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La crisi della dictatorship diplomacy?

– Sostenere ciecamente regimi repressivi non paga. È questa la regola d’oro del nuovo ordine mondiale dopo la caduta del muro di Berlino che anche il gigante cinese sta imparando sulla propria pelle dopo alcuni anni di silenzioso confronto con l’Occidente. Ma andiamo per ordine.

Parafrasando il titolo di un noto film dei fratelli Coen, si può tranquillamente dire che la politica internazionale “non è un paese per vecchi”. Soprattutto nel paese di Machiavelli, è noto come nelle relazioni internazionali gli Stati non si fidino gli uni degli altri a causa dello stato anarchico del sistema globale. Per questa condizione i governi utilizzano tutti gli strumenti a loro disposizione per incrementare il loro potere e, fra questi, le scelte delle alleanze non rappresentano un’eccezione. Tuttavia, la fine della Guerra Fredda ha aperto le porte ad un’era in cui il potere non è più la motivazione esclusiva per stipulare o rescindere alleanze, ma conta anche la qualità della condotta, sia interna che estera, degli Stati con i quali si vogliono stipulare accordi. Bush senior si riferiva ad un sistema in cui pace e diritti umani fossero pilastri fondanti di un “nuovo ordine mondiale”.

Stati Uniti ed Unione Europea hanno guidato il cambiamento verso un mondo in cui gli individui, e non più gli stati, sono al centro dell’attenzione dei governi. La condizionalità europea nei confronti dell’area post-sovietica, espressa nel rispetto dei diritti umani come condizione per accedere all’Unione, oppure le sempre più corpose garanzie richieste dalle istituzioni finanziarie globali sono due esempi evidenti di come si siano evolute le dinamiche dei rapporti internazionali.

Le politiche del governo Cinese hanno rappresentato a lungo un’eccezione in questo nuovo scenario. Il crescente desiderio di materie prime con le quali sostenere l’imponente crescita economica combinata con alcuni problemi interni hanno convinto Pechino a costruire le proprie alleanze secondo il principio della non-interferenza. Chiamata anche dictatorship diplomacy, la Cina si è rivolta a quegli Stati isolati dall’occidente per i loro comportamenti ritenuti sbagliati o pericolosi ed ha offerto loro un appoggio incondizionato in cambio di risorse e di sostegno politico.

Cosi, mentre per anni l’occidente ha sprecato parole di condanna per l’atteggiamento del governo Sudanese nel sostenere organizzazioni terroristiche prima e per la mano dura utilizzata in Darfur, la Cina intensificava le sue relazioni con il paese centro-africana facendone uno dei suoi principali fornitori di petrolio. È stata la Cina a rallentare l’azione del Consiglio di Sicurezza nei confronti di Iran, Sudan e Corea del Nord. Nel caso della Birmania, Pechino ha addirittura posto il veto su una risoluzione del Consiglio, evento che non accadeva per vicende non legate a Taiwan dal lontano 1973 in occasione del cessate il fuoco per la guerra dello Yom Kippur.

Oggi il principio di non-interferenza sembra sia andato in crisi per la pressione del mondo occidentale, ma soprattutto perché la Cina pare abbia compreso che despoti e dittatori non sono, per definizione, affidabili. Ad esempio, in Zimbabwe la Cina ha accumulato perdite economiche ingenti dovute alla fallimentare gestione del Presidente Mugabe, mentre il genocidio in Darfur ha messo a rischio i rapporti cinesi con il Chad. Dopo molti fallimenti, l’approccio cinese sembra avere preso un nuovo corso e Pechino appare intenzionata a giocare il ruolo di partner responsabile degli attori occidentali, come si evince dall’insofferenza espressa verso la giunta militare birmana, l’approvazione di sanzioni contro l’Iran, la pressione imposta su Karthoum per accettare il contingente ONU in Darfur e la forte condanna di Pyongyang dopo il primo test atomico del 2006.

L’illusione di vivere in un mondo dove diritti umani e pace siano veramente sovrani passa attraverso le tensioni ed i colpi di coda di un passato in cui competizione e guerra erano i principali strumenti di sopravvivenza. La fine della Guerra Fredda aveva inaugurato una nuova epoca che la Cina sembrava voler violare: gli eventi degli ultimi anni lasciano buone speranze.


Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

2 Responses to “La crisi della dictatorship diplomacy?”

  1. Carlo Alberto Cuoco ha detto:

    Mi permetto di dissentire, e d’altra parte nel suo stesso testo emergono elementi che ribadiscono la fondamentale importanza della politica di potenza oggi e domani. L’anarchia del sistema internazionale non è finita nell’89 e non finirà tanto presto (illusioni di governo mondiale a parte). Lei dice: la Cina si mostra ora riluttante a sostenere delle dittature perchè inaffidabili, e il motivo della loro inaffidabilità è la loro natura dittatoriale. Mi sembra piuttosto che la Cina decida di volta in volta cosa fare con le dittature in base alla percezione che ha dei propri interessi nazionali. Esattamente come gli USA che continuano a dare miliardi a Mubarak.
    Inoltre, la centralità degli individui come soggetti rilevanti nelle relazioni internazionali è (da sempre) semplicemente strumentale agli interessi della grande potenza di turno: non mi risulta che le esecuzioni capitali in Cina stiano diminuendo, ma guardacaso gli USA non se ne lamentano più dato che i cinesi potrebbero decidere di smettere di comprare Treasury bonds e far crollare il dollaro.

    Saluti!

  2. Alessandro ha detto:

    che dire…..
    concordo con Carlo Alberto. Sono gli interessi delle grandi potenze di turno che determinano la reputazione “ufficiale” dei diversi regimi

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