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Il referendum tiene banco, scompaiono i referendari

I referendum sono stati,  per un lungo periodo,  occasione di svolte politiche importanti,  ma sono nel tempo divenuti lo scenario di una permanente commedia degli equivoci,  quando non degli inganni.  E’ un peccato che alla medesima sorte non siano finora sfuggiti i referendum elettorali che si voteranno,  in modo del tutto anormale, il prossimo 21 giugno.
Da quando i contrari hanno scoperto che il “non voto” conta più o meno il doppio del “voto No”,  i referendum sono divenuti,  anche dal punto di vista tecnico, una sfida impari, che contrappone chi vuole mobilitare l’elettorato (e quindi spiegare, nel merito, gli effetti della proposta) e chi intende “smobilitarlo” e quindi punta su di una strategia opposta:  rendere incomprensibile, dal punto di vista del merito,  e illeggibile,  dal punto di vista politico,  lo scontro referendario.
A ciò si aggiunge il fatto che sulla materia elettorale (che i cittadini dovrebbero essere aiutati a conoscere e non ad ignorare) è molto semplice che qualche azzecca-garbugli dal latinorum improvvisato propini all’opinione pubblica solenni panzane, che diventano vere e incontestabili per il solo fatto di non trovare, sul sistema dei media, momenti di verifica e di contraddittorio.  Basti ricordare che,  nella battaglia contro l’abbinamento,  Maroni e Calderoli sostenevano che la legge che sarebbe risultata dall’approvazione del referendum avrebbe comportato l’inconcepibile conseguenza di premiare,  con il 55 per cento dei seggi,  una lista che avesse raggiunto la maggioranza relativa dei suffragi raccogliendo (in ipotesi)  solo il 25 per cento dei voti.  Ma sono “fisicamente” mancati gli spazi per controbattere a questa critica con la semplice constatazione che anche la legge in vigore (quella che di Calderoli porta il nome) comporta, in via ipotetica, la medesima conseguenza.
Questi effetti mediatici indesiderati sono però clamorosamente favoriti dalla radicale “abrogazione” del Comitato Promotore dei referendum dai palinsesti dell’informazione politica.
Mentre il referendum tiene banco e attorno al referendum si vanno ricomponendo alleanze trasversali (si pensi all’offerta della Lega a Pd e Udc sul sistema tedesco),  i referendari,  cioè i rappresentanti del Comitato Promotore,  stanno definitivamente scomparendo dalla scena dell’informazione e della discussione politica, dopo avervi fatto,  molto brevemente, capolino solo per rivendicare una data del voto meno punitiva di quella imposta al Governo dalle pressioni del Carroccio.  La legge sulla par condicio e i relativi regolamenti della Commissione di Vigilanza e dell’Agcom provvedono ora a “cacciare” i rappresentanti del Comitato Promotore dagli spazi di informazione politica riservati,  in via pressoché esclusiva,  ai rappresentanti dei partiti concorrenti alle Europee (la par condicio referendaria scatterà più avanti, dopo metà maggio).  E’ l’ennesimo effetto collaterale del mancato abbinamento.  Ma bisognerebbe porvi rimedio.  Se no gli elettori saranno informati di tutto il “dice-dice” referendario:  della strategia “punta-tacco” di D’Alema,  degli avvertimenti minacciosi della Lega e della surplace (libertà di voto,  ma anche voto sì,  ma pure qualcos’altro…) a cui il Pdl è costretto dai ricatti del Carroccio.  Ma continueranno a non capire di che cosa gli “strateghi” della politica stiano parlando.


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