Le quote rosa sono “fuori moda”?

– Vorrei articolare queste riflessioni cogliendo l’occasione per porre una serie di questioni al nostro Ministro (o per meglio dire Ministra, perché le parole hanno pur sempre un significato) delle pari opportunità Mara Carfagna, che come noto ha fin dall’inizio del suo incarico ministeriale (ma anche prima) espresso la sua contrarietà rispetto alle quote rosa, arrivando a sostenere che “Se una donna entra in Parlamento in virtù di una quota rosa sarà sempre bollata come una che è lì grazie ad una quota e non perché è brava e competente” e “che questa è una battaglia che va combattuta all’interno dei partiti affinché le donne abbiano gli incarichi che meritano” (fonte APCOM Roma, 30 ottobre 2008) e a proclamarsi contraria a “tutto ciò che impone per legge la presenza delle donne nelle istituzioni” (Convegno organizzato dall’Unione Industriali di Napoli sul tema: “Donne, Istituzioni ed Imprese”, Napoli, 23 marzo 2009).
Ritengo, come studiosa, che prima di rifiutare sia necessario documentarsi approfonditamente; la politica delle quote rosa, infatti, non nasce improvvisamente ma è il risultato di un percorso lungo e faticoso avvenuto a livello mondiale, che partendo dalle conquiste nel campo del diritto del lavoro e in quello del diritto di famiglia ha raggiunto inevitabilmente il settore politico-istituzionale dove però, almeno nel nostro Paese, sembra essersi arrestato.
Ricordo -se ce ne fosse bisogno- che le problematiche legate al c.d. gender mainstreaming, termine utilizzato per la prima volta in occasione della Terza Conferenza Mondiale dell’Onu sulla donna tenutasi a Nairobi nel 1985, identifica ogni programma trasversale per la promozione delle Pari Opportunità ed è introdotto in modo vincolante nel piano operativo degli organismi delle Nazioni Unite. In concreto il gender mainstreaming prende in considerazione le differenze tra le condizioni, le situazioni e le esigenze delle donne e degli uomini per far sì che la prospettiva di genere si applichi all’insieme delle politiche e delle azioni di un determinato ente. L’applicazione del mainstreaming di genere nelle politiche, nei programmi e nei progetti generali costituisce un processo complesso, che interessa ogni fase dell’elaborazione di una politica: dalla progettazione, all’attuazione, sino alla valutazione e alla revisione. Si parte dalla considerazione che finché si continuano a perseguire politiche, apparentemente “neutre rispetto al genere”, ossia prive di impatto differenziale per uomini e donne, le differenze strutturali e i disequilibri tra i due generi continueranno ad essere ignorati e perpetuati. Per questo motivo iniziative come i piani di promozione della donna o le quote rosa sono necessari, pur naturalmente non esaurendo l’universo degli interventi possibili in materia. In quest’ottica si muove anche l’Unione Europea la quale persegue l’obiettivo della parità tra uomini e donne sin dalla sua istituzione nel 1957, dapprima dedicandosi specificamente all’ambito del lavoro per poi ampliare progressivamente il suo approccio ad ogni tipo di politica sociale ed economica che deve obbligatoriamente mirare ad evitare discriminazioni irragionevoli basate sul sesso. Da ultimo si ricorda che il 2007 è stato l’anno della parità in Europa; mentre il Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 prevede, all’articolo 1 bis, che “la parità tra donne e uomini è uno dei “valori comuni” agli Stati membri; e l’articolo 2, comma 3, dispone che l’Unione combatte le discriminazioni e promuove “la parità tra donne e uomini”.
Insomma, la parità è invocata quale obiettivo a livello mondiale ed europeo, ma la Ministra Carfagna ritiene sufficiente affidare la sua concreta realizzazione ai partiti, affidandosi solo al loro ‘buon cuore’, in quanto nel nostro Paese i partiti quali associazioni non riconosciute non possono essere obbligati da nessuno (un suggerimento in proposito lo aveva già lanciato la Corte costituzionale con al sentenza n. 422 del 1995 proprio sulle quote rosa) ad inserire particolari previsioni nei propri statuti; statuti che rispetto al problema della rappresentanza femminile non mostrano particolare sensibilità distinguendosi tra: statuti in cui non viene prevista nessuna misura per riequilibrare la rappresentanza in base al genere, né alcun accenno al principio delle pari opportunità (Lega Nord e Forza Italia, quest’ultima prima di dare vita al Pdl con Alleanza Nazionale); statuti che prevedono le pari opportunità e introducono una riserva di posti in alcuni organi di partito (Alleanza Nazionale che inseriva una quota minima del 25% in tutti gli organi elettivi); statuti che si limitano a formali dichiarazioni di principio (Pdl); statuti che prevedono una riserva di posti per le donne in alcuni organi di partito (UdC); statuti che prevedono norme antidiscriminatorie sia negli organi di partito sia nella compilazione delle liste elettorali (in generale i partiti dell’area di centro sinistra con alcune differenze tra le varie previsioni). Il variegato panorama degli statuti dimostra dunque fortemente la mancanza di regole certe, per cui affermare che sono i partiti a doversi occupare della rappresentanza politica femminile significa semplicemente rimandare la questione alle calende greche, i partiti infatti potrebbero prendere in considerazione le quote rosa solo se queste fossero inserite in un sistema di premi e sanzioni collegato al finanziamento della politica.
Immagino che la Ministra agisca con tanta prudenza per non incorrere nel fallimento ottenuto dalla sua collega di partito ex Ministro delle pari opportunità Stefania Prestigiacomo, della quale non possiamo dimenticare le lacrime in occasione della bocciatura alla Camera dell’emendamento sulle quote rose durante l’approvazione della legge elettorale n. 270 del 2005 (452 voti a sfavore e 140 favorevoli). Il triste spettacolo offerto alla Camera dai Deputati dai parlamentari maschi esultanti per quella che era evidentemente ritenuta una vittoria, spingerebbe a pensare, qualunque sia l’opinione personale sull’introduzione di norme antidiscriminatorie, che la strada da percorrere, per giungere ad una parità sostanziale, non sia ancora compiuta a livello culturale ancor prima che politico.
Spero di non apparire pedante ricordando che anche la modifica dell’articolo 51 della Costituzione avvenuta con la Legge costituzionale n. 1 del 2003 è una revisione che testimonia la volontà del legislatore di promuovere un’uguaglianza di opportunità fra cittadini senza predeterminare alcuna garanzia di risultato. Infatti, l’integrazione dell’articolo 51 pur garantendo copertura costituzionale a tutti i possibili futuri provvedimenti legislativi e amministrativi volti ad affermare forme di paritaria partecipazione tra donne e uomini, particolarmente riguardo alla designazione per le cariche elettive, non implica alcun obbligo a carico del Parlamento che rimane libero di scegliere (o non scegliere, come ha fatto finora) i mezzi più idonei per realizzare la parità.
A tale proposito vale la pena notare come la scelta operata dai vertici di partito (di destra o sinistra) di inserire alcune donne – possibilmente giovani e carine – nelle liste elettorali non concretizzi in alcun modo la filosofia delle quote rosa che è maturata nel corso di 50 anni di dibattito mondiale.
E’ chiaro che non mi rende felice né come studiosa, né come donna, e tantomeno come cittadina pensare che l’universo femminile vada protetto con le quote come una specie in via di estinzione, ma è proprio l’esperienza maturata nel campo del lavoro ad insegnare che persino in quel settore, dove le quote sono presenti e funzionano, vi sia ancora la necessità di una politica di supporto; infatti siamo ancora lontani dall’obiettivo europeo del 60% di occupazione delle donne, raggiungendo appena il 47% (occupazione femminile peraltro, che si concentra ancora per il 40-45% in lavori non specializzati); questo parziale risultato è comunque una gran cosa e non si sarebbe certamente raggiunto senza l’adozione delle azioni positive. Per questo è necessaria l’adozione di misure legislative di riequilibrio delle candidature con una reale consistenza di carattere quantitativo, imponendo cioè che nessuno dei due sessi sia rappresentato al di sopra di una determinata percentuale (ad esempio i due terzi) oppure che le liste siano paritarie; tali misure dovrebbero poi essere inserite in un meccanismo elettorale davvero premiante, come il listino bloccato con alternanza di candidature maschili/femminili (zipper system); infine il sistema andrebbe accompagnato da un’effettiva rete sanzionatoria che preveda misure come l’inammissibilità delle liste che non rispettano l’equilibrio o forti sanzioni pecuniarie. D’altro canto, non sono pochi i paesi europei che hanno adottato misure simili e che hanno raggiunto risultati interessanti.
Dunque, anche se vi sono donne che comunque riescono a raggiungere ruoli di rilievo, esse sono ancora troppo poche per considerare inutile la politica delle quote; oggi dobbiamo infatti ancora tristemente ammettere che le donne abbisognano di misure di protezione, dell’introduzione di diseguaglianze di fatto che possano riportare all’eguaglianza, e questo è ancor più vero nelle sedi istituzionali. Quando avremo eguali situazioni di partenza non ci sarà più bisogno di azioni positive, il traguardo non è irraggiungibile ma è lontano e richiede impegno da parte della società, delle istituzioni e di tutti noi perché possa essere raggiunto. In questo senso si è espresso anche il Presidente della Repubblica Napolitano in occasione della festa della donna nel marzo del 2008, affermando che esiste un vero problema costituzionale causato dalle poche donne presenti in Parlamento, citando l’articolo 3 della Costituzione quale principio fondativo delle pari opportunità che richiama “questioni di libertà e di democrazia” e porta al riconoscimento del ruolo delle donne nella società, nel lavoro e anche nella politica. Quello che serve – ha sottolineato il Presidente – è un “impegno fortissimo, a iniziare dalla educazione e sin dai primi gradi del sistema di istruzione, al rispetto della donna, alla cultura della non violenza, al principio della parità”.
Oggi sembra essersi riacceso il dibattito sulla presenza femminile in politica. Purtroppo, contro le intenzioni dell’autrice dell’ormai famoso intervento sul magazine online di Fare Futuro, che conosco bene e che so che non è interessata al gossip, esso è rimasto prigioniero di forme deteriori di pettegolezzo politico e invece che produrre riflessioni ha piuttosto prodotto reazioni di difesa “senza se e senza ma” dell’operato dei vertici del Pdl. In questo dibattito vi è chi ha evidenziato che anche i meccanismi di selezione dei politici maschi non seguono criteri di merito. Il fatto che anche una buona parte dei candidati maschi venga scelta valutando principalmente le doti di totale fedeltà, non appare consolante. La classe politica – donne e uomini – infatti va formata attraverso un lavoro lento e continuo che dovrebbe prescindere dalla presentazione di book fotografici ed anche dal mero possesso di un certificato di laurea (che oggi peraltro non si nega proprio a nessuno). Ciò, però, non sposta i termini del problema: la discriminazione a danno delle donne.
Nel frattempo, le donne attendono di usufruire degli stessi diritti e delle stesse opportunità degli uomini. Forse, invece che rifiutare a priori certe soluzioni, la Ministra delle pari opportunità renderebbe un migliore servizio al Paese e alle donne italiane se avesse la voglia e il coraggio di affrontare finalmente lo scandalo della grave discriminazione che subiscono oggi le donne in politica in modo incisivo, senza chiusure preconcette e guardando a quanto accade nel resto del mondo occidentale.


Autore: Francesca Rescigno

E' professore associato di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l' Università di Bologna. Autrice di diverse monografie sui temi del bicameralismo italiano, dell'attuazione del nostro regionalismo e dei diritti e della loro possibile estensione oltre i confini della specie umana, si occupa anche di pari opportunità e del ruolo delle donne nelle istituzioni politiche. Ha collaborato per alcuni anni con il Max Planck Institut für ausländisches öffentliches Recht und Völkerrecht di Heidelberg per una ricerca sul finanziamento della politica

2 Responses to “Le quote rosa sono “fuori moda”?”

  1. DM ha detto:

    “Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato.” — Albert_Einstein

    Osservazioni puntuali e molto interessanti. Aggiungo una semplice precisazione e una richiesta per ulteriori informazioni.

    1. discrepanza tra “sesso” e “genere”; sono due concetti lievemente differenti, spesso assunti come identici per errore. Limite di accettazione del tutto italico rispetto altri paesi. Es. Luxuria potrebbe certificare “sesso: maschio” e “genere:femminile”. Per quanto buffo possa sembrare l’aspetto, applicando le quote rosa e il soggetto preso ad esempio ricadrebbe delle tutele indicate nel post.

    2. “guardando a quanto accade nel resto del mondo occidentale”. C’è un quadro oggettivo (con numeri) sulle presenza femminile negli altrui governi UE? Avevo avuto notizie non proprio incoraggianti a riguardo, ma francamente non ho approfondito direttamente l’aspetto.

    Grazie

  2. Gabriele ha detto:

    Dissento dalle quota rosa in politica, e spiego perche’.
    Entrare in parlamento non e` un diritto.
    Siede in parlamento, se vogliamo per convenzione democratica, i rappresentanti degli interessi degli elettori (quale che sia la legge elettorale). L’accettazione di questa convenzione e` a fondamento della democrazia e cio` deve valere “quale che siano le modalita` elettorali e le leggi elettorali”.
    Se un individuo A che si candidi in parlamento riceve (nelle forme previste) maggiore consenso di un individuo B, allora l’individuo A deve sedere in parlamento a rappresentare gli interessi di quella parte (maggiore della parte che sostiene B) dell’elettorato.
    Deviare da questa regola falsa la legittimita` della rappresentanza parlamentare, anche quando la “deviazione” avvenga a monte, ossia al momento della formazione delle liste elettorali, in cui un individuo (nel caso specifico, perche’ donna) magari poco rappresentativo e con poco seguito elettorale venga imposto in una lista al posto di un altro (nel caso specifico, un uomo), magari con maggiore seguito elettorale potenziale e quindi potenzialmente piu’ rappresentativo.
    Insomma, la sostanza e` la seguente: rappresenta meglio gli interessi dell’elettorato femminile un uomo che abbia preso 100.000 voti tutti da donne (oppure, eletto in una lista votata da 100.000 individui, tutte donne), oppure una donna che abbia preso 50.000 voti tutti da uomini (rispettivamente, eletta in una lista votata da 50.000 individui, tutti uomini)?

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