Il “semi-bipartitismo” italiano si è costruito per via del tutto politica, malgrado e non grazie alle regole dell’attuale legge elettorale. Le scelte compiute da Pdl e Pd nel 2008 hanno infatti eccezionalmente consentito di giocare la partita del voto secondo regole diverse e migliori di quelle che, in teoria, l’attuale legge avrebbe offerto ai partiti e agli elettori.
I referendum elettorali che si terranno il prossimo 21 giugno rendono possibile consolidare dal punto di vista normativo una dinamica politica bipolare e, in prospettiva, bipartitica, che gli elettori hanno dimostrato di apprezzare, ma che è oggettivamente minacciata da norme elettorali che non ne impediscono, ma al contrario ne favoriscono il “sabotaggio”.
Per il Pdl il sì ai referendum dovrebbe essere una scelta naturale, inscritta nello stesso processo che ha portato alla costituzione di un grande partito a vocazione maggioritaria e coerente con l’ambizione di realizzare un compiuto disegno di riforma delle istituzioni e della Costituzione.
Le democrazie moderne, in tutti i paesi avanzati, si reggono su grandi partiti, su sistemi politici competitivi e su un assetto istituzionale efficiente. Si tratta di condizioni indispensabili per l’esercizio di un’effettiva responsabilità di governo e d’opposizione. A servire questi obiettivi di modernizzazione politica non può quindi essere una legge elettorale, come quella attuale, che consente la formazione di coalizioni omnibus, favorisce la frammentazione e non l’aggregazione partitica, e assicura l’accesso alla rappresentanza parlamentare anche a formazioni che raccolgano meno dell’1% dei voti.
L’approvazione dei referendum elettorali non impedirebbe, in seguito, l’adozione di misure utili a razionalizzarne l’esito, senza contraddirne il significato. La vanificazione dei referendum, al contrario, pregiudicherebbe per molto tempo la possibilità di riformare la legge elettorale.
Se la vittoria dei sì stabilizzerebbe il quadro politico, in molti pensano che rischierebbe però di destabilizzare la compagine di maggioranza.  Sono chiare le ragioni e i timori della Lega e altrettanto evidente è il rischio che la minaccia di una possibile crisi  di governo porti il Pdl ad allinearsi, implicitamente o esplicitamente, alla strategia astensionista. Siamo però fiduciosi, dopo l’annuncio del voto favorevole da parte del Presidente del Consiglio, che la risposta del Pdl possa essere diversa e rilanci nei confronti della Lega una vera sfida politica: non per far saltare l’accordo di coalizione, ma per assicurarne un’evoluzione coerente con le esigenze di modernizzazione del nostro sistema elettorale.
Non mancano soluzioni che permetterebbero, anche dopo la vittoria dei sì, di consolidare in modo stabile l’alleanza fra Lega e Pdl, senza rischiare che le spinte centrifughe dovute alla legge elettorale nel medio periodo abbiano la meglio sulle ragioni politiche, sociali, culturali ed economiche che, da quasi un decennio, hanno portato ad una alleanza organica tra Lega e Pdl. Un accordo è possibile, se entrambi gli interlocutori si dimostreranno disponibili a cercarlo.
Per queste ragioni, riteniamo che il Pdl dovrebbe profondere un deciso impegno a favore del sì ai prossimi referendum elettorali. Ciò, con ogni evidenza, non metterebbe in discussione né pregiudicherebbe per gli elettori e i dirigenti del Pdl la libertà di fare una scelta diversa e altrettanto legittima. Ma non pensiamo che il più grande partito italiano possa sottrarsi alla responsabilità di dare un’indicazione esplicita su referendum, la cui approvazione offrirebbe un contributo decisivo alla realizzazione del progetto politico che esso propone al Paese.

Questo intervento è pubblicato in contemporanea su Ffwebmagazine e Libertiamo.it, in vista dell’incontro organizzato dai due periodici per sabato 23 maggio 2009 a Roma, alle ore 10.30, presso la sala conferenze dell’Opinione di via del Corso 117. Interverranno: Adolfo Urso, Benedetto Della Vedova, Antonio Martino e Giovanni Guzzetta. Modera: Arturo Diaconale, direttore de l’Opinione.20 maggio 2009