Quote rosa? Prima nel mondo economico e nell’amministrazione pubblica

– L’Italia è un paese che ha oltre 57 milioni di abitanti, con 93,8 uomini ogni 100 donne. Dunque le donne costituiscono la maggioranza della popolazione. Se valesse un naturale principio di proporzionalità tra la composizione della popolazione e la composizione dei poli economici, civili e politici in cui si esplica la vita del Paese, avremmo una percentuale di donne superiore a quella degli uomini in economia, Parlamento, Governo, associazionismo e via elencando. Ma ciò non è. Non vi è formula di natura o criterio sociologico che trasponga fedelmente i numeri della demografia in percentuali proporzionalmente rappresentative di essi all’interno dei centri di vita attiva della comunità nazionale. E non soltanto a causa di fattori discriminatori quanto in ragione della complessità della società italiana, difficilmente riducibile a semplificazioni aprioristiche di stampo teorico.

Per questo motivo il problema della scarsa rappresentanza delle donne, nei gangli della società, va affrontato, senza perdere ulteriormente tempo, con onestà, concretezza e lucidità culturale.
Esso si presta a differenti interpretazioni a seconda che sia declinato sul piano della presenza di donne nelle istituzioni (con ruoli elettivi) o, invece, su quello della presenza di donne nel mondo dell’impresa e della Pubblica Amministrazione.

Sotto il primo profilo, l’Italia ha un vero e proprio deficit di rappresentanza. Per fare solo un esempio, alla Camera dei Deputati, su 630, 497 sono i seggi occupati da uomini, 133 dalle donne, che raggiungono una percentuale del 21,1 per cento del totale; al Senato le donne sono ancora meno, il 18% del totale. Il Parlamento è l’organo costituzionale di diretta rappresentanza del popolo. Il popolo sono quei 57 milioni di italiani tra cui vi sono meno uomini che donne. Se la rappresentatività diretta del Parlamento rispetto al popolo fosse accompagnata dal corollario della transitività, le donne sarebbero maggioranza anche in Parlamento. Tuttavia i dati dicono il contrario. Servirebbero (e il condizionale è d’obbligo) azioni positive tali da incidere direttamente sulla composizione della massima assemblea democratica del paese. Quote rosa all’interno delle liste elettorali? Non sono la soluzione al problema. Perlomeno non lo sarebbero se calate da sole nel contesto attuale. Le candidature rosa finirebbero relegate ai posti peggiori delle liste bloccate. E l’introduzione dello zipper system o dei finanziamenti premiali sarebbero un correttivo al correttivo. Troppo in una sola volta. La partita, come faceva giustamente notare la professoressa Rescigno, si gioca all’interno dei partiti e dei loro Statuti. Più precisamente, si gioca intorno ai criteri di selezione interna della classe dirigente.

Da altro punto di vista, quello del lavoro e quello imprenditoriale, il problema delle donne è scomponibile in due filoni: quello della mera presenza all’interno delle aziende e del mondo del lavoro in genere (compresa la Pubblica Amministrazione), e quello delle possibilità di carriera ai livelli più alti. Sebbene lontano dal 60% di occupazione femminile posto come obiettivo da Lisbona per il 2010, il tessuto imprenditoriale italiano, fatto di piccole e medie imprese, è già vivacizzato da una discreta presenza femminile (il 47 per cento), che cresce costantemente in misura maggiore a quella degli uomini e che, complice la crisi economica, ha messo in mora il modello del male breadwinner.

E’ la presenza di donne ai vertici delle imprese che non lascia ben sperare. Limiterò il campo di indagine alle sole società quotate in borsa, quelle che ho considerato in una proposta di legge che ho da poco depositato, e che, partendo dal modello norvegese, concerne il riequilibrio tra generi della composizione dei consigli di amministrazione. Secondo le statistiche della Commissione Europea il nostro paese è ventinovesimo su 33 censiti per numero di donne nei board direttivi, con appena il 4% di donne sul totale delle cariche di vertice assegnate. La media Ue è dell’11%. Nelle 23 società italiane che rientrano nella top 300 delle maggiori imprese continentali, su 375 seggi di Cda disponibili, solo otto sono occupati da donne. Di 1200 Cfo (Chief Financial Officer) in Italia, solo 70 sono donne. Tutto ciò nonostante i dati di molte ricerche statistiche concordino nel dimostrare come nell’imperversare della crisi economica globale le società con donne sulla plancia di comando abbiano retto l’urto meglio delle altre. E mi fermo qui con la litania dei dati. E’ già evidente che più si va in alto, meno donne si trovano. Un Iperurano di uomini. Questo trend, per lo meno nelle società iscritte alla Borsa, si può e si deve correggere. L’introduzione in esse di meccanismi di riequilibrio dell’accesso alle cariche direttive, della cui implementazione può esser delegato anche lo Statuto societario, non “violenterebbe” gli equilibri societari tra amministratori e capitale, posto che quest’ultimo è diffuso tra la platea degli azionisti, è investito in un mercato regolamentato e quindi viene gestito alla stregua di criteri che richiedono managerialità e professionalità degli amministratori. Ciò che non sarebbe possibile dire, ex adverso, per le piccole e medie imprese, i cui equilibri sono molto spesso imperniati su relazioni di tipo familiare. Per cui, se professionalità e managerialità sono gli unici requisiti indispensabili per dirigere una società quotata in borsa, non si capisce perché professionalità e managerialità debbano essere declinati solo al maschile, tra l’altro con una evidente forzatura, visto che anche grammaticalmente sono due termini di genere femminile.

Lo stesso discorso vale per le Pubbliche Amministrazioni, nelle quali lavorano un milione e ottocentomila donne, più degli uomini. Nonostante tale presenza maggioritaria, quelle che comandano, in veste di amministratori o dirigenti, sono il 13%. Un’altra mia proposta di legge, sottoscritta da oltre 70 parlamentari in maniera trasversale, tesa all’istituzione di un’Autorithy per le Pari Opportunità nelle nomine pubbliche e nelle aziende a partecipazione pubblica, giace inerte e dimenticata nel cassetto della commissione Affari Costituzionali. I miei continui solleciti non sono serviti a nulla e continuo a scontrarmi contro un vero e proprio muro di gomma. Nonostante attestazioni verbali di sostegno alla proposta, non si riesce mai a compiere un passo avanti. Una domanda è d’obbligo:perché? Eppure una misura del genere è prefigurata dall’articolo 51 della Costituzione che così recita: “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”.
Donne e politica, donne e società, donne e lavoro, donne e PA. Da dove iniziare? In quale campo agire per prima? E’ la politica che determina le tendenze economiche e sociali o viceversa? E’ un po’ come il dilemma dell’uovo e della gallina. Ma poiché non vedo molti margini di azione diretta nel campo della politica, comincerei dall’affrontare la questione creando una sinergia tra le associazioni e la società civile, come continuo a fare con la fondazione che presiedo, intitolata a Marisa Bellisario.

Sono sicura che una volta riequilibrato il “gotha” dell’economia e dell’Amministrazione Pubblica, l’accresciuta capacità di lobbying delle donne produrrà risultati anche nel campo della rappresentanza politica e istituzionale, pilotando una domanda di politica femminile che produrrà l’incremento del numero e del ruolo delle donne.

prova al volo


Autore: Lella Golfo

Nata a Reggio Calabria, vive a Roma. Giornalista, deputata del PDL dal 2008, è componente della Commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo. E’ stata fondatrice ed è presidente della Fondazione Marisa Belisario.

2 Responses to “Quote rosa? Prima nel mondo economico e nell’amministrazione pubblica”

  1. DM ha detto:

    Avevo richiesto dati oggettivi nel post della Prof.ssa Rescigno (nei commenti) e ringrazio l’autrice di questo post per aver esaudito la mia richiesta. Sono soddisfatto anche della visione d’insieme, allargata rispetto all’iniziale contesto politico-istituzionale del nostro paese.

    Sui dati di sintesi presentati…

    “Secondo le statistiche della Commissione Europea il nostro paese è ventinovesimo su 33 censiti per numero di donne nei board direttivi, con appena il 4% di donne sul totale delle cariche di vertice assegnate. La media Ue è dell’11%. Nelle 23 società italiane che rientrano nella top 300 delle maggiori imprese continentali, su 375 seggi di Cda disponibili, solo otto sono occupati da donne.”

    Scommetto un eurocent che l’età media delle donne citate è anche ampiamente inferiore rispetto al dato della compagine maschile, così come dovrebbe essere inferiore l’età media di uscita dal relativo ruolo dirigenziale. Se ciò fosse vero metterebbe in luce un limite naturale nel long-run della compagine femminile e sarebbe cosa utile un’analisi di churn per capire dinamiche e cause.

    “Per cui, se professionalità e managerialità sono gli unici requisiti indispensabili per dirigere una società quotata in borsa, non si capisce perché professionalità e managerialità debbano essere declinati solo al maschile, tra l’altro con una evidente forzatura, visto che anche grammaticalmente sono due termini di genere femminile.”

    Probabilmente per l’età, probabilmente per altre cause al momento ignote. Forse, anziché proporre quote rosa, potrebbe risultare più fruttuoso porre un tetto massimo di età per tutti i ruoli dirigenziali o un limite di mandati politici per ri-equilibrare la distribuzione per sesso.

    Troppo futurista come scelta? Chissà…

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] – L’Italia è un paese che ha oltre 57 milioni di abitanti, con 93,8 uomini ogni 100 donne. Dunque le donne costituiscono la maggioranza della popolazione. Se valesse un naturale principio di proporzionalità tra la composizione della popolazione e la composizione dei poli economici, civili e politici in cui si esplica la vita del Paese, avremmo una percentuale di donne superiore a quella degli uomini in economia, Parlamento, Governo, associazionismo e via elencando. Ma ciò non è. Non vi è formula di natura o criterio sociologico che trasponga fedelmente i numeri della demografia in percentuali proporzionalmente rappresentative di essi all’interno dei centri di vita attiva della comunità nazionale. E non soltanto a causa di fattori discriminatori quanto in ragione della complessità della società italiana, difficilmente riducibile a semplificazioni aprioristiche di stampo teorico. Leggi tutto su Libertiamo.it […]