– Sono passati ormai vent’anni dal 1989, quell’anno incredibile che regalò all’umanità la fine di quasi tutti i regimi comunisti, e per molti versi è deludente la mancanza di attenzione del mondo della cultura e dei media nei confronti di ciò che il comunismo è stato – degli errori e dei crimini di cui si è reso responsabile.
Il tragico operato del nazismo è stato giustamente oggetto di un’analisi approfondita e tanti diversi canali sono stati utilizzati per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla filosofia e sugli esiti del regime di Adolf Hitler. Uno di questi è stato la cinematografia.
Se gli orrori del nazismo sono oggi compresi e conosciuti anche dall’uomo della strada e suscitano una pressoché unanime emozione, a questo ha contribuito in modo significativo il lavoro di tanti cineasti che hanno trattato questo tragico capitolo della storia europea.
Innumerevoli pellicole – da “La settima croce” a “La rosa bianca” passando per “Schindler’s List” e “La scelta di Sophie” –  hanno descritto, da tanti punti di vista, quella macchina politica surreale ed antiumana che è stata direttamente o indirettamente responsabile della morte di milioni di persone.
I film sul nazismo e sulla shoah hanno fortunatamente trovato l’accoglienza che meritavano tra gli addetti ai lavori e molti titoli sono stati proposti con efficacia al grosso pubblico, raggiungendo un notevole successo di pubblico e di diffusione.
Sembra di conseguenza strano che, ad oggi, la settima arte non abbia ancora cercato di confrontarsi con il periodo comunista, con i crimini e con le violazioni sistematiche dei diritti umani che sono state compiute sotto il segno della stella rossa.
I film che parlano del periodo comunista sono pochi e – quello che è più grave – quei pochi sono passati sotto un sostanziale silenzio, malgrado l’indubbio valore storico ed artistico di alcuni di questi.
L’unica opera sull’era comunista che è riuscita a varcare la “cortina di ferro” del conformismo cinematografico è “Le vite degli altri” (2006), la commovente pellicola di Florian Henckel von Donnersmarck sulla vita nella Germania Est comunista.
Ambientato – con un chiaro richiamo orwelliano – nel 1984,  narra la storia del capitano Wiesler,  un agente della Stasi incaricato di sorvegliare, attraverso intercettazioni ambientali ininterrotte, la vita privata di persone anche solo sospettate di ostilità nei confronti del regime. Incaricato di spiare lo scrittore Georg Dreyman, Wiesler maturerà la comprensione dell’immoralità del sistema al quale sta contribuendo e opererà per salvaguardare Dreyman – pagando per la cosa un forte prezzo personale.
“Le vite degli altri” ha conosciuto ottime reazioni critiche nel mondo, inserendosi nel circuito del cinema mainstream, ed è stato pubblicato in DVD anche in Italia, pur non riscuotendo forse nel nostro paese il riconoscimento storico-politico che avrebbe meritato.
Fa riflettere, in ogni caso, la sostanziale censura sul recente film polacco “Katyn” (2007) del grande regista Andrzej Wajda. “Katyn” racconta una delle pagine più drammatiche della storia della Polonia – l’uccisione di diecimila ufficiali durante la seconda guerra mondiale ad opera delle truppe sovietiche che nel 1939, alleate di Hitler, avevano invaso il paese.
Il film di Wajda, figlio tra l’altro di uno degli ufficiali uccisi a Katyn, ha il merito di essere il primo a mostrare apertamente sovietici e nazisti come alleati – un fatto di notevole rilevanza storica che è stato troppo a lungo rimosso dalla coscienza collettiva.
Che Wajda sia una regista molto coraggioso non è, peraltro, una novità, considerando che già in piena epoca comunista era riuscito a girare pellicole come “L’uomo di marmo” (1977) e “L’uomo di ferro”(1981) che per la loro forza ideale furono un’importante fonte di ispirazione per il nascente sindacato Solidarność.
Purtroppo “Katyn” nei cinema italiani non è giunto, così come “ci siamo persi” un altro film recente di notevole fattura, l’ungherese “Libertà, amore” (2006 – “Szabadság, szerelem” in ungherese – “Children of Glory in inglese) di Krisztina Goda.
“Libertà, amore” racconta l’eroica lotta del popolo ungherese per l’indipendenza nazionale e per la democrazia, stroncata dall’invasione dei carri armati sovietici nel 1956. Gli eventi tragici della rivoluzione di Nagy e dell’invasione sovietica sono ripercorsi con cura e fanno da sfondo alla partecipazione proprio in quei giorni della squadra di pallanuoto ungherese alle Olimpiadi di Melbourne. Gli ungheresi vinceranno l’oro sconfiggendo l’Unione Sovietica in una partita drammatica e violentissima che condensa in sé l’orgoglio e le speranze di un intera nazione.
Sul podio gli ungheresi vorranno la bandiera e l’inno pre-comunista e la maggior parte dei giocatori sceglieranno poi di non rientrare nel paese.
Le vicende di questa storica partita – forse la più famosa dell’intera storia della pallanuoto – sono anche l’oggetto del recente film documentario “Freedom’s Fury”, curato da Quentin Tarantino.
Anche altri due film ungheresi meritano, peraltro, di essere menzionati in questa breve rassegna.
“L’uomo di Budapest” (2004) di Marta Mészaros è la storia degli ultimi mesi di Imre Nagy – un racconto molto intimo dell’itinerario del leader riformatore che sfidò Mosca, dalle speranze dei giorni di governo fino all’arresto e al patibolo.
Un film particolarmente cupo è “Mansfeld” (2006) di Andor Szilágyi, la storia di un diciottenne che nei mesi successivi all’invasione sovietica ed alla “normalizzazione” viene arrestato per quella che era poco più che una bravata, condannato a morte e giustiziato come “esempio” del nuovo corso.
Purtroppo la maggior parte di queste pellicole sono nella pratica accessibili solo ad una ristretta cerchia di cinefili e restano invece precluse alla quasi totalità del pubblico del grande e del piccolo schermo.
Eppure la diffusione di lavori quali “Le vite degli altri”, “Katyn” e “Libertà, amore” potrebbe contribuire in modo significativo ad accrescere la conoscenza e la comprensione della tremenda ferita che il comunismo ha inferto all’Europa – e per molti versi è un peccato che il centro-destra italiano, che pure non dovrebbe non dovrebbe essere insensibile a certe tematiche, abbia  finora perso l’occasione di contribuire alla valorizzazione di opere di questo pregio.
Eppure – a maggior ragione alla luce l’allargamento ad Est dell’UE – i fatti di Praga, di Budapest, di Varsavia, di Berlino Est, di Bucarest, di Vilnius o di Lubiana rappresentano a tutti gli effetti pagine della nostra storia. Anche se non ne siamo ancora forse sufficientemente consapevoli.