– Il disegno di legge “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” ha passato l’esame della Camera, e – salvo sorprese – sia avvia ad essere approvato anche al Senato.
L’intervento del Presidente della Camera, censurando l’obbligo di esibire il permesso di soggiorno anche all’atto di iscrivere a scuola il figlio minore di genitori irregolari (con conseguente obbligo di denuncia da parte del Dirigente scolastico) è stato certamente salutare, e ha riportato almeno una parte del provvedimento su binari di costituzionalità.
Tuttavia, ampie parti del testo appaiono orientate ad un’inquietante “lotta senza quartiere” nei confronti degli stranieri, regolari e non, confondendo la sicurezza pubblica con l’esigenza di regolare i flussi migratori, e ripropongono in alcuni casi pesanti problemi di aderenza alla nostra Carta.
In particolare, con la modifica dell’art. 116 del Codice civile, si prevede l’obbligo di esibire un titolo di soggiorno per contrarre matrimonio (art. 1, comma 15 del maxiemendamento), in pratica vietando di sposarsi con un cittadino irregolare o tra cittadini irregolari.
Divieto in palese contrasto con l’art. 2 della Costituzione e con il diritto degli individui di svolgere la propria personalità nelle formazioni sociali, quali innanzitutto la famiglia.
Un diritto riconosciuto a tutti indistintamente, e non in ragione di uno status, e che, non a caso, trova importanti agganci normativi con Convenzioni internazionali (Dichiarazione Universale dei diritti umani; CEDU; Trattato di Nizza), dove è sancito espressamente il diritto al matrimonio.
Tale gravissima lesione di diritti garantiti alla “persona” in quanto tale vorrebbe giustificarsi con ragioni meramente ipotetiche ed eventuali (evitare matrimoni di comodo), laddove il matrimonio con un cittadino irregolare non solleva di per sé concrete ragioni di sicurezza idonee a fondare il divieto.
Anzi, verosimilmente, in caso di ottenimento di un permesso di soggiorno, l’ “ex- irregolare” avrà un domicilio, delle referenze e sarà sottoposto a rilievi dattiloscopici, dunque la sua “schedatura” lo renderà assai più controllabile che non da irregolare.
Alla base di tanto pressappochismo, c’è anche la mancata distinzione tra chi viene in Italia con un visto e vi si trattiene, spesso lavorando in nero nel settore domestico o in quello edile; e chi, invece, viola i controlli di frontiera. Oltre all’ipocrisia di tacere sulle incredibili complicatezze del sistema d’ingresso regolare, che finiscono paradossalmente per alimentare la clandestinità.
Altrove, nel testo, si cerca di rendere la vita difficile non già ai soggetti pericolosi, ma più generalmente a chi vorrebbe venire in Italia.
In materia di ricongiungimenti familiari, aumentano i requisiti tecnici da presentare con la domanda (art.1, comma 19), e quindi i costi e le attese per chi non chiede altro che poter ritrovare l’unità familiare che aveva nel proprio paese d’origine.
Perché inserire una norma del genere in materia di “sicurezza pubblica”? Quale insicurezza potrebbe derivare da una mancata approvazione del predetto comma 19?
Vi sono poi altre “perle”, quali alimentare l’istituendo “Fondo rimpatri”, verosimilmente di migranti irregolari, con i nuovi contributi economici previsti a carico degli stranieri regolari, che ottengono o rinnovano il permesso di soggiorno, in nome forse di una comune appartenenza al genus “immigrato”, trattato senza alcuna distinzione né approfondimento.