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Un candido viaggio nei palazzi della politica

– Cosa direbbe il celebre Candide di Voltaire della politica dei giorni nostri? Questa, si può dire, è la domanda che si pone e a cui vuol dare una risposta Luigi Tivelli nel suo ultimo libro “Candide. Un candido nel palazzo”, dall’intrigante sottotitolo “Viaggio sospetto nel cuore della politica”. Il 14 maggio prossimo alle 18, presso la sede capitolina di Rubbettino (Lungotevere Raffaele Sanzio, 9), i tic, i vizi e le virtù della politica italiana descritte nell’agile volumetto saranno oggetto di un dibattito tra l’autore, il giornalista Stefano Folli e gli onorevoli Benedetto Della Vedova e Pino Pisicchio.
Ma chi è il Candide del buon Tivelli che ci racconta così da vicino, eppur distaccato, vizi (tanti) e virtù (alcune) del quotidiano governare e politicare? Si volesse da credito all’autore, trattasi di un servitore dello Stato che ha deciso di fargli dono delle personali e quotidiane osservazioni sopra i fatti di attualità politica del paese.
L’ingegnoso artificio non è stato utilizzato grossolanamente da Tivelli per svelare i gossip e gli strani intrighi dei personaggi del nostro tempo, argomenti tristemente di moda. Il viaggio che ci propone conduce lungo libere riflessioni che, pur radicate nell’attualità della Seconda Repubblica e della presente legislatura, si agganciano a principi e auspici sostenuti con voluto candore. Il saggio può leggersi come un tentativo di contrapporre la politica dei contenuti, delle questioni che giorno per giorno toccano i problemi della gente, alla metapolitica, che autoreferenzialmente parla di sé, dilungandosi in sterili polemiche su questa o quella dichiarazione, tenendosi lontana dalla vita reale.
Il percorso di questo viaggio tra i temi e i fatti degli ultimi anni e degli ultimi mesi in particolare, a dispetto dello scandirsi dei capitoli, non ha sempre un andamento lineare. Certe questioni, evidentemente più avvertiti da Tiv.. pardon, dal nostro candido alto funzionario, tornano a più riprese, rispecchiando in ciò anche un effettivo ciclico concatenarsi delle questioni politiche a cui un approccio più rigoroso e scientifico non saprebbe dar conto.
Sull’antipolitica e la retorica castale l’autore insiste in modo particolare. Candide lamenta il fatto che molti opinion leader, puntando il dito su alcuni vizi della politica, riscontrabili soprattutto presso le massime istituzioni, trascurano un più ampio malessere che permea ogni livello di governo. In sintesi, prevale nel Candido l’idea che anziché avvicinarsi alla società castale indiana, la società politica italiana pare fedele alla tradizione feudale; infatti, partitocrazia e lottizzazioni fanno premio sul merito e gravano sul cittadino-contribuente presso le istituzioni centrali ma più ancora tra le 20 regioni, le 100 province, i quasi 10 mila comuni italiani e i tanti enti da questi controllati.
Un altro filo della trama del libro è il massimo quesito della scienza politica: chi decide? Molte sono le riflessioni sull’insano rapporto tra media e politica, intreccio capace spesso di decidere l’agenda ma anche, con il reciproco condizionarsi, di distogliere gli occhi dei governanti dai governati. Libero da ogni vincolo d’appartenza, Candide dice la sua sull’immobilismo del Governo Prodi, così come sul decisionismo di Berlusconi, sano finché non degenera in una monocrazia (o una diarchia Ministero dell’economia – Presidenza del Consiglio) che rende effimere le altre istituzioni.
Ma sono molti i temi su cui si sofferma con un puntuale confronto tra il reale e l’ideale: i rapporti tra maggioranza e opposizione, la giustizia, la spesa pubblica, le pensioni e i giovani.
Commentando la crisi economica ricorda con toni nostalgici Einaudi, che avrebbe probabilmente esortato a “non buttar via, insieme all’acqua sporca della crisi economica, il bambino del liberismo e avrebbe tenuta alta la guardia sul fatto che, nonostante i rigurgiti di dirigismo di Stato, qua e là sgorganti, è proprio l’assenza di serie liberalizzazioni uno dei fattori cruciali che pesano sull’economia italiana”.
Il libro nelle sue 94 pagine rievoca, nella forma breve ed essenziale così come nei contenuti, i pamphlets del secolo dei lumi. E i toni illuministici si ravvisano quando le idee di libertà vengono pragmaticamente ma con coerenza impiegate e calate nelle questioni concrete che investono l’attualità politica ed economica.
Se tanto ci dà tanto, quindi, il dibattito di giovedì prossimo dovrebbe assumere i toni aperti e franchi dei salotti illuministi e consentire lo scambio di idee sul merito delle tante questioni affrontate nel libro. Magari, a margine, ci sarà anche modo di ricordare che proprio il 14 maggio di 222 anni fa, uomini saggi e intrisi della cultura illuministica iniziarono a riunirsi per scrivere una delle migliori carte fondamentali della storia politica e istituzionale, la Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Un Candido nel Palazzo. Viaggio segreto nel cuore della politica (a cura di Luigi Tivelli), Rubbettino, 2008, 8 euro.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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