo e della maggioranza a cui ci induce lo zelo dell’on. Franceschini, noi riusciamo a superare i dubbi (chi non ne ha, Presidente !) e a convincerci che – pur con tutti i limiti – abbiamo fatto ciò che era possibile e comunque meglio di quanto avrebbe operato, al nostro posto, l’opposizione.
Ma, come insegnano gli antichi maestri, nel confronto politico è sempre bene partire dall’analisi, perché da analisi differenti discendono anche scelte politiche altrettanto differenti. Se poi le analisi sono sbagliate anche le misure adottate risultano inadeguate alla concreta situazione.

Noi non siamo ottimisti faciloni. L’incipit della Mozione Cicchitto non nasconde la gravità della crisi internazionale nè le sue ricadute sull’economia del nostro Paese.
Vengono infatti ricordati i più recenti dati dell’Istat riguardanti l’indice della produzione industriale del mese di marzo 2009 che hanno segnalato una diminuzione del 4,6% rispetto al mese precedente nonché una variazione congiunturale della media degli ultimi tre mesi rispetto a quella dei tre mesi immediatamente precedenti pari a meno 9,8%; dati sicuramente critici che si muovono nel contesto di una secca caduta del Pil, nel primo trimestre dell’anno in corso, riguardante tutta l’Eurozona.
Ma come afferma un grande scrittore italiano è compito della politica saper distinguere nell’Inferno ciò che Inferno non è. E’ nostro dovere, cioè, cogliere i primi segnali, ancora tenui ed incerti, del cambiamento per incoraggiarne il rafforzamento con interventi adeguati, concentrando su di essi le risorse disponibili, anziché restare confinati nella solita rappresentazione di una notte oscura in cui tutte le vacche sono nere.

La principale critica che l’opposizione rivolge da mesi al Governo è quella di aver investito troppo poco per contrastare la crisi. Anche nei giorni scorsi l’on. Bersani ha evocato, al solito, quella manovra da un punto di Pil che, a suo avviso, avrebbe consentito di fronteggiare meglio la crisi.
E’ il consueto invito a fare di più che viene rivolto dall’on.Franceschini ovunque si rechi a fare campagna elettorale. Magari dimenticando di ricordare agli agricoltori della Valle Padana la legge votata dal Parlamento con il contributo delle opposizioni.
Eppure l’opposizione non può non avere presente il quadro preoccupante della finanza pubblica per quanto riguarda sia il debito pubblico, sia il disavanzo previsto per il 2009. Sia, purtroppo, il peso crescente della spesa pubblica sul Pil. E’ un quadro fortemente debilitato in seguito alla crisi finanziaria ed economica che ha inciso sulle entrate fiscali (nonostante i successi nella lotta all’evasione) e che ha richiesto impegni di finanza pubblica superiori – per comprensibili motivi di politiche di sostegno alla famiglie e alle imprese – a quelli che erano prevedibili l’estate scorsa quando il Governo decise di anticipare la manovra di bilancio.
Quale sarebbe adesso la situazione della finanza pubblica se il Governo avesse accolto i suggerimenti di chi proponeva di lasciarsi alle spalle il rigore, i parametri e i saldi ? Per rispondere a questa domanda basta guardarsi attorno in Europa e nel mondo sviluppato e pesare i deficit dei bilanci di altri Paesi, i quali hanno comunque un vantaggio nei nostri confronti: quello di un livello del debito pubblico inferiore e più controllabile del nostro.

A tali considerazioni l’opposizione potrebbe replicare che, se si fossero investite risorse per un punto di Pil, si sarebbe stimolata l’economia e che da queste migliori performance sarebbe derivato anche un quadro meno fosco di finanza pubblica.
Il fatto è che di tutto ciò non esiste prova, anche perché la situazione dei Paesi che hanno varato programmi più “pesanti” (quanto a risorse impiegate) del nostro non se la passano meglio di noi per quanto riguarda sia le performance dell’economia, della produzione industriale, sia i tassi di occupazione e disoccupazione. Quanto alla specificità del settore manifatturiero è veramente singolare che nella mozione del Pd non trovi adeguato spazio il caso Fiat, che è la dimostrazione più evidente delle potenzialità del nostro apparato manifatturiero. Non può essere condannato, infatti, ad un inesorabile declino un sistema produttivo la cui leadership ha la forza e l’audacia di impegnarsi in un’operazione di internazionalizzazione tanto brillante e innovativa.

A qualche cosa sarà pure servito il “pacchetto” sui settori in crisi varate dal Governo se, calcolando l’Unione europea a 27 (compresi i nuovi stati membri), Fiat Group Automobiles ha immatricolato ad aprile 121.671 vetture nuove, segnando un rialzo del 4,7% rispetto ad un anno fa. In Europa occidentale, il solo marchio Fiat ha immatricolato il mese scorso 94.836 unita’, in aumento del 5,7% rispetto ad aprile 2008. Il marchio Lancia scende dell’1,2% (a 10.769 unita’) e Alfa Romeo avanza del 5%, a 10.043 unita’.
Sappiamo bene che l’operazione Fiat-Chrysler-Opel può comportare dei problemi in Italia; problemi di cui il Governo (che fino ad ora ha fatto bene a non intromettersi) è pienamente consapevole e pronto a fare la sua parte come hanno dichiarato i ministri Sacconi e Scajola.
Pensiamo però che sia un errore di prospettiva lamentarsi di una Fiat che può diventare “grande nel mondo” e “piccola in Italia”.
In futuro, le aziende produttrici di automobili, nel mondo, si ridurranno, al massimo, al numero delle dita di una mano. E si aprirà quindi una dura lotta per la sopravvivenza che avrà come condizione necessaria il recupero di competitività.
Ormai non è più soltanto una questione di costi, ma anche di qualità del prodotto. Ed è sulla qualità ecologica del prodotto che la Fiat ha vinto la sfida che gli ha consentito di valicare non solo le Alpi (come diceva l’Avvocato), ma anche l’Oceano.
Non sarà mai possibile infatti avere – in paesi come l’India e la Cina – una diffusione dell’auto paragonabile a quella esistente negli Usa e in Europa senza compiere quel salto tecnologico in grado di rendere compatibile lo sviluppo della motorizzazione e la salvaguardia dell’ambiente.
I (pochi) colossi di un futuro ormai prossimo potranno reggere la sfida ad alcune precise condizioni, la più importante delle quali risiede nella piena valorizzazione della dimensione multinazionale delle imprese.

In sostanza, le grandi holding dell’auto del futuro dovranno avere stabilimenti nelle aree strategiche del mondo, laddove è attesa un’esplosione dei mercati.

Prima ancora che una comprensibile esigenza di disponibilità delle reti commerciali e dei trasporti, resta decisivo un problema di costi concorrenti.
Nell’industria dell’auto il costo del lavoro continua ad avere un rilievo determinante nella battaglia per la competitività sui mercati internazionali. Delocalizzare non significa – necessariamente e sempre – privare del lavoro gli operai italiani o francesi o tedeschi, ma poter applicare ai lavoratori dell’Europa benestante dei contratti di lavoro e dei sistemi di welfare che altrimenti sarebbero insostenibili. In sostanza, possiamo permetterci le nostre condizioni di lavoro e di vita soltanto perché in altre parti del mondo vi sono lavoratori che producono per le nostre imprese a costi più ridotti.
E’ normale che il settore manifatturiero si sposti continuamente alla ricerca di condizioni più vantaggiose nell’utilizzo della forza lavoro.
Tanto più che la manodopera dei paesi in via di sviluppo presenta parecchie convenienze: è giovane, conosce l’inglese, ha voglia di lavorare e, se può farlo in patria senza dover emigrare, è ancora più contenta.

Nei paesi occidentali resteranno le “intelligenze strategiche” dei grandi gruppi. E se così sarà quale migliore ubicazione può trovare un’impresa leader mondiale del settore dell’auto se non a Detroit e nel cuore della Germania ?
Ecco perché è sbagliato lo slogan della manifestazione sindacale di sabato: “Da Nord a Sud la Fiat cresce solo con noi”. Purtroppo o per fortuna, è vero il contrario. Fermo restando che delle soluzioni andranno trovate per gli stabilimenti italiani a rischio, una Fiat che si “chiudesse in casa” sarebbe condannata, in breve, a ripiombare nella situazione pre-fallimentare in cui versava soltanto pochi anni or sono. E’ vero allora che non può esservi una Fiat grande in Italia e piccola nel mondo perché una Fiat prevalentemente italiana non sarebbe competitiva.
Tutti affermiamo che da questa crisi usciremo diversi, poi ci spaventiamo quando siamo messi alla prova da una delle più importanti operazioni di politica industriale di questo scorcio di secolo.

E’ il momento, però, di tornare alle proposte contenute nella Mozione “Cicchitto ed altri” sulle quali il Pdl chiederà l’impegno del Governo. La loro principale caratteristica è quella di muoversi all’interno di un complesso quadro di riferimento normativo già predisposto ed operante grazie all’attività legislativa di questo primo anno di legislatura.

L’impegno del Governo e delle Regioni nel finanziamento della cassa integrazione in deroga (estesa cioè ai settori che ne sono privi, secondo criteri di flessibilità) ha consentito, fino ad ora, di difendere tanto l’occupazione quanto le imprese, che hanno avuto la possibilità di valutare la situazione e considerarne l’evoluzione, prima di procedere a decisioni definitive.

L’estensione, per la prima volta, della cassa integrazione in deroga alle piccole imprese da parte del Governo ha contribuito in modo sostanziale a valorizzare lo sforzo di tenuta dei livelli occupazionali sostenuto dai micro e piccoli imprenditori italiani.

Le misure di deregolazione e di semplificazione adottate dal Governo nel corso del 2008 hanno agevolato l’attività ordinaria delle imprese.

Vi è un contesto più rassicurante per quanto riguarda il credito e la fornitura di energia.

In tale ambito il Governo è invitato a promuovere, unitamente alle istituzioni locali e alle parti sociali delle conferenze di settore e/o di distretto industriale allo scopo di individuare degli specifici “programmi di risanamento e sviluppo” in grado affrontare i nodi della crisi con ogni possibile misura di contenimento e di ripresa. E a recepire integralmente, per primo in Europa, le indicazioni suggerite agli Stati Membri dell’Unione Europea dallo Small Business Act e a realizzare al più presto gli impegni previsti dalla Risoluzione approvata dalla X Commissione.

Il Governo è altresì invitato ad accelerare i pagamenti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle imprese creditrici e a predisporre le misure previste dalla legge per quanto riguarda la certificazione dei crediti suddetti onde consentirne lo sconto da parte degli istituti di credito.

Altre proposte riguardano gli investimenti e le infrastrutture. A questo proposito è nota l’intenzione del Governo di adottare il piano casa come intervento di transizione per mettere in moto il settore delle costruzioni (come è emerso nella riunione degli Stati generali del settore) in attesa degli effetti prodotti dalla grandi opere programmate e prima ancora dalla ricostruzione delle aree terremotate dell’Abruzzo.

Di questo piano – tuttora oggetto di confronto con le Regioni – si è detto di tutto. Fino a prendere atto – almeno ce l’auguriamo – delle stime del Cresme: se arriverà al traguardo il piano stimolerà investimenti aggiuntivi per 42 miliardi tra il 2009 e il 2012 e l’edilizia abitativa crescerà l’anno venuto del 27%.

Concludo, Presidente, rinviando alla lettura della Mozione che ho illustrato. Credo che tra le nostre proposte e quelle della Mozione Franceschini non ci sia una differenza incolmabile e mi auguro che il Governo possa tenerne conto.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

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