Non facciamo di ogni ogm un fascio…

L’appello di Carlo d’Inghilterra è discutibile: il biotech può essere alternativa ai pesticidi e alla deforestazione selvaggia

– Il Presidente Gianfranco Fini, commentando il discorso che il principe del Galles ha tenuto lunedì alla Camera dei Deputati, ha invitato “ad un’ulteriore riflessione sull’opposizione del principe Carlo agli organismi geneticamente modificati”. Penso anch’io che sia opportuno riflettere, in particolare su quel “no” agli ogm del principe Carlo che riecheggia i no reiterati di una parte del mondo ambientalista e di quello dell’agricoltura. Un “no” che a chi scrive appare quasi sempre ideologico e viziato dall’emotività quanto meno sospetta.

Carlo d’Inghilterra è un sincero ambientalista, non c’è dubbio. E nulla quaestio se l’erede al trono britannico sia diffidente nei confronti degli ogm, non voglia consumarli e produrli nelle sue grandi tenute agricole in Gran Bretagna. Ma una cosa sono le scelte individuali, altro sono le politiche dei governi. Questi ultimi hanno l’obbligo di porsi molte più domande di quanto sia richiesto ad ogni individuo, e di rifuggire, prima di compiere scelte destinate ad influire così pesantemente sullo sviluppo, dal cavalcare e men che meno diffondere paure che potrebbero non avere fondamenti scientifici.

Nessuno considera i prodotti agroalimentari biotech come una bacchetta magica per risolvere la piaga della fame nel mondo: centinaia di milioni di persone potranno varcare la soglia del benessere solo se sarà possibile nei loro paesi creare un ambiente più favorevole allo sviluppo economico, costruendo istituzioni migliori e rispettando i diritti fondamentali. Ma sarà necessario accompagnare questa crescita con l’aumento della produttività agricola. Per tante aree del mondo le nuove tecnologie promettono (e in parte già permettono) di sviluppare varietà di piante resistenti alle temperature, alla scarsità di acqua e agli erbicidi, consentendo di coltivare dove non è ancora stato possibile.

A chi imbastisce crociate anti-ogm andrebbero poste alcune domande. Anzitutto, riteniamo che la soluzione del problema alimentare sia nella sostituzione di foreste (queste sì depositarie di biodiversità) con aree coltivabili, o accettiamo la sfida della biotecnologia e il suo tentativo di accrescere la produttività degli attuali agro-ecosistemi? E ancora, sappiamo che gli ogm possono essere l’alternativa all’uso massiccio e incontrollato di pesticidi, che finiscono per inquinare le piante, la terra e le falde acquifere del mondo?

C’è un enorme equivoco intorno agli ogm. Li si considera un prodotto “perverso” della modernità, ma esistono da sempre. Da decenni la modificazione genetica ha prodotto molte preziose varianti di fermenti e batteri. Molti si sorprendono quando viene loro detto che le comunissime vaccinazioni umane con virus vivi ma indeboliti (quelle che usiamo per il morbillo, la rosolia, gli orecchioni) sono il risultato di un impiego di organismi geneticamente modificati. D’altronde, come si legge in un bel rapporto dell’Accademia dei Lincei, per secoli “la storia dell’agricoltura è anche la storia degli innumerevoli tentativi ed esperienze degli esseri umani di utilizzare, ai fini del miglioramento della produzione, il processo naturale dello scambio genico attraverso l’incrocio tra varietà vegetali e tra razze di animali, cercando, talvolta, di superare anche le barriere di infertilità tra le specie”. In questo percorso che corre lungo i secoli della storia umana, i metodi di miglioramento genetico si sono ovviamente raffinati: anziché dipendere dall’empiria, il metodo molecolare consente oggi di ridurre i tempi della selezione, di conservare le caratteristiche vantaggiose del genotipo originario aggiungendo singoli geni di cui il genotipo originale era carente. Insomma, anziché procedere casualmente, ora s’interviene selettivamente: così aumentano – non diminuiscono – la diversità biologica naturale e la possibilità di controllo della qualità dei prodotti e delle loro proprietà organolettiche. La diffidenza, peggio la “lotta”, nei confronti degli ogm è in realtà una chiusura alla ricerca scientifica, al progresso e all’innovazione che vuole impedire non solo l’utilizzo ma anche lo studio e lo sviluppo di tecnologie di frontiera per la conoscenza.

Nel campo biomedico l’Inghilterra del principe Carlo ha superato con una robusta dose di pragmatismo gli interrogativi di carattere etico e si è spinta con audacia sulla frontiera della ricerca scientifica, scommettendo sul fatto che dalle staminali e dalla clonazione terapeutica possano venire terapie potenti per malattie sempre più diffuse e letali. Con la consapevolezza che dalla supremazia nella ricerca potrà venire un primato tecnologico e quindi economico, in un settore, quello della salute, che costituirà una porzione sempre crescente dell’economia mondiale. L’erede al trono di Albione pensa invece che sella “biotecnologie verdi” l’Europa debba cedere completamente il passo ad altri. Io credo invece che sia pericoloso per l’Italia tanto rinunciare alla frontiera nella ricerca biomedica quanto in quella agroalimentare, settore così rilevante per l’economia nazionale. Se l’Italia continuasse a impedire la ricerca sugli ogm, potrebbe trovarsi a rinunciare ad un ulteriore “pezzo” di prodotto interno lordo, di occupazione e di ricchezza.

Quasi la metà del grano coltivato negli Stati Uniti è biotech, così come il 90 per cento della soia. Questi prodotti entrano in un numero enorme di prodotti alimentari e fanno parte dei mangimi per animali da carne. I fondamentalisti anti-ogm dovrebbero dirci se, in qualche modo, ritengono che gli Stati Uniti si stiano avvelenando. Nella nostra Europa, le paure ambientali e sanitarie di una parte dell’opinione pubblica (molta della quale non è davvero informata) fanno da contorno a motivazioni assai prosaiche come il protezionismo agricolo e la presunta difesa delle coltivazioni specifiche e tradizionali.

Non penso certo che si debbano escludere ogni cautela e precauzione e nemmeno che si debba cadere, magari per contrapposizione, in una ideologia pro-ogm a qualunque costo, senza se e semza ma. L’” ogm free” può rappresentare un’eccellente politica commerciale per alcune aziende, ma il “ no ogm ” così in voga in Europa dovrebbe preoccupare, non certo rassicurare.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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