Protezionismo, stupidità e populismo

Recessione chiama protezionismo.
In giro per il mondo, e soprattutto negli Stati Uniti obamiani scossi dalla crisi economica, cresce la domanda di protezionismo, ma soprattutto aumenta la tentazione della politica di assecondarne il sentimento. Proprio ora che avremmo bisogno dell’abbattimento delle barriere e di un ciclo di liberalizzazione economica per incoraggiare la ripresa economica e l’uscita dalla crisi, dal centro del grande impero dell’integrazione, dell’apertura e della libertà di scelta, rischia di arrivare un segnale cupo di miope irresponsabilità degno della peggiore Europa ante-guerra.

Protezionismo chiama protezionismo.
Pochi credono ad un ritorno ai dazi punitivi della Grande Depressione, ma in tanti temono che possa avvenire su scala globale ciò che una decina di anni fa è accaduto durante la crisi del sud-est asiatico, quando alcuni paesi dell’area risposero alla recessione con misure protettive e i paesi più avanzati reagirono inasprendo le norme anti-dumping. Questa volta potrebbe essere anche peggio: India e Russia hanno già alzato alcune barriere regolatorie, il numero di contenziosi anti-dumping cresce costantemente, in giro per gli Stati Uniti amministrazioni statali e locali chiedono a fornitori canadesi di sottoscrivere l’impegno ad utilizzare solo materiale made in USA. E le reazioni non tardano ad arrivare: in teoria dei giochi si parla di “tit for tat”, colpetto per colpetto. In pochi mesi, si rischia di vanificare uno straordinario processo pluridecennale di sempre maggiore apertura e condivisione del benessere.

Interventismo chiama protezionismo e viceversa.
La Banca Mondiale ha recentemente evidenziato che 17 dei 20 membri del G-20 hanno adottato misure restrittive sul commercio, nonostante i proclami di difesa del libero scambio lanciati duranti gli incontri ufficiali del gruppo. Più che di dazi, in particolare, il nuovo protezionismo pare vivere di regulation: standard sanitari e di sicurezza, barriere tecniche, licenze, requisiti di ogni genere. E poi, aiuti di Stato condizionati al rispetto della “nazionalità”.

Protezionismo, stupidità e populismo.
Il principio del “buy American” porta il protezionismo nel cuore del mondo libero. Per salvare o creare qualche migliaio di posti di lavoro, gli Stati Uniti innescano la miccia di una guerra commerciale estremamente pericolosa e stupida proprio dal punto di vista occupazionale: come hanno calcolato gli analisti del Peterson Institute for International Economics, per ogni punto percentuale in meno di esportazioni, gli Stati Uniti rischiano 6500 posti di lavoro.
Il protezionismo, dicevamo, è una costante dei regimi autoritari. Oggi in Occidente non c’è fascismo, nazismo o comunismo, ma c’è un “ismo” spettrale altrettanto letale che si aggira per il mondo: il populismo.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

One Response to “Protezionismo, stupidità e populismo”

  1. Neo-Machiavelli ha detto:

    Il futuro diventa sempre più globale. Ha bisogno di un governo globale per quello che è globale, rispetto del locale e globale che produce più benefici che danni, intelligenza e buon senso per conoscere le diferenze.

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