Fede e politica: contro la “teologia della restaurazione” – AUDIO

Intervento di Benedetto Della Vedova al convegno: “Il PdL e la laicità: il perimetro del partito, lo spazio del dialogo” (Roma, 9 aprile 2009) –

Premessa

Continua a stupirmi il fatto di essere annoverato, nella semplificazione giornalistica, tra gli esponenti “laici”..o “laicisti”…o anticlericali… del centrodestra.
Sul piano personale la mia formazione e la mia storia sono altre. Sul piano politico, poi, nella mia felice esperienza radicale sono sempre stato in dissenso con l’impostazione anticlericale che portava qualche dirigente a gridare all’intervento “a gamba tesa” ogni volta che il Cardinale Ruini interveniva nella discussione pubblica. Anche perché io trovavo quegli interventi in prima persona, pubblici e quindi esposti a pubbliche critiche nell’agorà politica, un dato di modernizzazione laica della politica italiana. Il problema, casomai, lo vedevo nelle risposte della politica.
Così è: il destino di noi moderati è evidentemente quello di essere minoritari nel tempo in cui prevalgono i massimalismi. Minoritari nella politica, non così, credo, nella società. E di essere continuamente scavalcati, ora di qua ora di là; non di rado dalle medesime persone.

Lo spazio del dialogo

Affronto questo punto prima di parlare del partito. Il “dialogo” tra credenti e non credenti è una costante della modernità nell’occidente libero. Da secoli, ormai, credenti e non credenti si confrontano e si contaminano in ogni contesto, a partire dalla famiglia, e vivono in pace cooperando.
Qui non siamo chiamati a discutere di religione o di spiritualità, però, ma di politica e di potere. E quindi di “dialogo” tra Chiesa/Chiese e istituzioni e tra cattolici e non cattolici all’interno dei partiti e del Parlamento.

Sul punto rileva il ruolo che la Chiesa si vuole dare. Premesso, come scriveva Gomez Davila che cito riprendendolo da Giovanni Reale, che  “Ciò che si pensa contro la Chiesa , se non lo si pensa da dentro la Chiesa, è privo di interesse”, non è certo mia intenzione discutere o confutare l’attuale impostazione dottrinaria della gerarchia cattolica.

Ciò nondimeno, risulta evidente che una Chiesa che accentua il carattere di sola e infallibile interprete del bene comune di tutti e di ciascuno, si considererà investita di un ruolo di magistero erga omnes da far valere anche per via legislativa, così assai restringendo la possibilità del “dialogo”. Se invece, come mi sembra di intravedere, ad esempio, nella visione del card. Martini, si sente Chiesa missionaria anche in occidente in ragione del suo evidente esser minoritaria nella società, cioè Chiesa che vuole convincere attraverso la testimonianza piuttosto che volersi imporre attraverso la legge degli uomini, le porte del “dialogo” si aprono.

Da ciò, infatti, discendono posizioni diverse su tanti temi centrali nell’attuale confronto tra Chiesa e politica, tra cattolici e non cattolici: sul fine vita, sulla famiglia, sull’omosessualità o sull’uso dei preservativi, le posizioni di Martini aprono al dialogo, quelle di Ratzinger, di tutta evidenza, no. Se sul caso Eluana la Chiesa dei Cardinali Ruini e Barragan parla di “assassinio” – e quindi, aggiungo io, considera chi quella fine ha deciso e chiesto, cioè il padre, un assassino, perché ogni altro sofisma è del demonio – e su questo anatema chiama a raccolta i politici cattolici il dialogo con chi pensa cose diverse è impossibile, o no? Se la Chiesa si interroga, come ha fatto Martini o come ha scritto la Conferenza Episcopale tedesca (per altro, a mio avviso, in continuità con Paolo VI), sulla distinzione tra vita biologica e dignità della vita alla luce dei progressi della tecnologia medica, il dialogo è obbligato; o no?

Viceversa, se qualcuno volesse ricondurre l’esperienza religiosa, e quella cristiana in particolare, nel recinto privato di una superstizione passatista, anziché vederla come una espressione alta della storia dell’umanità e della civiltà occidentale, e un connotato insopprimibile della nostra società libera, si porrebbe su un piano antistorico e a suo modo talebano. Non è il mio caso.

Non porta acqua al mulino del dialogo, a mio avviso, neppure l’identità, che gode di ottima stampa in questi tempi tanto tra le gerarchie quanto tra gli atei devoti, fra dottrina cristiana e diritto naturale. Secondo questa visione, al di là della rivelazione e dell’incarnazione, la morale cristiana rispecchierebbe i precetti del diritto naturale e quindi il confronto tra credenti e non credenti si dovrebbe fondare sull’assunto che i credenti sono comunque i depositari del vero senso della vita libera e della società ordinata e quindi, per dirla con Papa Ratzinger, tutti siamo chiamati a vivere “veluti si Deus daretur”, come se Dio esistesse. Il Dio della Chiesa di Roma. Il “dialogo”, in questo caso, appare superfluo e ogni ragionamento risulta apodittico.

Ma come insegnava Sergio Quinzio (teologo forse un po’ irregolare, ma certamente lontano da ogni politicismo e da ogni idea di trionfo mondano della verità cristiana) il vero rischio per la fede cristiana (e io aggiungerei, per la politica laica) è il far coincidere il cristianesimo – come fede – con la cristianità – come cultura ufficiale: il che avviene quando si chiede alla religione cristiana di divenire una forma di ideologia politica (poco importa se all’insegna dell’innovazione o della conservazione, della rivoluzione o della reazione) e non una scommessa e una testimonianza personale e collettiva animata da una fede che non è, per l’essenziale, un fatto culturale. Quinzio giudicava inadeguata tanto la concezione “passatista” della cristianità, all’insegna del tradizionalismo antimoderno, quanto quella “progressista”, all’insegna dello storicismo messianico. Io, in una chiave politica, la penso esattamente nello stesso modo. Si corrono pesanti pericoli sia quando la religione diviene la coperta ideologica della “teologia della liberazione” (asservita al marxismo), sia quando diviene la coperta ideologica della “teologia della restaurazione” (asservita all’antiliberalismo).

Per un lungo periodo, nella storia italiana, se mi si consentono questi riferimenti “topografici”, si rifiutava da destra l’idea che il cristianesimo potesse essere degradato ad una sorta di religione civile e di ideale sociale. Il cristianesimo non poteva essere trasformato solo in una forma di militanza ispirata ai principi della bontà, della solidarietà e dell’amore del prossimo.
Ora da destra non si può imporre questa stessa logica, sia pure con diversi contenuti. Il cristianesimo non dovrebbe essere imposto come un principio di ordine e di organizzazione sociale, ma accettato (da chi lo accetta) come fonte di salvezza.

Tornando al dialogo, non si può tralasciare il fatto che su molti dei punti oggi più controversi e politicamente sensibili nel nostro paese (sessualità, famiglia, embrioni e fine vita), all’interno dello stesso mondo cristiano, esistono declinazioni assai differenti, molte delle quali, a differenza di quella cattolica, non determinano scontri accesi tra credenti e non credenti, e non contrappongono in modo così netto l’evoluzione dei costumi sociali e l’innovazione scientifica da una parte e la morale cristiana dall’altra.

Vi sono poi temi più, diciamo così, “sociali” come l’immigrazione. O la povertà. O magari la guerra. Su questi temi sembra che la Chiesa predichi ma non pretenda; i richiami hanno il tono della profezia, mai quello diretto e perentorio che conosciamo su altro. Vi sono reprimende, ma mai minacce di rottura. La Chiesa più vocale su queste questioni sembra una Chiesa più distante da Roma,  forse meno dentro i meccanismi del potere. Ecco, a proposito di dialogo: sulla guerra o sull’immigrazione la politica del centrodestra riacquista nei fatti quell’autonomia dalle gerarchie che in altri campi non ha, non vuole, o non riesce ad avere. E che io invece vorrei avesse sempre; per dire laicamente dei sì, ma anche dei no.

Continuo a pensare che molte energie oggi impegnate in un confronto aspro sui temi della morale pocanzi richiamati, potrebbero essere da tutti, credenti o no, assai proficuamente impegnate nel rinsaldare un’etica civile – pagare le tasse giuste, garantire un vero e umano accesso generalizzato alle cure mediche, rispettare il codice della strada, rispettare le cose pubbliche, tutelare l’ambiente, combattere il clientelismo….- che forse proprio perché non controversa sembra non appassionare i più, di qua o di là del Tevere.

Il perimetro del partito

Se in queste considerazioni, ed in altre che ho tralasciato per brevità, sta la questione del “dialogo” tra laici e cattolici (espressione che non amo)  veniamo ora al partito.
Il perimetro del nuovo PdL non può e non deve essere racchiuso dal triangolo Dio-patria-famiglia come molti e autorevoli esponenti, tra cui pochi giorni fa il Ministro Sacconi, hanno auspicato.  Mi sembra che questa impostazione, almeno sul piano politico, risponda ad una visone strategica sbagliata e comunque superata, ancora ferma all’undici settembre 2001. Allora sembrava, in particolare a destra, che il futuro dell’occidente non dovesse più passare prioritariamente per la libertà, la tolleranza e l’inclusione, quanto per la riscoperta e la difesa di una granitica identità valoriale, quella cristiana. Per convinzione o per opportunismo, tutti sembravano doversi riconoscere in questo “ubi consistam” onde rinsaldare le fila contro il comune nemico islamista. Con una variante: siccome il nemico era “esterno” si era pensato che la politica dovesse ritrovarsi in grandi coalizioni per le cose del governo lasciando la dialettica politica ai valori e alla morale, in una sorta di bipolarismo etico. Osservanti dell’ortodossia del magistero morale della Chiesa da una parte e “laicisti” dall’altra. Se non addirittura un “partito della vita da una parte” e, immagino, un fantomatico “partito della morte dall’altra”.

Il mondo (non solo con Obama) è andato in un’altra direzione: destra e sinistra si sfidano aspramente per il Governo e convergono sempre più sulle questioni eticamente sensibili, in sintonia con la società e i suoi mutamenti. In Italia non ci sono alle viste grandi coalizioni; sul resto siamo alla paralisi bilaterale.

Si è ripetuto che “il perimetro” del PdL è quello del PPE. Bene, io ci sto. In molti avranno come me notato che al Congresso fondativo del Pdl nei loro discorsi i leader del PPE (Martens e Lopez) che sono intervenuti hanno parlato a lungo di tasse, di sussidiarietà, di piccole e medie imprese ma si sono ben tenuti alla larga dai temi “eticamente sensibili” sui quali secondo molti si dovrebbe giocare l’identità del PdL. Salvo qualche considerazione sul ruolo della famiglia trasversalmente condivisibile, infatti, nessuna menzione per la guerra santa contro le coppie di fatto che tanto piace a molti di noi o per quella, altrettanto popolare, contro non meglio precisate derive eutanasiche insite in una legge sul testamento biologico rispettosa della libertà di scelta delle persone.

Senza citare i repubblicani americani, che dovendo sottrarsi al destino di un partito marginale e rurale affidano la carica di chairman del Republican National Committee a Michael Steele, pro-gay e pro-choice, e senza neppure prendere ad esempio i nuovi conservatori di David Cameron e le loro venature libertarie (né gli uni né gli altri fanno infatti parte dei popolari europei), basta stare sul continente per vedere che le politiche dei grandi partiti del PPE sfiorano, usando le categorie nostrane, il relativismo laicista. Non solo quelle del gollista Sarkozy, ma anche quelle dei democristiani Rajoy e Merkel. Ad esempio, sulle coppie di fatto omosessuali la mia posizione coincide con quella del leader del Partido Popular Mariano Rajoy, che alla domanda “cosa farebbe se vincesse le elezioni sui matrimoni gay?”, rispose: “Cambierei il nome”. Il Ppe spagnolo, non quello olandese.

Non voglio fare qui l’arringa difensiva delle mie posizioni su coppie di fatto, fecondazione assistita o fine vita: mi limito a segnalare che se sono in forte minoranza nel PdL sarei in una comoda maggioranza, seppur magari a geometria variabile, nel centrodestra francese, spagnolo o tedesco.

E questo, se oggi può sembrare un problema mio, domani sarà un problema del PdL. Scommettere su un PdL del 40% o più di ispirazione ratzingeriana significa scommettere che la società e gli elettori italiani si stiano velocemente allontanando dall’Europa. A qualcuno potrà dispiacere, ma non è così!

Il partito che dice come un sol uomo “vade retro” alle coppie di fatto in nome della famiglia e parla di omicidio per Eluana non assomiglia ai propri elettori, che rappresentano un elettorato composito e fondato su un pluralismo etico che non ha alcun senso – né politico né elettorale- cercare di cancellare. E non assomiglia nemmeno ai suoi eletti.

Tutte, dico tutte, le indagine demoscopiche, mostrano che sui temi eticamente sensibili gli elettorati del PdL e del PD si dividono allo stesso modo: semplicemente il nostro elettorato è un po’ più “conservatore” e quello del PD è un po’ più “progressista”, tutto qui. E che il voto cattolico si distribuisce tra i partiti in modo pochissimo difforme da quello di tutto l’elettorato. Facciamo finta di nulla? Avanziamo come treni sul fronte confessionale finché troveremo qualcuno che è più confessionale di noi e ci spiazzerà? Oppure ci concentriamo sul governo dell’economia, della giustizia, dell’immigrazione, della pubblica amministrazione, delle catastrofi naturali, dell’ambiente, della sicurezza, il tutto in una chiave di libertà, responsabilità, ordine e sussidiarietà, riconducendo i temi etici al metodo del pragmatismo euristico piuttosto che dello scontro ideologico?

Sul testamento biologico abbiamo scritto una legge tanto massimalista sul piano politico (rispetto alle posizioni del centrodestra di tre anni fa o dei democristiani tedeschi oggi) quanto fragile dal punto di vista giuridico. Io credo che abbia ragione Fini: in quella Legge vi è il rischio di un’inedita versione democratica dello stato etico, uno Stato che impugna la spada della legislazione per dividere bene e male, imponendo a tutti la visione etica di alcuni. Una legge, nei fatti, contro il testamento biologico.
Su questo io credo che dobbiamo aprire quel confronto aperto che è mancato in questi mesi. Dobbiamo fermarci e ripartire da zero.

A volte ho l’impressione che dietro lo scudo dello straordinario consenso elettorale tributato a Berlusconi – straordinario quantitativamente perché trasversale qualitativamente – si cerchi di costruire un partito “monoetico”, antistorico e destinato nel tempo a infrangersi contro la realtà dell’Italia che cambia.

Deve essere chiaro che nessuno nel pieno delle proprie facoltà intellettive potrebbe auspicare un PdL “contro” la Chiesa. Ma credo che neppure sia possibile pensare che in Italia un partito del 40% possa essere o dare l’impressione di voler essere il partito “della” Chiesa. Tantomeno di una Chiesa come quella di oggi, che sceglie, probabilmente con buone ragioni rispetto alla sua storia millenaria, di essere dottrinaria e divisiva come mai negli ultimi decenni.

In conclusione, penso che il perimetro del PdL debba essere ampio e sfrangiato sulle questioni etiche, aperto ad una sana competizione di idee e sempre in presa diretta con il suo elettorato. E’ il perimetro di una grande partito del PPE, al cui interno, per capirci, ci stanno le coppie di fatto etero ed omosessuali e ci sta un fine vita scelto dalle persone e dalle famiglie e non regolato in modo casuistico e proibizionista dallo Stato. Un perimetro dentro il quale non “possono”, ma “debbono” starci credenti, non credenti e centinaia di migliaia e in prospettiva milioni di credenti in altre religioni che non quella cristiana; italiani figli di italiani e figli di immigrati.

Un perimetro che non può essere il triangolo Dio-patria-famiglia: indipendentemente dal fatto che questo richiamo sia una cosa vecchia o nuova, è una cosa sbagliata e troppo angusta per il grande Popolo della Libertà di cui abbiamo l’onore di essere i rappresentanti; e al quale abbiamo tutti la responsabilità di contribuire a dare un futuro solido e duraturo.

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Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

5 Responses to “Fede e politica: contro la “teologia della restaurazione” – AUDIO”

  1. Claudio Ottonello ha detto:

    Bellissimo intervento, condivido ogni singola parola! Con grande stima, Claudio

  2. BUON VIAGGIO DON GIANNI
    Conobbi Don Gianni Baget Bozzo nei vari meeting del PSI, datosi che a Milano, ero Dirigente e Segretario di un Nas del garofano Socialista. In seguito nel 1985 al Parlamento dell’Unione Europea ad una cena con tutti i Deputati d’area Socialista dell‘Unione. Infatti, l’Onorevole Bettino Craxi, essendo Presidente UE di turno mi aveva voluto presente a questa manifestazione e stage a Strasburgo. In poche parole, ricordo che Don Gianni, come un uomo buono ed intelligente di cui non disdegnava il buon cibo ed un bicchiere di vino associato ai formaggi dell’Alsazia. Vincenzo Alias Il Contadino Matera.

  3. claudio fogazza ha detto:

    bisogna riscrivere il dialogo con la chiesa .
    il Cattolicesimo e’ una religione pagana
    più rivolta alle statue e alle immagini
    il vecchio ed il nuovo testamento sono altra cosa
    ritornare alla chiesa di Gerusalemme
    cui i Cristiani e i Musulmani devono obedienza

  4. claudio fogazza ha detto:

    allegare al Vecchio Testamento
    il Corano e tutti i Vengeli

  5. claudio fogazza ha detto:

    i Vangeli da allegare al Vecchio Testamento
    http://it.wikipedia.org/wiki/Vangeli_apocrifi

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