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Grazie, signora… chi?

– Il 3 maggio del 1979 la Gran Bretagna era ignara che stava dando il suo più grande contributo alla storia della seconda metà del XX secolo, andando a votare per terminare la terribile fase di governo laburista che aveva visto “l’inverno del malcontento” in cui gli scioperi erano arrivati ad impedire di far seppellire i morti – amara realtà ma anche perfetta metafora di un andazzo ideologicamente perdente che sembrava impossibile da superare. Nel maggio del 1979 non c’erano paesi occidentali di una certa importanza che avessero un primo ministro, un presidente, un cancelliere di sesso femminile: e certo, nessuno avrebbe scommesso che fosse il tradizionalissimo Tory party della tradizionalissima Gran Bretagna a rompere questa consuetudine. Ancora nella riforma del 1974, nello statuto dei conservatori al leader si faceva esplicitamente riferimento con il pronome maschile: l’anno successivo Margaret Roberts coniugata in Thatcher, da Grantham, figlia del droghiere del paese, prendeva la guida del partito più rigidamente maschilista dell’occidente ed iniziava a rivoltarlo dalla testa ai piedi.

Qui in Italia il Thatcherismo non ha mai avuto una corretta divulgazione. La sinistra lo dipingeva come il peggiore dei mali, e continuò a farlo per tutti gli anni ’80 con vigore direttamente proporzionale ai miglioramenti dell’economia inglese. Ma se il PCI era terrorizzato dalla cura Thatcher, altrettanto si poteva dire di quei partiti che, mutatis mutandis, avrebbero potuto o dovuto – per affinità politica – analizzarlo, adottarlo e divulgarlo. Senza un corretto bipolarismo destra-sinistra, in Italia si scelse scientificamente di non parlare di Thatcherismo se non per denigrarlo, con la felice ma isolata eccezione del Giornale di Montanelli. Parlare di braccio di ferro contro i sindacati, rigore economico realmente messo in atto, decisionismo, privatizzazioni, monetarismo, maggiore potere al capo del governo significava spaventare uno status quo comodo e apparentemente immodificabile. La DC era un contenitore abituato al compromesso sempre e comunque in cui conviveva di tutto, e nel quale nessuna politica di rottura era possibile. Il PLI era un piccolo partito atterrito da ciò che accadeva ai cugini liberali inglesi, sparutamente rappresentati in Parlamento (in seguito al sistema uninominale inglese) nonostante una rappresentanza dignitosa nel paese. Il PSI di Craxi sembrò adottare in parte alcune caratteristiche: il decisionismo, teoricamente rappresentato dal decreto di San Valentino sulla scala mobile, che alla fine fu tutto fumo e niente arrosto; la personalizzazione politica, che però fu coniugata con molto meno carisma e molta più arroganza; il maggiore potere che all’esecutivo, che sarebbe giunto dalla riforma presidenziale di Amato poi ritirata quando si trattò di vederne le carte. La stampa si accodava al terrorismo psicologico – oggi si direbbe character assassination – che a Margaret Thatcher destinavano i partiti “moderati” italiani: in questo panorama usciva dal coro Montanelli ed il suo Giornale, che descriveva puntualmente e onestamente il fenomeno Thatcherismo nelle sue diverse componenti, tra le quali spiccava per importanza la fase economica in grande crescita e descritta con eccellenza dal capofila dei (pochissimi) monetaristi italiani, Antonio Martino.

Margaret Thatcher ha cambiato la storia. Lo ha fatto in Gran Bretagna, dove il Labour, si è risollevato solo dopo 18 anni, quando Blair ha conquistato il governo di Sua Maestà senza denegare una sola delle principali innovazioni della lady di ferro e anzi candidandosi chiaramente come un suo continuatore. Lo ha fatto in Europa, dove all’euroscetticismo della lady di ferro sembrano oggi dare ragione i numerosi problemi di coesione interna che il nostro continente si trova ad affrontare. Lo ha fatto nel mondo, insieme a Ronald Reagan, vincendo la guerra fredda, introducendo politiche economiche che hanno portato l’Occidente a crescere per 25 anni e più, riequilibrando la politica industriale a favore di più privato e meno pubblico. Lo ha fatto rompendo gli schemi, semplice figlia di un droghiere, donna, capace di capire l’importanza di personalizzare la politica; di preparare, accettare e stravincere un braccio di ferro durato un anno contro un sindacalista come Arthur Scargill (interrogato su quando un pozzo di carbone fosse così antieconomico da farne risultare opportuna la chiusura, questi rispose che per quanto lo riguardava la perdita non avrebbe dovuto avere mai fine).

L’Italia non ha mai conosciuto il vero Thatcherismo, perché le è stato descritto male ed in malafede, con l’eccezione montanelliana. E’ anche per questo che le innovazioni apportate in Gran Bretagna da Margaret Thatcher dal 1979 al 1990 sono state e sono tuttora digerite parzialmente ed adottate male, lasciando l’Italia in posizioni imbarazzanti nelle classifiche di merito, libertà economica, concorrenza ed efficienza. Il sistema elettorale che ha permesso a Margaret Thatcher di portare a termine il suo programma è stato combattuto nonostante fosse stato scelto nel referendum del 1993 dai cittadini italiani stanchi di governi dalla durata media di 9 mesi. L’esecutivo è oggi più forte solo grazie a consuetudini ed ingegni istituzionali ai limiti del legittimo che fanno storcere il naso ai più fedeli interpreti di una Costituzione che rimane fortemente squilibrata dalla parte del legislativo a danno del reale potere dell’esecutivo. Le privatizzazioni sono state fatte tardi e male, e lo Stato – sia a livello nazionale che a livello locale – è ancora protagonista di troppa parte dell’offerta di prodotti e servizi, senza che la politica abbia rinunciato alla longa manus che le permette di controllare settori dell’economia del paese che dovrebbero essere lasciati alla concorrenza ed ai privati. I sindacati, che pur indeboliti possono contare su ingiustificate risorse e privilegi, continuano ad avere un ruolo sperequato rispetto alla loro reale rappresentatività, senza democrazia interna e lasciando totalmente al proprio destino una fetta importante dei giovani ancora inoccupati di questo paese. La personalizzazione della politica sembra rischiare di aver preso a volte una deriva demagogica e populista che va nella direzione opposta al messaggio della lady di ferro, che qui in Italia sarebbe probabilmente meglio tradotta in un omino di burro. Più in generale, sembra evidente che laddove la Thatcher ha cambiato ed educato una parte maggioritaria dei suoi concittadini, qui in Italia si è spesso pensato più ad assecondare e a sublimare pigrizie e diritti tanto acquisiti quanto ingiustificati, antistorici e dannosi. A noi che ne abbiamo studiato ed apprezzato la parabola politica ed il contributo ideologico, comunque resta solo da dire sinceramente grazie davvero, Signora Thatcher.


Autore: Umberto Mucci

Nato a Roma nel 1969, laureato in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma, ha un master in marketing e comunicazione. Si occupa di pubbliche relazioni in ambito di internazionalizzazione. Rappresenta in Italia l’Italian American Museum di Manhattan. Ha pubblicato per la rivista per italiani all’estero èItalia e per Romacapitale. Ha co-fondato e diretto la Fondazione Roma Europea.

5 Responses to “Grazie, signora… chi?”

  1. Filippo ha detto:

    Complimenti bell’articolo! Magari averne una in Italia di Thatcher!

  2. giovanna nuvoletti ha detto:

    Grande Thatcher. Mi ricordo i commenti su di lei nel femminismo, che frequentavo ai miei tempi. La maggioranza la odiava. Alcune di noi la ammiravano: intanto perchè da quel giorno in poi ogni ragazza inglese poteva sognare di avere il bastone da feldmaresciallo nello zaino, se se lo fosse meritata… Ovviamente anche nel femminismo le liberali erano una esigua minoranza

  3. ale itr ha detto:

    cavoli XXX anni Maggie cambiò tutto , il prox anniversario di vittoria è Ronny il mangiabreznev.
    Viva la la libertà , non conoscevo libertiamo ma grazie a roghtnation sono arrivato quà , ciao

  4. Jean Lafitte ha detto:

    al di la dell’analisi, invero non straordinaria, del motivo per cui il tatcherismo, per fortuna non ha attechito in Italia, non si capisce quali siano stati veramente i meriti e le innovazioni di questa signora, oggi come allora malata di demenza.
    ironico scherzo del destino per una donna che ha fatto della reazione il suo credo. per fortuna , alla fine dei conti è stato tutto inutile. il tatherismo e il reaganismo stanno vivendo oggi la loro fase terminale. e non poteva essere diversamente

  5. Andrea ha detto:

    Complimenti per l’articolo! Avessimo anche noi politici del genere..

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