Federalizzare il pubblico impiego: se non ora, quando?

– Tra i sostenitori più “tiepidi” del federalismo, circola la tesi secondo cui una riforma che ponga a carico delle Regioni e degli enti locali un più stringente vincolo di bilancio ed una esplicita responsabilità di entrata e di spesa non garantisca di per sé un miglior uso delle risorse. Lo ha sostenuto, ad esempio, Gianfranco Viesti su Il Sole 24 Ore di domenica (3 maggio, ndr), evocando l’ipotesi che una maggiore autonomia finanziaria delle Regioni, vale a dire una riduzione delle risorse trasferite da altre aree del Paese, possa tradursi ceteris paribus in una riduzione dei servizi erogati. E questo finirebbe per ampliare, non diminuire, il divario tra aree del Paese.
Già oggi i bilanci degli enti meridionali sono “ingolfati” di spese per il personale (piante organiche sovradimensionate, generosi avanzamenti di anzianità, premi di produttività distribuiti a pioggia, consulenze, stabilizzazioni e inutili assunzioni a tempo determinato), di spese per la macchina amministrativa e di altre voci di costo sostanzialmente improduttive. Ciò riduce, ad esempio, la disponibilità di spesa per i servizi sociali, per la manutenzione delle strade, per la viabilità, per gli investimenti in conto capitale. Con il federalismo fiscale che si va implementando, è evidente il rischio che questo problema si accentui, trasformandosi in una “trappola fiscale”: una riforma che tagliasse i trasferimenti statali, in qualche legando le entrate degli enti territoriali al gettito raccolto sul territorio, comporterebbe per la gran parte delle amministrazioni locali una riduzione delle risorse. E vista la sostanziale rigidità della spesa per il personale nel medio periodo, sindaci e assessori sarebbero costretti a tagliare dove possono.
Questo rende inevitabile l’adozione di un robusto meccanismo di perequazione tra Regioni e tra aree del Paese? No, a giudizio di chi scrive questo renderebbe auspicabile l’attuazione di un vero impianto federale, vale a dire di un sistema istituzionale dove la capacità di spesa è intimamente connessa al potere impositivo e nel quale l’amministratore locale abbia un sufficiente margine di autonomia nella definizione dei livelli salariali. Il contrario di quello che, per ora, vediamo all’orizzonte.
Se un ente locale non dispone delle risorse necessarie per lo svolgimento delle sue funzioni, è più opportuno che alzi le tasse ai propri residenti, con la speranza di aumentare il gettito, anziché chiedere fondi al governo centrale, cioè ai contribuenti di altre aree del Paese. E rispetto alle spese per il personale, sarebbe opportuno un “decentramento” della gestione e della normativa sul personale pubblico che possa affidare ai sindaci maggiori margini operativi. Detto in altri termini: non c’è ragione per cui, in un sistema che si vuole federale,  il rinnovo dei contratti dei dipendenti comunali, provinciali o regionali dovrebbe tenersi sui tavoli romani e non essere condotto da operatori locali, meglio attrezzati e meglio informati.
Si replicherà che così il federalismo rischierebbe di comportare, per il Mezzogiorno, l’aumento della pressione fiscale e minori risorse per i dipendenti pubblici, la più importante “sacca” di occupazione di vasta aree meridionali. In realtà, una riforma autenticamente federale condannerebbe parte delle regioni e dei territori meridionali alla prima di queste conseguenze, offrendo però loro, con la seconda conseguenza, l’arma per uscire nel medio periodo da questa “trappola” in cui si sono cacciati negli ultimi decenni della storia repubblicana.
Messaggio al ministro Renato Brunetta: la “federalizzazione” del pubblico impiego è certamente un tema che scotta, da sciopero di cofferatiana memoria al Circo Massimo, argomento capace di scatenare la più stantia ma efficace retorica meridionalista. Ma se non ora, con un governo all’apice della sua popolarità, quando?


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

3 Responses to “Federalizzare il pubblico impiego: se non ora, quando?”

  1. Ermanno Cimini ha detto:

    Prospettiva interessante… Mi chiedo quanto percorribile, visto ciò che sono i dipendenti pubblici italiani…

  2. Giorgio Gragnaniello ha detto:

    “L’abuso e la disubbidienza alla legge non può essere impedito da nessuna legge” (Giacomo Leopardi).

  3. giuliano ha detto:

    Lavoro pubblico privatizzato e non privatizzato.Disparità di trattamento.Sentenza di condanna datoriale alla reintegra esclusivamente nelle mansioni precedentemente svolte,eseguita,ritenuta successivamente non coercibile dallo stesso giudice del lavoro di I°grado (bisognerebbe attendere il pronunciamento definitivo).Analoga sentenza emessa dal TAR subito eseguita tramite commisario ad acta in conformità alla recente riforma.Vedere http://www.areagiuridica.com

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