– Secondo il leader della Cisl Raffaele Bonanni, intervistato domenica scorsa da Il Sole 24 Ore, il decreto Brunetta sulla riforma della pubblica amministrazione rappresenterebbe l’affermazione del “primato della politica sulla contrattazione”. C’è da chiedersi cosa c’entri la “contrattazione” nel caso di una riforma: si contrattano i livelli salariali, si negozia tra lavoratori e datori di lavoro sugli elementi salienti di un contratto di lavoro, ma una riforma normativa il Governo la contratta, semmai, con il Parlamento, un partito con un altro partito, il pezzo di un partito con un altro pezzo. E, in fondo, la politica contratta la sua piattaforma programmatica con gli elettori al momento del voto. I sindacati, come tutti le organizzazioni portatrici di interessi diffusi, hanno il diritto e il compito di esercitare un legittimo (e sacrosanto) potere di pressione, fornendo alla politica ciò di cui la politica moderna è spesso sprovvista, vale a dire contenuti, dati, expertize. Forse Bonanni confonde il termine “contrattazione” con quello di “concertazione”. E nel lapsus c’è il succo del suo pensiero. Per il buon Bonanni, e non solo per lui purtroppo, appare scontato che le organizzazioni sindacali debbano non solo essere ascoltate, ma addirittura esprimere un consenso vincolante sulle riforme.
La concertazione è una pratica di governo che l’Italia ha sperimentato in una fase molto particolare della sua storia, nel pieno della bufera della politica e della finanza pubblica: in quel contesto, il metodo concertativo rappresentò una scelta obbligata, responsabile ma certamente obbligata. Per i sindacati confederali, per la verità, fu un toccasana: permise loro, dopo la crisi che li aveva attanagliato nel decennio passato, di ritrovare un nuovo ruolo, in virtù del quale cambiarono sostanzialmente interlocutori ed obiettivi. Dall’altro lato del tavolo, non avevano più i “padroni”, ma lo Stato e l’associazione delle imprese. Non si occupavano più dell’interesse dei lavoratori, ma di un indefinibile “interesse generale del paese”. Quel che è accaduto dopo è cosa nota: immobilismo, riforme bloccate, sindacalisti confederali ospiti fissi a Ballarò ma sempre meno seguiti nelle aziende, dove hanno finito per imperversare sigle autonome estremiste ed irresponsabili (vedi caso Alitalia). D’altronde, una confederazione che voglia competere sul piano della rappresentanza politica diventa meno competitiva sul piano sindacale e meno rappresentativa della realtà e degli interessi degli iscritti.
Lungi dall’essere uno strumento di condivisione delle riforme, insomma, la concertazione si è trasformata negli anni in un impedimento: la via indicata da Brunetta – dialogo ma poi il Governo decide – è il superamento di questa formula inefficace ed ormai anacronistica. Ma è bene che lo spirito che anima il ministro della Funzione Pubblica – dialogo ma poi il Governo decide – guidi il Governo tanto per la riforma della PA quanto per le altre grandi questioni che ci attendono nei prossimi mesi: l’allungamento dell’età pensionabile (con l’equiparazione dell’età minima tra uomini e donne), l’ammodernamento del mercato del lavoro, il miglioramento degli ammortizzatori sociali, la liberalizzazione della scuola e dell’università. Su questi temi, l’obiettivo strategico non può essere quelli di fare riforme che vedono tutto o anche solo una parte del sindacato consenziente, ma quello di superare l’immobilismo e fare buone riforme. Dopo aver ascoltato i sindacati e raccolto i loro suggerimenti, ma non aspettando un loro placet.