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Certificare le scuole. Senza valutazione, non c’è autonomia

– Il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione Europea nel febbraio 2001 emanarono una raccomandazione che invitava gli Stati membri a “incoraggiare l’autovalutazione scolastica” in modo da fare “degli istituti scolastici dei luoghi di apprendimento e di perfezionamento in grado di mettere in relazione l’autovalutazione e la valutazione esterna”. Il ministro Gelmini ha dichiarato, nel suo primo discorso in Commissione cultura, scienza e istruzione della Camera: “Autonomia e valutazione sono due facce della stessa medaglia. Non possiamo rendere piena l’autonomia scolastica senza un sistema di valutazione che certifichi in trasparenza come e con quali risultati venga speso il denaro pubblico”.
Oggi la valutazione è affidata ad un mero e formalistico controllo interno a ciascun istituto, che crea ed autorizza una sostanziale autoreferenzialità dei docenti e degli istituti. Un’autoreferenzialità che è l’esatto contrario dell’autonomia. Non è che, in teoria, non esista un Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo, di istruzione e formazione (INVALSI). Il fatto è che non esiste nella sostanza alcuna integrazione funzionale tra la valutazione dei livelli di apprendimento e la “manutenzione” del sistema scolastico. Per dirla in termini aziendalistici, la valutazione dei livelli di apprendimento non integra il controllo di gestione delle scuole, proprio perché il loro sistema operativo prescinde in larga misura, nella definizione degli scopi, dall’individuazione di un obiettivo di istruzione. Detto in termini più semplici, la valutazione dei livelli di apprendimento degli studenti non diventa un criterio di orientamento dell’attività delle scuole (e di selezione tra le scuole) perché nella logica “ministeriale” – non di questo Ministero, si intende, ma della scuola come “macchina” a guida ministeriale –  la qualità della scuola non coincide con la qualità dell’istruzione impartita e dei risultati raggiunti.
La scarsa preparazione degli studenti italiani è emersa ripetutamente dai dati dei rapporto PISA-Ocse (Programme for International Student Assessment), fondati su di una indagine inaugurata nel 2000 e ripetuta ogni tre anni per valutare il livello di competenze di base degli studenti quindicenni in lettura-comprensione del testo, matematica e scienze. Nonostante i dati abbiano messo in luce gravi lacune degli studenti italiani al termine del percorso dell’obbligo scolastico, questi risultati sono stati poco considerati sia dall’opinione pubblica, che dalla politica. Ci si è invece concentrati sulle critiche al metodo di analisi, per non ammettere lo stato oggettivo dell’istruzione italiana. Né sono mancati gli insegnanti che hanno rivendicato un criterio di valutazione relativo a ciascuna scuola, anziché confrontarsi con un metro nazionale o addirittura internazionale.
L’obiettivo da raggiungere è una certificazione esterna a livello nazionale, con standard comuni di riferimento, i cui risultati debbano essere resi pubblici e accessibili ai “clienti” delle diverse scuole. In questo modo genitori e studenti, che già in questi ultimi anni hanno assunto un inconsapevole comportamento valutativo, interrogandosi sulla “produttività culturale” di ogni singolo istituto, avrebbero la possibilità di attingere ad un sistema informativo in grado di raccogliere, di ordinare e di documentare tutte le informazioni sugli esiti qualitativi del sistema di istruzione.
I dirigenti scolastici prenderebbero coscienza del fatto che essere al top della graduatoria significa attrarre più studenti e quindi contributi aggiuntivi per la formazione e la didattica. Si verrebbe a creare in questo modo un circolo virtuoso e il sistema potrebbe divenire competitivo e quindi efficiente.
I processi di valutazione devono coinvolgere, oltre agli istituti e agli studenti, anche gli altri attori coinvolti, cioè gli insegnanti. Questi ultimi dovrebbero essere retribuiti non automaticamente e acriticamente in base all’anzianità di servizio, bensì in base al merito. Ogni scuola in autonomia dovrebbe stabilire la retribuzione in base ad una valutazione, a cui partecipino anche gli studenti, effettuata sulla base della attività svolta e dei risultati raggiunti: con una procedura partecipativa che non serva però a trasformare la valutazione in una sorta di seduta di “autocoscienza didattica” – secondo le logiche che guidano un certo pedagogismo fine a se stesso –  ma ad aiutare tutti a comprendere e a condividere i problemi della loro lavoro comune.


Autore: Elena Vigliano

Nata a Roma nel 1964, laureata in economia all’Università La Sapienza, è Consulente del Lavoro e Fiscale di numerose aziende ed ha collaborato con una nota multinazionale americana. Tra i promotori prima di Riformatori Liberali e quindi di Libertiamo, si occupa di tematiche giuslavoristiche e fiscali anche internazionali, avendo vissuto e studiato per oltre un decennio nell’Africa Anglofona.

One Response to “Certificare le scuole. Senza valutazione, non c’è autonomia”

  1. Giorgio Gragnaniello ha detto:

    Non c’era bisogno delle lunghe polemiche sull’affidabilità del rapporto PISA-Ocse:è smentito dall’ormai biblico esodo intellettuale
    dal Sud al Nord italiano e dall’Italia verso l’estero UE,gli USA e la Cina.”E malo,bonum”, se così a quest’ora non fosse:sia per la malinconia di noi genitori e sia per le prospettive “in progress” degli esperti monitoratori ministeriali.

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