Di Benedetto Della Vedova da Il Riformista del 5 Maggio 2009 –

Caro direttore, nel Bestiario di domenica scorsa Giampaolo Pansa chiedeva a Fini di levare il disturbo e di andarsene per la sua strada. I suoi distinguo, i suoi “sparigli”, la sua ostentata competizione sul piano delle idee e delle proposte politiche lo renderebbero incompatibile con il progetto berlusconiano.
Non mi importa prendere le parti del Presidente della Camera, che si difende egregiamente da sé, ma mi interessa discutere il ragionamento di Pansa in termini generali, a partire dall’idea che del funzionamento di un grande partito sembra avere un grande frequentatore ed esperto degli “zoo” della politica. Per Pansa la Dc è fallita perché aveva troppi galli nel pollaio e tutti volevano cantare sul proprio spartito, e il Pdl rischia di fare altrettanto.
Sul rapporto tra partito e leadership, tra progetto politico e “catena di comando”, tra innovazione e continuità culturale si gioca, ovunque nel mondo, il successo o il fallimento dei grandi partiti a vocazione maggioritaria. Pur in presenza di sistema elettorali e istituzionali molto diversi, tutti i partiti che si contendono il governo delle maggiori democrazie avanzate (secondo una logica sostanzialmente bipartitica, oltre che bipolare) non concepiscono e costruiscono la propria unità interna in termini statici, ma dinamici. Il “partito” non coincide con la “linea del partito” o con una massa di manovra al servizio di un unico disegno politico, ma con un “sistema di produzione” di idee e di proposte di governo: che la discussione sia libera non è solo giusto, ma necessario, non solo per ragioni morali, ma soprattutto per ragioni di efficienza. Con l’ipse dixit non si sono mai prodotte nuove idee. Un partito che voglia durare nei decenni sa che dovrà nel tempo anche mutare di linea, come accaduto ai conservatori britannici o ai gollisti francesi: per questo la leale competizione interna sulle idee non è un veleno, ma un elisir di lunga vita.
Sono ben lungi dall’avere una visione irenistica della vita interna ai partiti. So bene che tutti i confronti si giocano (anche) sul piano del potere e degli scontri di potere. Ma questo aspetto, che pure definisce in modo robusto i rapporti di forza, non esaurisce la dialettica politica di un partito di governo.
Se vogliamo usare la Dc come termine di paragone, a condannare la Balena Bianca all’estinzione (accanto a fatti storicamente più decisivi, come la fine dell’equilibrio di Yalta e la stagione di Mani Pulite) non è stata la capacità di far convivere in un ambizioso disegno interclassista diversi interessi reali e differenti constituency culturali e sociali, ma la progressiva “spoliticizzazione” dello scontro politico interno. Mi pare che Berlusconi e Fini, in modo convergente e per quanto posso capire anche concordato, stiano lavorando perché la vita politica del partito non subisca derive correntizie. Detto questo, non mi pare che un partito del 40 per cento, che voglia continuare ad assomigliare al proprio elettorato, possa essere un luogo in cui tutti passano il tempo a concordare su tutto e a darsi reciprocamente ragione.
Francamente non capisco la ricetta che Pansa propone per riportare ordine nel Pdl: quello di una bella scissione “finiana”. Ciò vale a dire che, per non fare la fine della Dc, il Pdl dovrebbe fare la fine del Pci, attingendo al repertorio classico della sinistra italiana. Non mi pare francamente il massimo. Ci sono esempi migliori, in Europa e nel mondo avanzato, a cui varrebbe la pena ispirarsi.
La svolta del predellino ha fatto paradossalmente del Pdl un “partito normale”. Adesso tutti, all’interno e all’esterno, devono abituarsi a questa normalità. Che è una bella novità, per la politica italiana.