– A stare ai dati dell’Agenzia delle Entrate e alle indagini sulla povertà dell’Istat e degli Istituti di ricerca le persone non abbienti, in Italia, sono milioni. E tante famiglie – in numero sempre crescente – non arriverebbero alla fine del mese (usiamo il condizionale perché di tali situazioni non esistono statistiche ufficiali). Il fatto è che, quando li si vanno a cercare, i poveri non si trovano o risultano essere sempre in numero minore di quelli previsti.
Sono stati resi noti, in questi giorni, da parte del coordinatore nazionale dei Centri di assistenza fiscale Valeriano Canepari, i dati (alcuni effettivi, altri stimati in modo serio) relativi ai bonus famiglia e alla social card , due provvedimenti “inclusivi” disposti recentemente dal Governo Berlusconi. Cominciamo dal bonus famiglia, prendendo a riferimento i dati “gestiti” dal sistema dei Caaf , dall’Inps e dall’Inpdap (escludendo quindi le pratiche svolte dai consulenti, dai liberi professionisti e in generale individualmente dai singoli interessati).
Sono 1,7-1,8 milioni le domande di famiglie aventi diritto trasmesse ai due maggiori enti previdenziali, a cui vanno aggiunte altre 400mila domande girate dai Caaf all’Agenzia delle entrate. Sono 350mila circa quelle che i Centri hanno trasmesso ai sostituti di imposta privati o pubblici (aziende e pubbliche amministrazioni). Fin qui si è trattato delle domande presentate entro il 28 febbraio con riferimento ai redditi del 2007. Si calcola che dopo quella data (e relativamente ai redditi del 2008) vi saranno altre 350-400mila domande. Si arriva così, all’incirca, a quota tre milioni. Aggiungendo a tali casi, “gestiti” dai Caaf e dagli enti previdenziali, quelli relativi alle altre possibili modalità citate, gli esperti stimano che in tutto si arriverà a quattro milioni di famiglie titolari del bonus. Esattamente la metà di quelle previste. Va sottolineato che pure un risultato siffatto è tutt’altro che disprezzabile, ma ancora una volta le previsioni si sono rivelate sbagliate per eccesso.
Anche per quanto riguarda la “social card” gli utenti – si stima – finiranno per essere 600mila rispetto ai prefigurati 1,2 milioni .Non è la prima volta che le misure a favore dei poveri vengono ridimensionate a confronto con la realtà. Quando nel 2001, l’allora Governo Berlusconi approvò l’aumento ad un milione di lire mensili per le pensioni minime, nonostante la nomina di un commissario ad acta allo scopo di rendere più sollecite le erogazioni, furono risparmiati, alla fine, 600 miliardi di vecchie lire subito stornati per fare fronte ad un accumulo di prepensionamenti da esposizione ad amianto. Lo stesso capitò al centro sinistra quando volle aiutare i c.d. incapienti (coloro che non pagano le tasse perché privi di reddito) con un modesto riconoscimento monetario.
E’ credibile che in tutti questi casi non siano stati scelti criteri adeguati nell’individuazione dei soggetti da tutelare. E’ altresì plausibile che anche in tali circostanze emergano dei divari tra le condizioni reali e quelle conosciute dal fisco (per ottenere alcune di queste prestazioni assistenziali è richiesta la certificazione Isee, che è assai più precisa delle denunce dei redditi). Ma forse è vero anche che vi sono meno poveri di quelli che – con un po’ di autolesionismo – risultano da statistiche troppo spesso asservite alla lotta politica.