No alle quote rosa, sì al mercato, anche nella politica

– Se sulla maggior parte delle questioni politiche il PDL è attento nel rivendicare l’alterità del proprio approccio rispetto a quello della sinistra, vi sono alcune issues in cui ha un evidente ritardo nell’affermazione di un’elaborazione politica autonoma.
Tale ritardo fa sì che i politici di centro-destra siano portati a ritenere che su certe questioni le soluzioni “di sinistra” siano le uniche possibili, con la conseguenza che negli ambiti in questione non si assiste ad una competizione tra ricette alternative, bensì solamente sul modo più efficace di implementare la medesima ricetta.
Le cosiddette “politiche per le pari opportunità” rappresentano un esempio molto significativo in questo senso, se è vero che tra i ranghi del centro-destra si rincorrono parole d’ordine quali “quote rosa” e “azioni positive” indistinguibili da quelle che potremmo ascoltare nel Partito Democratico o persino nella sinistra radicale.

Questo “femminismo statalista” di fatto altro non è se non un’applicazione delle classiche tesi socialiste alla questione di genere – è l’idea che le donne rappresentino nel loro complesso una classe subordinata e che lo Stato abbia il dovere di intervenire per correggere gli squilibri sociali che ciò determina.

La posizione a favore delle quote e delle cosiddette affirmative actions può in vero essere sottoposta a diversi tipi di critica.
Innanzitutto essa riposa su una prospettiva intrinsecamente anti-individualista, in quanto prevede che  una persona sia classificata in primo luogo sulla base alla sua identità di uomo o di donna.
Secondo questa concezione ogni uomo che ricopra una posizione di rilievo in politica o in economia non rappresenta se stesso – e se è un politico i suoi elettori –  bensì rappresenta in modo collettivo “i maschi”.
Di conseguenza se ci sono altri individui di sesso maschile che meritano pure di ricoprire una posizione simile, essi non hanno diritto di accedervi perché “gli uomini sono già rappresentati”.
Una donna invece avrebbe diritto a tale posizione perché, per il proprio genere sessuale, portatrice di un’intrinseca differenza e di una rappresentanza di classe che un uomo non potrebbe assicurare.

Nella pratica quote ed azioni positive sono animate da una visione costruttivista che si fonda sull’assunzione a priori che un certo equilibrio tra i due sessi, in politica come nella sfera economica, sia intrinsecamente migliore di un equilibrio diverso. Tale visione implica necessariamente il fatto che sia lecito ed utile servirsi della politica per implementare un determinato progetto di ingegneria sociale.

La presenza femminile negli organismi politici è effettivamente minoritaria, ma ci sono ottime ragioni per ritenere che ciò non rappresenti un problema in sé, cioè non comporti esiti pratici che determinino una subordinazione giuridica delle donne.
Per comprenderlo è significativo riflettere sui diversi esiti dell’accesso al suffragio della maggioranza nera in Sudafrica nel 1994 e della maggioranza femminile in Italia nel 1946. Nel primo caso ciò ha portato immediatamente ad una parlamento e ad un governo a maggioranza nera, mentre nel secondo non ha condotto neppure nell’arco di sessant’anni ad una maggioranza femminile nei palazzi del potere.
La ragione evidente è che se c’era un palese gap di rappresentanza tra la maggioranza nera e la classe politica bianca al potere, non c’è nessun vero gap di rappresentanza tra la maggioranza femminile e la classe politica maschile.
In effetti il voto di uomini e donne è mosso da fattori assolutamente diversi rispetto alla caratterizzazione di genere. La varianza delle preferenze elettorali in base al sesso in Italia è drasticamente inferiore ad esempio rispetto a quella riferita al tipo di attività svolta dal principale percettore di reddito in una famiglia.
Non esiste alcun “bipolarismo sessuale” ed ipotizzare un modello politico in cui gli uomini rappresentano gli uomini e le donne rappresentano le donne appare una costruzione artificiale e per molti versi pretestuosa.
E’ un dato di fatto, peraltro, che gli interessi delle donne sono tutelate dalla classe politica prevalentemente maschile persino meglio di come siano tutelati quelli degli uomini – al punto che in ogni caso in cui lo Stato introduce delle distinzioni di genere nella legislazione o nella prassi applicativa lo fa sistematicamente a favore delle donne (dall’età pensionabile alla prassi su alimenti e affidamenti, dalle azioni positive alle norme sulle detenute madri, etc.).
Questo contribuisce a far sì che l’interesse femminile per un impegno diretto in politica resti limitato, cosa che si misura non solamente nel numero di donne in parlamento, ma più significativamente nella presenza minoritaria delle donne nell’attivismo politico di base, anche laddove non esista alcuna forma di barriera all’ingresso – basti pensare all’impegno politico telematico (blog, forum, Facebook, etc.).

Il “velinismo” tanto deprecato in queste settimane altro non è in realtà se non cooptazione di donne per rispondere a determinati equilibri di genere nelle liste (almeno il 30% delle candidature nelle liste per le europee deve essere femminile).
Le quote rosa non sono quindi un antidoto al velinismo ma ne sono semmai l’istituzionalizzazione, in quanto impongono che in parlamento debbano per forza sedere donne che non sarebbero mai scelte dai cittadini in uno scenario di libera competizione.
L’alternativa al velinismo è il libero mercato della politica.
Quello che serve all’Italia è riaprire per tutti, uomini e donne, l’accesso alla politica, attraverso meccanismi trasparenti e democratici di selezione delle candidature. Occorre passare da un sistema in cui le liste sono composte da un’oligarchia applicando un qualche criterio dall’alto di equilibrio tra i sessi, ad un sistema in cui le liste sono composte dal basso attraverso vere primarie competitive – nelle quali le donne che vogliono fare politica debbano essere pronte ad accettare un competizione in campo aperto con i candidati maschi. Senza sconti.

Se l’idea di quote rose in politica rappresenta un vulnus al concetto di neutralità dello Stato rispetto ai suoi cittadini, l’idea di quote rosa applicate alla sfera produttiva è in totale contrasto con i principi  economici e morali del liberalismo.
Da un lato le quote rosa rappresenterebbero un’insostenibile discriminazione di Stato nei confronti di tanti uomini che potrebbero vedersi privati in modo arbitrario di quanto il mercato sarebbe loro disposto a riconoscere.
Dall’altro rappresenterebbe una chiara violazione della libertà di associazione e della libertà di contratto. Si tratterebbe, infatti, di impedire a dei soggetti economici di scegliere con chi associarsi in un rapporto di mercato, cioè con chi condurre affari.

I rapporti economici tra le persone devono essere liberi ed un datore di lavoro deve avere il diritto di scegliere chi vuole assumere, sulla base di criteri soggettivi, così come ciascuno di noi può decidere da quale fornaio comprare il pane – fosse pure sulla base di un criterio puramente arbitrario.

L’attuale configurazione del mercato del lavoro che vede una maggiore presenza maschile in posizioni di responsabilità non rappresenta il frutto di una qualche congiura maschilista, ma è l’esito complessivo di una vastità di scelte individuali e decentrate.
Varrebbe la pena, in ogni caso, di notare che gli uomini sono anche la maggioranza in quasi tutti i lavori “peggiori” e spesso più “mortali”,  dal minatore all’operaio dell’acciaieria, dal manovale all’autotrasportatore – ma qui le femministe non sono altrettanto solerti nel battersi per la parità.

Peraltro il sociologo Warren Farell nel libro “Why Men Earn More” spiega bene le ragioni per le quali gli uomini hanno più successo nel mondo del lavoro.
Gli uomini, secondo Farrell, sono pronti a svolgere attività rischiose e in ambienti poco gradevoli; sono disponibili a ricoprire posti di lavoro più instabili, ad accettare trasferimenti o a trasferirsi essi stessi alla ricerca di lavori più soddisfacenti.
Gli uomini fanno mediamente meno assenze sul lavoro e sono più frequentemente disponibili a lavorare più a lungo dello stretto necessario (magari anche la sera o i festivi), la qual cosa non solamente si traduce in “più ore, più soldi”, ma aumenta le occasioni di “socializzazione professionale” aprendo così la porta a lavori di maggior prestigio e responsabilità.
Dal canto loro le donne sono mediamente meno disponibili a fare straordinari o a lavorare in orari disagevoli,  sono meno disponibili ad accettare trasferimenti, sono coloro che – al di là del periodo di maternità obbligatoria – fruiscono più frequentemente dei periodi di congedo parentale, sono più portate a fare assenze occasionali (magari per l’assistenza di figli o altri familiari).
Non va sottovalutato anche il fatto che al momento dell’università i ragazzi tendono a scegliere itinerari di studio magari più impegnativi, ma anche più promettenti dal punto di vista delle future opportunità professionali, mentre le ragazze troppo spesso tendono a scegliere percorsi formativi sostanzialmente scorrelati con le esigenze del mercato.

E’ chiaro che il fatto che gli uomini siano mediamente più focalizzati sul lavoro e sulle prospettive di carriera – offrendo così performance competitive su task critici – contribuisce a creare una reputazione di affidabilità e di solidità per il lavoratore uomo.

I datori di lavoro o i responsabili delle risorse umane che si trovano a decidere su un’assunzione o di una promozione devono operare una scelta che – come tutte le scelte umane – deve essere presa in presenza di informazioni incomplete. Nessuno infatti ha una sfera di cristallo che gli consenta di conoscere come si muoverà in futuro il lavoratore.
Devono quindi scegliere, oltre che sulla base della limitata conoscenza del candidato, anche in virtù di considerazioni statistico/probabilistiche.
E’ chiaro che la reputazione del sesso di appartenenza del candidato per quel preciso lavoro  non potrà non pesare anch’essa, nello stesso senso in cui peseranno ad esempio la reputazione dell’Università di provenienza oppure il suo aspetto fisico.

Per un certo possibile lavoro è ragionevole che essere un uomo dia più garanzie che essere una donna, avere studiato alla Bocconi più che avere studiato a Camerino, un aspetto curato più che i capelli lunghi e la barba incolta.
E’ possibile che per un lavoro diverso i parametri di giudizio siano diversi – che in una “software house” un giovane con la barba incolta sia ritenuto più estroso e smanettone di un tipo incravattato.
Penalizzare una donna solo per il fatto che è una donna può essere a piacere inelegante, bigotto o politicamente scorretto, ma è una libera scelta economica.
Così come lo è preferire una donna solo per il fatto che è una donna, cosa che pure avviene di frequente in determinati ambiti professionali – lavori legati all’immagine ed alla comunicazione con i clienti e la quasi totalità delle occupazioni che prevedono il contatto con bambini.

Le anime belle che sono pronte ad accusare di “sessismo” chi preferisse un dirigente uomo ad una dirigente donna farebbero bene a domandarsi se lascerebbero volentieri il proprio bambino ad un babysitter uomo di quarant’anni.
La risposta è quasi certamente no. Un uomo sarebbe considerato incapace di fare quel lavoro ed ai più verrebbe persino in mente che potesse trattarsi di un pedofilo.
A maggior ragione quanti lo lascerebbero ad un uomo rumeno?
E’ chiaro che teoricamente quell’uomo rumeno potrebbe essere il miglior babysitter del mondo, ma quale “antisessista”- “antirazzista” lo preferirebbe ad una ragazza italiana?

Pretendere che chi deve decidere su un’assunzione o una promozione non tenga conto a sua volta della miglior reputazione che gli uomini hanno in molte professioni e scelga sulla base di considerazioni di “etica antisessista” anziché sulla base di considerazioni economiche è del tutto illusorio.
Ed allo stesso tempo introdurre l’azione legislativa con l’obiettivo di incentivare l’assunzione o la promozione di donne e quindi – ça va sans dire – disincentivare l’assunzione o la promozione di uomini è illiberale ed al tempo stesso economicamente inefficiente, in quanto forza le aziende verso scelte subottime, diminuendo la competitività complessiva del nostro sistema.

La presenza femminile in ruoli di rilievo si accrescerà solo se nel tempo le donne aumenteranno il proprio potenziale competitivo fino al punto di modificare conseguentemente la percezione generale del loro livello di performance.
In questo senso alcune delle cosiddette “politiche di conciliazione” tra lavoro e impegno familiare pensate per agevolare le donne lavoratrici – come ad esempio il part-time o i congedi parentali – potrebbero avere delle unintended consequences a sfavore della donne, tra cui quella di aumentare la generale percezione di inaffidabilità femminile nel mondo del lavoro.
Molto meglio allora l’esempio del ministro francese Rachida Dati che – tra le critiche feroci delle femministe – si mette subito al lavoro dopo il parto per dare il segnale che anche una donna può garantire la continuità prestazionale necessaria in incarichi di responsabilità.

Le donne interessate alla carriera devono semmai rinegoziare privatamente con il proprio partner la ripartizione delle attività di cura della casa e dei figli, in modo da poter garantire più alti standard lavorativi – fuoriuscendo in questo modo dall’ottica assistenziale secondo la quale deve essere lo Stato a creare loro le condizioni ambientali necessarie per affermarsi in campo professionale.

Alcuni potranno ritenere che le normali dinamiche sociali, lasciate a se stesse, siano troppo lente e che pertanto l’azione politica sia necessaria per affrettare il cambiamento della società.

In realtà è vero il contrario, cioè che la società va molto più veloce della politica.
Negli ultimi sessant’anni i ruoli di genere e la società in generale sono cambiati ad un ritmo impressionante, molto superiore a quello con cui è evoluta l’infrastruttura normativa.
Di fatto si crea sovente una profonda divaricazione tra quest’ultima e gli equilibri nuovi e diversi che si vengono a determinare nelle relazioni umane, al punto che la legge tende ad “accorgersi” dell’innovazione sociale in molti casi con decenni di ritardo.

La condizione femminile di oggi è radicalmente diversa rispetto al passato e le donne dispongono di un ventaglio di opportunità che era sconosciuto alle loro nonne.
L’empowerement femminile è destinato a continuare nella misura in cui le donne si mostreranno all’altezza nei vari ruoli che di volta in volta si trovano a ricoprire.

Pensare, però, di utilizzare l’azione politica per anticipare i mutamenti e per educare la società verso una determinata visione di ciò che è buono e giusto vuol dire preconizzare, non senza qualche connotazione orwelliana, scenari di pianificazione sociale – in cui un’élite politica illuminata decide dall’alto qual è il migliore equilibrio tra uomini e donne nei vari ambiti della famiglia e della vita economica.

Ma la pianificazione – così come ha fallito in economia – fallirà anche nei rapporti tra i generi e sarà solo foriera di arbìtri e di conflittualità.
Certe politiche per le pari opportunità, come quote e azioni positive, sortiscono solamente il risultato di istituzionalizzare una disuguaglianza statica tra i due sessi – disuguaglianza che non sussisterebbe in termini così perentori nell’ambito della normale evoluzione della società che è di per sé un processo fluido.
Di fronte a questi progetti di ingegneria sociale, è molto più saggio e pragmatico scommettere, da liberali, sulla libertà individuale, sulla concorrenza e sul libero contratto.
Lasciamo la questione di genere alle normali dinamiche di mercato e sarà quello che sarà, ovvero quello che nel tempo le libere scelte di tutti gli individui – uomini e donne – determineranno.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

4 Responses to “No alle quote rosa, sì al mercato, anche nella politica”

  1. DM ha detto:

    Darwinismo sociale puro.

  2. bravissimo come sempre, tutto qui.

  3. Gianluca Marco ADAMO ha detto:

    Articolo molto bello, per il quale non riesco a trovare aggettivi per elogiarlo come si deve.
    Peccato che due docenti universitarie donne abbiano scritto cose immonde, illogiche ed illiberali a riguardo, portanto acqua ai peggiori e più autentici maschilismi misogini.
    L’articolo di Marco, da mettere fra i propri link per chiunque utilizzi Facebook o simili, mi ha ricordato per pregevolezza Murray Newton Rothbard nel numero 31 di “Enclave”, rivista edita da Leonardo Facco, di Aprile 2006.
    Con l’invito a conservare in ogni modo l’ottimo articolo commentato adesso, aggiungo quello di acquistare il numero di “Enclave” prima segnalato.
    Un affettuoso saluto ed un abbraccio a Marco Faraci

  4. Edoardo Barsotti ha detto:

    Caro Marco,

    davvero un gran bell’articolo. E hai sempre il pregio di dire cose che penso da anni, ma che tu riesci a dire con una freschezza che purtroppo mi manca.

    Quanto al “darwinismo sociale”, si commenta da solo….

    Una sola cosa: la sinistra radicale sono i Radicali, lasciamo a loro questo bel nome. Quelli che tu (per americanismo forse?) chiami “Sinistra Radicale” chiamali per quello che sono: comunisti.

    A presto.

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