– Uno dei problemi che affliggono il nostro sistema scolastico è l’elevato numero di studenti che vi entrano e non ne escono con un titolo. La chiamano “dispersione scolastica” con un’espressione che tradisce puro statalismo. Dovrebbero chiamarla “dispersione studentesca”, ribaltando sia punto di vista che sistema di valori. Il problema non può e non deve essere l’assenza di studenti dal sistema della Scuola, ma l’assenza di una scuola per quegli studenti. Potrebbe sembrare un gioco di parole, non lo è: per anni il sistema dell’istruzione e formazione si è incentrato sulla funzionalizzazione degli studenti allo Stato. La scuola non serviva per le persone che la frequentavano, ma per lo Stato che di quelle persone si sarebbe dovuto servire. Di questo nel linguaggio è rimasta traccia con la curiosa inversione di punti di vista tipica di espressioni come “dispersione scolastica”. Comunque lo si voglia chiamare, il fenomeno è endemico e massiccio. I dati più recenti, pubblicati da Tuttoscuola, parlano di un’incidenza intorno al 30 per cento, che in concreto vuol dire trenta dispersi su cento studenti, trenta persone che entrano nel sistema e non ne escono come si dovrebbe: con un titolo di studio, ma prima e soprattutto con delle competenze. Ammettendo che un certo numero di persone escano dal sistema, appena scaduto l’obbligo, solo a causa della discutibile scelta di rendere obbligatoria l’istruzione fino ad una certa età, da loro ritenuta magari inutile, rimane che la grande parte di questi trenta studenti è costituita da fallimenti. Fallimenti del sistema educativo, fallimenti di una scuola incapace di seguire la domanda (perché figlia di una pianificazione e non di un mercato) che spinge i giovani a scappare, a battere altri sentieri per la loro crescita. Chi per la sua vita ha un determinato progetto, o vuole investigare precise possibilità e non altre, molto spesso non è disposto a sentirsi dire “devi studiare queste materie per queste ore, con questi professori” mentre magari vorrebbe farne altre e per questo rifiuta la scelta precostituita che gli viene offerta. Manca una flessibilità significativa del sistema. La legge 53 ha iniziato a introdurla ma solo in modo molto contenuto. Nel campo dei politici conservatori, che sulla scuola stanno soprattutto a sinistra, si continua a voler costruire la scuola dall’alto, dalle idee astratte di pianificatori riuniti in stanzette, siano esse facoltà universitarie o peggio sedi di partito. Insigni accademici hanno ripetuto per decenni ed ancora ripetono che l’una o l’altra materia secondo loro sarebbe una ginnastica mentale per tutti, indipendentemente dalla sua utilità concreta per trovare un lavoro o accedere a settori specialistici, e su questa base cercano –tramite i loro referenti politici- di imporla a tutti. Chi non è d’accordo può solo disperdersi. Se le imprese chiedono più matematica, e non lo fanno a parole ma con l’assunzione degli stranieri che la conoscono, allora vuol dire che, per coloro i quali vogliono un lavoro in esse, servono meno latino, filosofia, musica etc. e chi non arriva a capirlo è senza mezzi termini fuori dal mondo. La scelta assurda di voler costruire una società diversa, magari più umanistica e meno scientifica, e di imporre alla gente di formarsi per le esigenze ipotetiche di essa e non per il reale mercato del lavoro, trasforma molti fallimenti scolastici in fallimenti di vita. La reazione del sistema è immediata: la gente lascia, va a lavorare con meno referenze e più giovane, pur di non acquisire titoli inutili che valgono meno degli anni persi per ottenerli. Nonostante questo disastro conclamato dai numeri, ancora non viene riconosciuta ai ragazzi, ai docenti, al mercato, la possibilità di influenzare il quadro orario in misura minimamente sufficiente a personalizzare la scuola superando le imposizioni statali. Così la scuola italiana diventa lo sbarco ad Okinawa, dieci partono, tre non arriveranno mai. E’ necessario cambiare. Molti di coloro che lasciano il sistema non appena cessa di essere obbligatorio frequentare, lo fanno perché non lo percepiscono utile per il loro personale progetto di vita.
L’unico modo per superare il problema è permettere agli utenti di scegliere il loro servizio educativo, su misura e personalizzato, fermi certi canoni di orario minimo in materie ritenute fondamentali. E’ in questo che consiste la flessibilità, cioè nell’ammettere che i progetti di vita delle persone siano diversi fra di loro e sia necessario offrire per ognuno proprio ciò di cui egli manifesta l’esigenza, ed il rifiuto di modelli Napoleonici, Gentiliani o Socialisti, tutti orientati al dare agli studenti solo una scelta egualitaria ed obbligatoria. Le materie insegnate a scuola dovrebbero essere liberalizzate, divenire teatro di una concorrenza fra pubblico e privato ed anche fra diverse istituzioni scolastiche pubbliche, per sviluppare un sistema educativo finalmente capace di seguire la domanda. E’ necessario spingersi avanti su di un cammino che riporti il sistema educativo italiano in alto nelle classifiche internazionali e smetta di produrre ragazzi “Missed in Action”, frustrati da un fallimento e spesso anche rallentati nel loro percorso di vita da uno sforzo che sottrae loro tempo per il lavoro.