Salari: male non è peggio, ma è sempre male

Dibattito surreale. Come ogni anno, la pubblicazione del rapporto Ocse Taxing Wages scatena il dibattito sui bassi salari degli italiani. Tempistica e dinamica sono sempre le stesse, l’opposizione attacca la maggioranza, il governo in carica accusa quelli precedenti e promette grandi azioni per il futuro, i sindacati sciorinano cifre che testimonierebbero l’esproprio consumato ai danni dei lavoratori.
Il tutto frullato nella quotidianità, come se i dati del rapporto fossero la conseguenza di quanto ha deliberato l’ultimo Consiglio dei Ministri e non siano, come sono, relativi all’anno precedente (il rapporto del 2009 si riferisce al 2007/2008, quello del 2008 al 2006/2007 e così via).
Un dibattito surreale e surrealmente uguale a sé stesso, anno dopo anno, per colpa di una stampa approssimativa e di una politica evanescente nei fatti e caciarona nei discorsi.

Errore lessicale. Come si legge in questo documentato articolo su DestraLab, c’è anzitutto un errore lessicale. Si dice: “sempre peggio i salari italiani”, ma è sbagliato. In realtà, va male ma non va peggio, anzi nell’ultimo rapporto le cose vanno addirittura un po’ meglio rispetto a quello passato.
Se il salario medio italiano nel periodo 2006/2007 era pari al 75 per cento del valore medio dell’Europa a 15, nel 2007/2008 è salito al 77 per cento. Calcolatrice alla mano, dalle tabelle dell’Ocse notiamo come nell’ultimo anno il costo del lavoro in Italia sia aumentato dell’8,8 per cento, in Germania solo del 3,5, nel Regno Unito dello 0,2, mentre negli Stati Uniti è addirittura calato dello 0,6 per cento (in questi numeri si legge, tra l’altro, la maggiore adattabilità del sistema salariale anglosassone alla contrazione della domanda).
Aumenta il costo del lavoro, ma contestualmente aumenta anche il cuneo fiscale e contributivo, che passa dal 45,9 per cento al 46,5. E così l’aumento dei salari netti è meno robusto di quello del costo del lavoro. Meno robusto ma c’è, come pure ha stimato l’Istat, per il quale i salari del 2008 sono cresciuti del 3,8 per cento rispetto al 2007, più dei prezzi al consumo.
Insomma, le cose non vanno “peggio”, vanno male come sempre.

Proposta leghista. All’Ocse, ma anche all’Eurostat, all’Istat ed altri istituti di ricerca e statistica, il governo dovrebbe chiedere che l’Italia non sia più considerata come un unico Paese, ma come due distinte entità. Sui confini ai fini statistici dell’una o dell’altra entità potremmo accordarci, ma le differenze tra Nord e Sud sono troppo marcate e profonde perché la media italiana possa avere un valore davvero descrittivo della realtà. Venuta meno la finzione statistica, probabilmente avremmo più chance di far cadere la perniciosa finzione giuridica del contratto collettivo nazionale. Da questo punto di vista, il recente accordo sulla contrattazione va nella giusta direzione, seppure in modo ancora timido.
Insomma, anziché appaltare alla Lega l’agenda politica sull’immigrazione, sarebbe meglio seguire Bossi sul tema della differenziazione salariale per territori.

Donne e immigrati. In un brillante lavoro di Valentina Adorno, Andrea Ichino e Giovanni Pica, scopriamo che l’andamento del salario reale medio è fortemente condizionato dai cambiamenti che avvengono nella composizione della forza lavoro: negli ultimi venti anni, l’aumento dell’occupazione femminile e l’ingresso nel mercato del lavoro italiano di centinaia di migliaia e poi di milioni di lavoratori stranieri poco qualificati hanno avuto un effetto calmierante sui salari.
Più che stracciarsi le veste per i dati sul salario medio, faremmo bene ad analizzare queste diverse componenti. Per le donne, pesa il maggior ricorso al part-time, amplificato in Italia dalla carenza di servizi per la maternità e l’infanzia. Rispetto agli immigrati, va sottolineata l’assenza di una politica dell’immigrazione capace di attrarre nel nostro Paese lavoratori qualificati. “Più che le leggi Treu e Biagi – scrivono Adorno, Ichino e Pica – potrebbero essere le leggi Martelli, Turco-Napolitano e Bossi-Fini ad aver influenzato maggiormente l’andamento della retribuzione media, attraverso il loro effetto sulla composizione dei flussi migratori e sul potere di negoziazione degli stranieri”.

Banalità. E’ inutile andare a caccia degli untori: i salari italiani sono bassi perché la produttività è bassa. Fieramente impegnati ad elogiare il sano capitalismo bancario italiano, sparagnino e solido, alcuni si sono dimenticati che l’altra faccia della medaglia – negli ultimi dieci anni – è stata la crescita zero. Passata la crisi, è assai probabile che l’Italia riprenderà la sua marcia da tartaruga in un mondo che tornerà a crescere e a far salire i salari. Le soluzioni per evitare la deriva? Sempre, sempre, sempre le stesse. Riduzione delle tasse sul reddito, liberalizzazioni, investimenti in ricerca, contrattazione aziendale, welfare-to-work. Non cambia mai nulla, perché dovrebbero cambiare le soluzioni?


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

2 Responses to “Salari: male non è peggio, ma è sempre male”

  1. Giovanni Lusini ha detto:

    Bisogna abbassare subito le tasse sul lavoro, Berlusconi promette meno tasse da dieci anni!!!

  2. Andrea de Liberato ha detto:

    Ciao Piercamillo, davvero un ottimo articolo… Sarebbe proprio l’ora di partire col welfare-to-work, i fondi per la cassa integrazione si stanno impennando e, così come sono, rappresentano un puro e semplice costo per le casse pubbliche, senza che si riesca a coglierne i vantaggi che il welfare-to-work porterebbe.

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