– Alle prossime elezioni provinciali di Lecco sarà presente una lista denominata “Provincia? NO Grazie”: il senso di questa iniziativa, apparentemente paradossale (una lista abolizionista delle provincie alle provinciali?!), si compendia in tre obiettivi:
1. rafforzare la campagna nazionale di soppressione dell’ente inutile per eccellenza, la Provincia; obiettivo presente nel programma elettorale del PdL e ripreso anche nei giorni scorsi dal Presidente Berlusconi;
2. consentire a quei cittadini che annullerebbero la scheda di vedere la propria espressione di voto (che altrimenti assumerebbe un mero valore statistico) politicamente rappresentata;
3. operare, attraverso i nostri eletti, per limitare il più possibile il prelievo forzato di denaro dal portafoglio di quello che Piero Ostellino nel suo recente libro (Lo Stato Canaglia) definisce il cittadino-suddito.
Le provincie sono entrate in Italia con le baionette napoleoniche per esercitare un controllo militare sul territorio e quindi rappresentano fin dall’origine una “longa manus” centralista; nulla a che vedere col federalismo di cui va cianciando una Lega federalista di nome e “poltronista” di fatto.
L’Assemblea Costituente le aveva intese come entità di decentramento amministrativo e solo in extremis l’art. 114 le consacrò come ente politico. Ente divenuto del tutto inutile quando entrarono in funzione le Regioni a statuto ordinario (1970).
A partire da quel momento molti sono stati i tentativi per sopprimere il “mostro”: tutti bloccati dalla casta UPI (Unione Province Italiane)
Ricordiamo alcune definizioni che personaggi illustri hanno dato dell’ente inutile per eccellenza: “Un ente artificiale che può essere soppresso perchè non ha una consistenza naturale come il Comune” (Francesco Crispi); “Un costo esorbitante rispetto ai compiti che hanno” (Ugo La Malfa); “Bisogna tagliare gli enti inutili come le province e le comunità montane” (Silvio Berlusconi)
Abolire le Provincie consentirebbe di risparmiare spese (che crescono a vista d’occhio, così come il numero delle Provincie e dei dipendenti pubblici) e destinare le risorse liberate per ridurre l’insostenibile pressione fiscale.
Le Provincie ci costano la bellezza di circa 17 miliardi di euro l’anno (corrispondenti all’1% del Prodotto Interno Lordo)! Un costo folle per un ente che, come afferma il costituzionalista Augusto Barbera, conta solo “un paio” di competenze: l’edilizia scolastica per gli istituti superiori e quel pezzo di viabilità che l’Anas reputa meno importante. Il resto – prosegue Barbera –  sono “castelli in aria”.
Per il solo fatto di esistere le provincie rappresentano un ulteriore fattore di appesantimento della nostra, già non proprio “efficientissima” e “rapidissima” burocrazia pubblica. Le competenze oggi assegnate alle provincie potrebbero essere agevolmente conferite a strutture di coordinamento sovracomunale (non elettive): enti flessibili di carattere funzionale, più che istituzionale, finalizzati ad affrontare determinati problemi e ad attuare specifiche scelte di policy.
In vista dell’abolizione delle provincie, si potrebbe procedere al loro robusto ridimensionamento, riducendo il numero degli assessorati, procedendo alla completa abolizione delle inutili consulenze esterne, e realizzando una radicale privatizzazione degli enti e delle società partecipate e controllate, secondo procedure trasparenti e competitive.
Questo ci impegniamo a fare, in quel di Lecco. Iniziare a smontare la Provincia, in attesa che “da Roma” qualcuno provveda a rottamarla. E a questo dovrebbero impegnarsi tutti i riformatori di buona volontà, per fare in modo che la prossima tornata elettorale provinciale passi alla storia per essere stata, finalmente, l’ultima.

P.S Una curiosità: perché scriviamo “Provincie” con la “i” nel nostro simbolo? Perché nella versione originale della Carta Costituzionale del 1948, al Titolo V, art. 114, proprio così sta scritto.