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Dopo un 25 aprile speciale, un Primo maggio banale

– Si poteva sperare nel bis, dopo un 25 aprile in cui il Cavaliere era partito cacciato per ritrovarsi cacciatore di una retorica “liberazionista” tanto stolida da essere spiazzata dalla semplice riaffermazione del nesso inscindibile tra la Liberazione e la libertà, tra l’anti-fascismo e l’anti-totalitarismo, tra il 25 aprile 1945 e il 18 aprile 1948.
Invece ad un 25 aprile speciale è seguito un Primo maggio banale. Tutti a suonare la stessa musica, tutti a cantare la stessa canzone – e non parliamo, ovviamente, di Vasco Rossi. Non che non fosse sacrosanto il richiamo alla sicurezza sul lavoro, che ha unito i sentimenti di Piazza San Giovanni alle parole pronunciate dal Capo dello Stato e dai vertici del sindacato. Non che non fosse obbligato il richiamo all’impegno per la ricostruzione economica e produttiva di una ragione, come l’Abruzzo, segnata in profondità dalle ferite del terremoto. Non che non fosse utile (l’hanno fatto in molti nella maggioranza e a ragione) ricordare che la festa del lavoro non è solo la festa del lavoro dipendente, visto che in Italia gli autonomi sono ben un quarto della forza lavoro occupata. Però questi importanti richiami non hanno centrato il cuore della “questione lavoro” né indicato la rotta delle riforme necessarie. Anzi, non hanno nemmeno alluso alla necessità delle riforme. E parlare di cose giuste senza parlare, o meglio, per non parlare di altre che lo sono altrettanto (anche se non in modo così incontestato e popolare) rende meno credibili anche le parole inappuntabili che i diversi “celebranti” del Primo maggio hanno scelto di pronunciare.
Agli occhi di chi non pensa che la crisi globale sia un nuovo tappeto sotto cui nascondere la vecchia polvere, la “questione lavoro” – nei suoi caratteri di fondo e nelle sue tendenze consolidate – è nel nostro paese tale e quale a quella che avevamo dinnanzi il Primo maggio 2008, quando le banche sembravano ricche, il greggio pronto a sfondare il tetto dei 200 dollari al barile e Robin Hood affilava le frecce contro banchieri e petrolieri.
Ovviamente, la crisi ha imposto misure eccezionali, dettate dall’emergenza (il bonus famiglie, un uso più esteso degli ammortizzatori sociali…). Come ha però giustamente sottolineato Benedetto Della Vedova,  quando si tornerà  “a regime” bisognerà cambiare quei caratteri di fondo del nostro sistema sociale, che, anche al di fuori e al di là dell’emergenza economica, rappresentano di per sé una vera e propria ragione di emergenza politica.
Questa emergenza non discende da una spontanea evoluzione del sistema produttivo e dell’organizzazione del lavoro, ma da un insieme di scelte normative, riforme incomplete e debolezze politiche.
Quando dalla prima metà degli anni ‘90 ci si è resi conto che le ragioni della flessibilità non trovavano solo riscontro negli interessi dei “padroni” ma in quelli più complessivi del sistema economico, si è progressivamente stratificata su di un sistema irrigidito una disciplina di segno quasi completamente opposto. Non è mancato allora chi (in nome della flessibilità e non contro di essa) sostenne che, perché il mercato del lavoro rimanesse concorrenziale e le misure di protezione sociale eque, la riforma avrebbe dovuto essere organica e inclusiva, e quindi comportare il superamento dell’art.18 e di un welfare sostanzialmente “cassintegrazionista”. Non ci voleva la palla di vetro per immaginare che una flessibilità, che introducesse nuovi e necessari istituti contrattuali attraverso dosi massicce di discriminazione normativa, avrebbe comportato una segmentazione inefficiente del mercato del lavoro e una “dis-integrazione” sociale del mondo del lavoro, con ricadute pesanti sul piano della rappresentanza e della contrattazione.
Eppure quello che accadde è che tutte le meritorie riforme realizzate (dal Pacchetto Treu alla Legge Biagi) si fermarono dinanzi al santuario dell’art. 18 e delle sue pertinenze welfaristiche. Non venne quindi riformato il mercato del lavoro, ma istituito una sorta di mercato parallelo, giustapposto a quello dominato dagli interessi degli insiders, dal controllo del sindacato e dalla retorica del lavoro stabile. Questo mercato parallelo, collegato a quello del contratto standard da occasionali e sempre più instabili “passerelle”, ha avuto il merito indubbio di restituire opportunità a soggetti che, esclusi dal sistema delle garanzie, avrebbero rischiato di rimanere esclusi dal mercato del lavoro tout court. Se in Italia è cresciuto il tasso di attività e di occupazione ciò è dipeso anche dalla piena legalizzazione del lavoro atipico, oltre che (se la Lega consente) dalla progressiva integrazione della forza lavoro straniera . Ma su questa parte del mercato del lavoro si è scaricata tutta l’esigenza di flessibilità, di produttività e innovazione del sistema economico. E il fatto che le riforme abbiano riguardato solo la flessibilità in entrata e non quella in uscita ha posto una barriera oggettiva all’ingresso dei lavoratori flessibili nel perimetro del cosiddetto lavoro stabile.
A distanza di più di un decennio, un mercato del lavoro e un welfare duale stanno di fatto imponendo, dal punto di vista giuridico, due diverse forme di cittadinanza. Le disuguaglianze in termini di reddito, di tutele, di prospettive e di sicurezza che queste due distinte e sempre più distanti “Italie del lavoro” manifestano, non derivano affatto dagli esiti di una competizione leale, capace di premiare il merito, ma da diverse protezioni normative, che impediscono ai capaci e meritevoli di competere ad armi pari, e con uguali possibilità di successo, su di un mercato del lavoro aperto e concorrenziale. Queste “due Italie” non costituiscono affatto un unico popolo, capace di unirsi a quello della borghesia imprenditoriale e produttiva in un blocco sociale interclassista, come vagheggia il Ministro Sacconi. Costituiscono due mondi separati, uniti al più da sentimenti di reciproca rivalsa, sfiducia e timore.
Il processo riformatore che avrebbe dovuto impedire che la flessibilità sfociasse in una frattura anche morale della società italiana non si è arrestato per effetto dei colpi che un terrorismo macabramente “conservatore” ha inferto ai giuslavoristi colpevoli di avere compreso, e di avere detto a chiare lettere, che per migliorare il mercato del lavoro italiano (sia sul lato dell’offerta, sia su quello della domanda) se ne sarebbero dovuti sfidare i tabù e modificare le regole generali di funzionamento. Sì è fermato perché in Italia continua a godere di un formidabile successo di pubblico e di critica l’idea secondo cui – per così dire – la politica si fa per cassa (su base annuale) e non per competenza (su base pluriennale) e perciò ci si può tutti, allegramente, continuare ad illudere che una “non-riforma” che costa politicamente 1000 e di cui si possono rateizzare o rinviare sine die i pagamenti, è molto più conveniente di una riforma costa 100, ma va pagata subito.
Ecco, se qualcuno, da qualche palco ufficiale del Primo maggio avesse anche detto che comunque 1000 costa più di 100 e che a far finta di niente può costare ancora più caro, tutto sarebbe stato più utile e forse anche più divertente.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

5 Responses to “Dopo un 25 aprile speciale, un Primo maggio banale”

  1. ninni de santis ha detto:

    Caro Carmelo, noi abbiamo davvero fatto un 25 aprile speciale. Credo dovreste anche comunicarlo ai Vostri lettori. Vai sul sito napoli liberal e trovi documenti e foto del ringraziamento ai veri liberatori italiani, cioè gli anglo americani e a quel movimento libertario che sono state le 4 giornate di Napoli.
    Cari saluti.
    Ninni De santis

  2. Carmelo Palma ha detto:

    Certo Ninni, i lettori possono trovare la sintesi delle meritorie iniziative di Napoli Liberal sul 25 aprile a questi link: Video- http://www.napoliliberal.it/web/articoli.aspx?id_categoria=9 ; Rassegna stampa- http://www.napoliliberal.it/web/public/File/rassegna_250409.pdf.
    Ciò che però denunciavo nel pezzo riguardava le celebrazioni del Primo Maggio. E il “silenzio” era quello degli oratori ufficiali, degli esponenti più autorevoli della maggioranza e dell’opposizione, dei vertici del sindacato dei lavoratori e delle organizzazioni della media e grande impresa.

  3. Silvana Bononcini ha detto:

    Bravo Carmelo!

    PS. leggendo il tuo curriculum noto che non hai menzionato la laurea in filosofia…
    Alcuni lettori, grezzi come me, capirebbro perchè alcuni pezzi tuoi, paricolarmente pregevoli, vano letti…. anche due volte!
    :-)

  4. luca cesana ha detto:

    oh non c’entra un cazzo, ma posso scrivere: MARCO TARADASH SINDACO DI LIVORNO?!?

  5. Carmelo Palma ha detto:

    Certo che si può: you can, anzi…we can:-)

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