– Vi sono due partiti, la Lega e l’Italia dei Valori, che rendono spurio l’inedito bipartitismo italiano. Hanno oggi interessi convergenti e un’evidente strategia comune, quella di impedire che il successo dei referendum perfezioni in chiave bipartitica il funzionamento del sistema elettorale. Per entrambi il vincolo di coalizione rispecchia uno schema ad un tempo competitivo e parassitario. Carroccio e dipietristi esprimono il massimo della concorrenza politica per linee interne, più che esterne alla rispettive compagini e legano le proprie prospettive di successo non allo sfondamento nell’elettorato generale, ma all’erosione del consenso oggi raccolto a sinistra dal Pd e a destra dal Pdl.

A queste somiglianze, dettate dalle esigenze della congiuntura, si sommano però ulteriori e più profonde corrispondenze.

1. La prima è ovviamente legata al carattere “personale” non solo della leadership, ma dell’organizzazione politica interna dei due partiti. Lega e Idv sono one man party, due macchine politiche il cui funzionamento e la stessa esistenza sono legate alla tenuta e alla capacità di manovra dei capi indiscussi, Bossi e Di Pietro. Il fatto che la Lega abbia, sul piano territoriale, una classe dirigente giovane, agguerrita e mediamente preparata, e Di Pietro truppe assai più raccogliticce, non formate all’interno, ma “pescate” all’esterno del partito (che, di fatto, neppure esiste), non muta sostanzialmente il quadro della situazione. L’Italia dei Valori è solo Di Pietro. La Lega non è certo solo Bossi, ma senza Bossi non è neppure detto che saprebbe costruire un decente equilibrio interno, tra le mura di via Bellerio, per non parlare di un effettivo protagonismo esterno, nel Parlamento e nel Paese.

2. Il Senatur e Di Pietro incarnano due archetipi del populismo politico italiano, che lega la gran parte del proprio successo alla forza della denuncia, più che alla fantasia della proposta e alle dimostrazioni  di intransigenza, più che alle prove di competenza. Al di là del core business delle rispettive piattaforme politiche, Bossi e l’ex p.m sono due formidabili agitatori politici, ma non sono (né, a dire il vero, ambiscono ad essere) degli statisti.

3. Leghismo e dipietrismo sono due prodotti di risulta del collasso politico, culturale, economico e morale della Prima Repubblica. Sono due risposte sbagliate a due domande giuste. Come impedire che la crisi finanziaria e fiscale di uno Stato che ha vissuto irresponsabilmente a debito trascini verso in basso (e, geograficamente, verso sud) il nord produttivo del paese? Come ripristinare principi sostenibili di  trasparenza e efficienza amministrativa, compromessi da un sistema generalizzato di corruzione che ha scaricato sul bilancio pubblico i costi “privati” di un sistema politico irresponsabile, inquinando l’intero complesso delle relazioni economiche e sociali?
La Lega delle origini, accanto a influenze dai dichiarati accenti xenofobi e anti-nazionali, è stata anche animata da interessanti suggestioni federaliste, liberiste e antistataliste. Il Di Pietro delle origini, quello con la toga, non era diverso dal Di Pietro di oggi, col laticlavio: un entusiasta urlatore del bracardiano “in galera”! Ma alla prova dei fatti sia Bossi sia Di Pietro hanno fatto la stessa scelta: si sono ingegnati per lucrare i proventi dei “problemi”, non per studiarne credibili soluzioni e si sono entrambi piazzati sulle comode sponde della retorica protestataria, all’insegna del nazionalismo nordista l’uno e del legalismo moralista l’altro. Niente di nuovo, sotto il cielo della politica italiana. Il politicismo più spregiudicato, ammantato dalla rudezza dell’antipolitica.

4. Bossi e di Pietro sono due termometri infallibili per misurare la paura degli italiani ma sono anche due “agenti patogeni” interessati ad alimentarla. Le politiche dell’uno all’insegna della “sicurezza” e dell’altro all’insegna della “legalità” spesso non sono che pure campagne di marketing prive di una reale effettività politica. Il costante rilancio all’insegna del “+1” rispetto alle posizioni dei loro alleati serve a denunciare l’altrui spirito compromissorio e ad esaltare l’integrità di chi sa essere in presa diretta con i bisogni della “gente”.. Il rapporto diretto con l’elettorato, che è caratteristico della politica contemporanea, non è nel loro caso “mediato” dalle proposte programmatiche, ma è immediato perché dà direttamente voce alle domande politiche degli elettori (trascurando che queste, in teoria, sarebbero suscettibili di risposte molto diverse, e che nelle risposte, non nelle domande, sta il problema della politica).

5. Sul piano antropologico sia Bossi sia Di Pietro sono due arci-italiani travestiti da anti-italiani. Due censori del carattere nazionale e due perfette incarnazioni di esso. Il fatto che il fondamento ideologico, cioè il travestimento, della loro identità politica affondi in un carattere socio-antrologico, più che nelle tramontate ideologie del ‘900, li rende oggi estremamente più competitivi dei loro concorrenti sul piano della protesta e dell’estremismo securitario o legalitario. Né dalla destra di Storace, né dalla sinistra neo o para-comunista può obiettivamente venire un particolare pericolo al monopolio che, sul piano elettorale, Bossi eserciterà sulla demagogia dell’ordine e Di Pietro su quella della legalità e della “giustizia”. E’ possibile che mi sbagli, ma penso che elezioni europee confermeranno e non smentiranno questa mia impressione.

Posto che tutto questo sia vero (libero chiunque di pensare, al contrario, che Bossi e Di Pietro siano oggi degli originali innovatori del linguaggio politico o della politica tout court) il problema politico che si pone è se di fronte al costante gioco allo scasso di Lega e di Idv la scelta più razionale dei loro attuali alleati sia quella di farsi scassare. Si può ritenere che la strategia di contenimento migliore per il Pdl o per il Pd sia quella di rincorrere Bossi o Di Pietro sul loro terreno, di concedere ragione alle loro “ragioni”, praterie alle loro scorribande, legittimità alle loro impuntature? Ovviamente il dilemma è drammatico. E la soluzione quantomai incerta. Ma l’impressione (che toccherà, ancora una volta, agli esiti delle europee confermare o smentire) è che dire parole non sbagliate, ma insensate contro la società multietnica, o scatenarsi nell’antiberlusconismo moralistico non aiuterà il Pdl o il Pd a contendere i voti ai rispettivi alleati, ma a consegnarglieli in grande copia. Un Pdl leghistizzato e un Pd dipietrizzato persuaderanno molti dei propri elettori a disdegnare le copie e a scegliere gli originali.