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Della società multietnica non bisogna aver paura, vedi Ibrahimovic lo svedese

– Quelli che parlano di chiudere le frontiere all’immigrazione allo scopo di dare lavoro agli italiani in questa fase di difficoltà economica si sono domandati seriamente (allontanando da sé ogni tentazione di fare propaganda) quanti italiani (magari in cassa integrazione o persino disoccupati) sarebbero disposti a svolgere quei lavori per i quali vengono assunti gli stranieri? Si sono chiesti quanti giovani sarebbero pronti a lavorare in fonderia o in edilizia? O a cambiare i pannoloni al vecchio nonno invalido? Se queste domande venissero poste e si traesse un bilancio consuntivo delle effettive indisponibilità di gran parte dei nostri giovani – anche in un momento di crisi come adesso – si potrebbe ben presto concludere  che quello dell’immigrazione è un processo ineluttabile in un Paese come l’Italia in forte declino demografico, con un’offerta di lavoro che non è in grado da tempo di soddisfare la domanda, soprattutto in taluni settori. Eppure nell’opinione pubblica è crescente un senso di insicurezza, spesso esagerato, che si accompagna alle destabilizzazioni che le trasformazioni intervenute, a seguito delle grandi migrazioni, determinano nella vita quotidiana di ciascuno quando deve prendere atto di vivere a fianco di “diversi da noi”. E’ compito di una classe dirigente che si rispetti non alimentare le paure, ma persuadere i propri concittadini facendo appello alla razionalità, senza per questo sottovalutare i problemi reali. Vi sono dei punti fermi che vanno ribaditi con forza. Gli immigrati non rubano il lavoro a nessuno, ma nella stragrande maggioranza dei casi svolgono attività che la manodopera italiana rifiuta. Vi sono interi comparti economici importanti per la nostra vita economica e sociale (sicuramente l’agricoltura, il turismo, le costruzioni, tra qualche anno persino l’industria manifatturiera) che senza l’apporto dell’immigrazione dovrebbero dare forfait per mancanza di addetti disponibili.  Tutto il settore dell’assistenza alle persone (non solo le badanti, ma anche il personale delle Istituzioni) è in grado di operare grazie agli stranieri. Tra qualche anno sarà solo la possibilità di assumere infermieri stranieri a consentirci di far funzionare gli ospedali, dal momento che i nostri giovani rifiutano persino un lavoro qualificato e alle dipendenze della pubblica amministrazione come è appunto quello dell’operatore sanitario. Tutto ciò premesso, i dati dimostrano l’efficacia di provvedimenti (come la legge Bossi-Fini) che hanno voluto collegare l’immigrazione al lavoro. Ma vi sono anche lamentele a cui si deve prestare ascolto. Partiamo dal caso delle badanti. In sostanza, il fabbisogno è stato coperto con ampi ricorsi a persone in stato di clandestinità, che magari non riescono ad essere regolarizzate da nuclei familiari disposti a farlo, i quali vivono l’attuale incertezza come un dramma perché da un momento all’altro potrebbero essere private dell’apporto della badante a cui è affidata la cura di un familiare invalido. Prima della brusca frenata degli ultimi mesi analoghe preoccupazioni provenivano dal mondo delle imprese, le cui richieste di assunzione di personale immigrato finiva nel “mucchio” e veniva evaso solo con enorme ritardo e senza il riconoscimento di alcuna priorità.  Addirittura si metteva di mezzo l’informatica. Quando veniva il momento di inviare – via mail – le domande di regolarizzazione chi ne aveva un paio finiva davanti a chi ne aveva diverse centinaia. Ma quanti sono i lavoratori immigrati regolari censiti dall’Inps? Nel 2007 erano poco meno di 1.790mila (contro 1.476mila dell’anno precedente), con un reddito imponibile superiore a 21 miliardi (erano 18,4 miliardi nel 2006 e 16,7 miliardi nel 2005). Quanto ai gruppi più consistenti il 44,7 per cento viene dall’Europa dell’Est, il 16,1 per cento dall’Africa del Nord, il 12 per cento dall’Asia orientale, il 10,7 per cento dall’Europa occidentale, quasi l’8 per cento dall’America Latina. Relativamente al reddito imponibile del 2007, con riferimento ai nuclei più importanti,  la quota più consistente (8,2 miliardi contro 6,4 miliardi del 2006) è percepito da immigrati provenienti dall’Europa dell’Est. Vengono poi quelli del Nord Africa con 3,5 miliardi e a seguire l’Europa occidentale (3,4 miliardi), l’Asia orientale (2,3 miliardi) e l’America del Sud (1,7 miliardi). Interessante è notare le qualifiche di questi lavoratori: quelli provenienti dall’Europa dell’Ovest sono in larga misura quadri e dirigenti, mentre la maggioranza di coloro che arrivano dall’Est sono operai. Quanto alla presenza nelle regioni italiane: il 20,7 per cento dei lavoratori immigrati è nel Lazio, poco meno del 16 per cento in Lombardia, il 9,4 per cento in Sicilia, l’8 per cento in Veneto. Gli altri si distribuiscono in quote modeste nelle altre regioni. Quanto alla società multietnica, sarebbe sufficiente osservare quanto è avvenuto nella struttura sociale dei Paesi che prima di noi hanno affrontato il problema epocale dell’immigrazione per rendersi conto che l’Italia è già oggi ed è destinata a divenire sempre più un Paese multietnico, multirazziale e perciò anche multiculturale. Sono processi difficili ma inevitabili, perché camminano non solo nel senso di marcia della Storia, ma rispondono anche alle esigenze dell’economia. Un Paese è multietnico quando – come vuole fare l’Italia – favorisce l’integrazione degli immigrati regolari e combatte la clandestinità (la quale in parte è anche figlia di norme sbagliate nel campo della regolarizzazione). Non è un caso che il grande Ibrahimovic sia uno svedese. Tra una ventina di anni anche il sindaco di Varese porterà un cognome arabo o rumeno come tanti immigrati di seconda o di terza generazione, divenuti cittadini italiani.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

9 Responses to “Della società multietnica non bisogna aver paura, vedi Ibrahimovic lo svedese”

  1. Davide ha detto:

    Non c’è molto da essere contenti se tra 20, 30 o 40 anni i musulmani avranno tale influenza politica da poter far eleggere in qualche grande città un loro sindaco, la società multietnica e multiculturale causerà inoltre una serie di problematiche sociali che non si dovrebbe trascurare.
    E’ sbagliato insomma valutare le immigrazioni di massa dal solo punto di vista economico, inoltre Cazzola per onestà intellettuale dovrebbe far presente anche i costi economici degli immigrati, visto che godono di numerosi servizi e sussidi (che al loro paese si sognerebbero) nonostante prima del loro arrivo in Italia non abbiano mai pagato tasse.

  2. Giano ha detto:

    Se questi sono i deputati del PDL allora tanto vale votare per Franceschini, Di Pietro o Bonino. No? Tanto è lo stesso.
    Per fortuna anche sull’altro versante c’è Fassino che dice che i respingimenti sono giusti. Lo conferma anche D’Alema, dicendo che li hanno inventati loro. Qualcuno ricorda che l’accordo con la lIbia l’ha avviato Prodi. E siamo pari e patta.
    Anche a sinistra penseranno, sentiti Fassino e D’Alema, che allora tanto vale votare Berlusconi. Tanto è lo stesso. E così pareggiamo il conto.
    A me resta solo un dubbio, visto che oggi si diffondono rapidamente epidemie varie, dalla mucca pazza, all’aviaria, all’influenza suina: non sarà che dalle parti di Montecitorio c’è in atto un’epidemia di confusione mentale?

  3. bill ha detto:

    Tutto questo non c’entra con i barconi, e con chi vive clandestinamente senza che nessuno ne conosca il nome e l’indirizzo.
    Se poi davvero vogliamo guardare a quei paesi europei che in virtù del loro passato colonialista hanno affrontato prima del nostro una ondata migratoria, beh, non mi pare che ce ne sia uno, ma dico uno, da prendere ad esempio.
    L’Inghilterra ha autorizzato la formazione di corti islamiche che possono, nelle loro comunità, emettere sentenze in base alla sharia.
    In Francia, la situazione delle periferie è estremamente pericolosa.
    In Olanda c’è una pericolosissima quanto numerosissima minoranza islamica, che rischia a breve di diventare la maggioranza della popolazione, e che abbiamo visto di cosa sia capace.
    Ergo: l’immigrazione deve essere attentamente controllata, e non è accettabile per nessuna ragione al mondo che il paese venga travolto da ondate di migranti a cui, volenti o nolenti, è impossibile offrire tutele e modi per integrarsi.
    Sono d’accordo che bisognerebbe rendere più funzionale e meno rigido il modo di regolarizzare la presenza dei lavoratori stranieri, ma l’esempio delle badanti è controverso: al 90% lavorano in nero. Non sarebbe meglio, che so, abbassare i costi e le tasse per le famiglie, ma fare in modo che questo esercito di persone che al fisco non risultano in qualche modo emerga? Così come non sarebbe meglio smettere di tollerare moltitudini di vu cumprà che smerciano merce illegale?
    Ho l’impressione che un punto e a capo sia necessario, e che forse sia già troppo tardi. Per questo, le tiritere sulla bellezza della società multietnica e multiculturale mi lasciano completamente indifferente.

  4. DM ha detto:

    Il ricorrente richiamo ai posti di lavoro che gli italiani non vorrebbero minimamente occupare è frequente negli ultimi giorni. Anche Casini ha più volte fatto cenno alle industrie e l’eventuale chiusura per assenza di manodopera in assenza di stranieri.

    Non sono d’accordo.

    In condizioni liberali il mercato del lavoro dovrebbe agevolmente trovare quel naturale equilibrio tra domanda e offerta, ma quello che avviene nella pratica (in questo paese, in questa fase storica) è una cruda ed inevitabile “guerra dei poveri”. Uno squilibrio che coinvolge il ceto medio nazionale stremato da chiusure di aziende, mancanza di prospettive ed altro ancora. Se a questa situazione si aggiungono condizioni favorevoli per gli stranieri – come è stato indicato nei precedenti commenti – è come dare fuoco ad una miccia.

    Il primo presupposto per una società multi-culturale (non ho scritto multi-etnica!) è una struttura di leggi, diritti e doveri, che regoli i rapporti tra le persone. Quei presupposti repubblicani che l’on. Della Vedova aveva richiamato in un suo post recente. Se ciò manca o lascia linee d’ombra si rischia di arrivare rapidamente allo scontro sociale.

    La Bossi-Fini va quindi applicata, ora più che mai, senza remore.

  5. alex ha detto:

    A sinistra, in parecchi non si sono ancora accorti della fine del comunismo.
    A destra, in parecchi non si sono ancora accorti della fine del liberismo.
    Entrambi sono caduti perché si sono figurati un uomo che non esiste.
    Nel disegnare le proprie teorie non hanno tenuto conto, e quindi non hanno capito ed amato l’uomo così com’è, con le sue debolezze, la sua avidità, il suo bisogno di possedere cose e segnare il territorio.
    Una società multi-etnica, perché dovrebbe essere migliore di una società mono-etnica?
    E allo stesso modo, perché una società mono-etnica, dovrebbe essere migliore di una società multi-etnica?
    Il problema si comprende da un altro punto di vista. Pochi anni fa è morto mio padre. La solidarietà dei paesani si è materializzata improvvisa. Hanno riempito i banchi della chiesa, hanno testimoniato una sofferenza condivisa, mi hanno rassicurato.
    Vedete, una buona ragioneria, un conto economico positivo segue, non precede la condivisione di un pacchetto fatto di identità e valori. Sottovalutare questo aspetto e interpretare il mondo con formule economiche è un comportamento da apprendista stregone (vedi anche i contraccolpi della globalizzazione) che tutto sa ma niente capisce.

  6. Andrea ha detto:

    gli Italiani devono evitare il complesso d’inferiorità e terzomondismo di attribuire i diritti umani fuori,per ridursi a una bambolina gonfiabile di scosse telluriche e clandestini malintenzionati

  7. filipporiccio ha detto:

    Credo che sia ipocrita fingere, come fanno molti, che la cultura originaria dell’immigrato non abbia rilevanza, e che tutti gli immigrati siano uguali. Solo una parte degli immigrati sono disposti ad adattarsi alle nostre leggi.
    Ma l’altra faccia del problema è che purtroppo l’UE e l’Italia hanno dimostrato di non avere il potere o, peggio, l’intenzione di costringere quelli che non vogliono adattarsi a farlo comunque o tornare a casa.
    Questo accade perché anche tra di noi non condividiamo affatto i principi su cui basare la nostra stessa convivenza. Di fatto, esistono ampi gruppi con visioni della società completamente incompatibili: visioni di volta in volta nazionaliste, familiste, socialiste, relativiste o teocratiche (o magari anche liberali). In questo contesto, il gruppo di immigrati che vuole la sharia diventa semplicemente un gruppo come gli altri, che come gli altri tira acqua al proprio mulino. In fondo, per quello a cui siamo abituati (purtroppo) noi europei, la legge islamica non è peggio del nazismo o del comunismo, e forse anche della decrescita felice.
    E quando esiste già un folto gruppo di persone che credono nella spoliazione dei beni altrui come modo per ottenere ricchezza, non stupisce che interi gruppi di immigrati si adeguino. Perché venire in Italia a lavorare quando puoi venirci ad ottenere soldi o beni a spese di Pantalone?
    Probabilmente un paese basato su saldi principi liberali avrebbe anticorpi molto più potenti per tenere sotto controllo certe derive, e probabilmente potrebbe accogliere a braccia aperte milioni di immigrati, poiché sarebbe chiaro che “non si sgarra”, e che la legge è uguale per tutti.
    Per quanto riguarda l’offerta e la domanda di lavoro, un immigrato produce e contemporaneamente consuma, per cui se “toglie lavoro” a un locale, è anche vero che crea una domanda di beni e servizi equivalente, e quindi l’effetto è molto più neutrale di quanto sembri a prima vista. Anzi, se gli immigrati fanno “quei lavori che gli italiani non vogliono fare”, creeranno comunque una domanda aggiuntiva di servizi (visto che anche loro hanno bisogno di telefoni, ospedali, aerei, automobili, avvocati, eccetera) e quindi nuovi posti di lavoro “qualificati” per i locali.
    Per questo sembra impossibile che ci sia gente disposta a farsi migliaia di chilometri per venire a lavorare in Italia, quando magari a 10 metri di distanza abita un disoccupato “locale” che non trova lavoro. Se accade, è perché c’è qualcosa che non va. Magari (per dirne una) l’immigrato lavora in nero e dà più garanzie di non denunciare il datore di lavoro. Sicuramente esistono innumerevoli effetti “distorsivi” dovuti a leggi malfatte, male applicate o semplicemente ingiuste. D’altra parte è vero che il disoccupato “locale” spesso ricerca condizioni di lavoro migliori di quelle che è disposto ad accettare un immigrato; e che il disoccupato “locale” spesso ha “ammortizzatori familiari” che gli permettono di continuare a vivere piuttosto bene durante la ricerca.
    In ogni caso, in un mercato del lavoro regolato e soffocato da innumerevoli norme come quello italiano non mi stupisce che sia difficile lavorare.

  8. Francesco De Palo ha detto:

    Consiglio la lettura de “I nuovi italiani” (di Gianpiero Dalla Zanna, Patrizia Farina, Salvatore Strozza. Ed. Il Mulino), ovvero una maniera intelligente ed asciutta di affrontare realmente situazioni e dati, analizzandone a mente lucida le possibili evoluzioni.

  9. Vincenzo ha detto:

    Innanzitutto bisognerebbe abbandonare i soliti giustificazionismi, come “fanno lavori che noi non vogliamo fare”, “ci arricchiscono culturalmente”.
    La vera ragione, legittima, che spinge un essere vivente a cambiare habitat è la ricerca di condizioni di vita migliori.
    Che nessuno voglia fare certi lavori, è vero in parte: pagate per bene e vedete che si fa la fila. E poi, che vuol dire? Che se un giorno il nipote del raccoglitore di pomodori diventa magistrato, non ci va più bene?
    Un immigrato è semplicemente più ricattabile, come già detto in altre risposte.
    Riguardo alla multietnicità, è un problema secondario. Le società non si basano sull’etnico, ma sull’etico, su regole morali comunemente accettate e il loro conseguenziale rispetto.

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