Chi s’indigna con i tedeschi anti-Fiat, ricordi Alitalia e Telecom – AUDIO

Ad oggi non sappiamo se Fiat acquisirà Opel. Se dovesse accadere, è plausibile che la querelle politica tra Italia e Germania – accesa dalle dichiarazioni velenose del commissario europeo, il tedesco (e socialdemocratico) Guenter Verheugen – continuerà anche in futuro, occupando tutto lo spazio delle trattative e condizionandolo. Le posizioni ufficiali, sia quella della Commissione Europea che quella del governo Merkel, sono al momento ispirate alla massima imparzialità, ma dalla Germania giungono richieste di tutela dei livelli occupazionali, impegni ad una valutazione severa dei piani industriali, scetticismo e diffidenza. E in Italia si risponde (e presumibilmente si continuerà a rispondere) con indignazione, invocando magari l’astensione della politica dal mercato e il rispetto di un’operazione industriale solida e credibile.

In Italia siamo tutti liberali e la Germania è infestata di statalisti? No. A parti invertite, se Fiat fosse stato l’oggetto di attenzione di una grande casa tedesca, avremmo assistito ad uno spettacolo simile, con levate di scudi sindacali, moniti politici al rispetto dell’italianità di Fiat e della strategicità del settore automobilistico per l’economia nostrana. Mutatis mutandis, non è accaduto questo nel caso di Alitalia e, se vogliamo, nella vicenda Telecom Italia-AT&T? In questi giorni ci siamo risparmiati solo il richiamo alla germanicità, essendo Opel nelle mani di GM da qualche anno, ma la musica non è cambiata granché.
Oggi che è una compagnia italiana a fare shopping industriale, la politica italiana “fa il tifo” per l’operazione e condanna chi vorrebbe intralciarla. Ma il tifo non è esattamente l’approccio migliore con il quale la politica dovrebbe relazionarsi alle vicende dell’economia globale, tanto più se si è offensivisti in trasferta e difensivisti in casa. Ciò che sta accadendo alla Fiat dovrebbe far riflettere sotto tanti punti di vista. Se la strategia di medio periodo di Marchionne dovesse andare in porto, in Italia avrà sede una compagnia automobilista di dimensioni e prospettive globali, come non sarebbe stato immaginabile pochi anni fa. Anche questa sarà una conseguenza della recessione economica mondiale: la crisi, come la peste, regala enormi opportunità a chi ha il talento di sopravvivere. Crisi a parte, la questione Fiat-Opel ci consegna uno spaccato della politica europea, con la sua atavica propensione al protezionismo e al nazionalismo industriale. Chi, in Germania, diffida della casa torinese, guarda soprattutto al taglio di personale Opel cui Sergio Marchionne sarà costretto per permettere allo storico marchio tedesco di risalire la china. Ma pare non rendersi conto di cosa avverrebbe se Fiat dovesse rinunciare all’acquisto: il probabile fallimento di GM trascinerebbe Opel allo stesso destino.

Quando un anno fa Air France fu costretta a rinunciare ad Alitalia – tra sindacati, lavoratori e candidati-premier contrari all’acquisizione – l’unica cosa che evitò il fallimento della compagnia di bandiera italiana fu la generosa immissione di danaro pubblico nei suoi bilanci. E, visto che alle regole del mercato non si sfugge, l’ingresso di Air France nel capitale di Alitalia c’è comunque stato, posticipato e derubricato, ma non meno decisivo. E che dire di come il governo guidato da Romano Prodi intralciò fino a bloccare AT&T e Carlos Slim nel loro intento di comprare Telecom Italia? Il magnate messicano diventò il simbolo di qualsivoglia nequizia e la multinazionale americana derubricata ad azienducola di avventurieri.

Con Fiat si vive oggi una vicenda simile. Sarebbe opportuno, proprio ora che italiano è il cacciatore e straniera la preda, ragionare sulla miopia di questo protezionismo mascherato da tutela dei lavoratori o da interesse nazionale.

Segnaliamo su Libertiamo.it le sezioni Multimedia, You Tube, Podcast e la possibilità di scaricare i nostri file da iTunes

Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

4 Responses to “Chi s’indigna con i tedeschi anti-Fiat, ricordi Alitalia e Telecom – AUDIO”

  1. Ghino di Tacco ha detto:

    Certo che Verheugen l’ha proprio sparata grossa. E leggo che anche qualche esponente del governo tedesco inizia ad dar contro la Fiat.
    Comunque concordo con Falasca, in Italia non siamo affatto meglio, anzi!

  2. Federico Pirola ha detto:

    Non mi è per nulla piaciuto il commento da parte del commissario Verheugen, sebbene i suoi timori sulla capacità di Fiat di trovare i soldi per concludere l’operazione non siano infondati, semplicemente perchè non adatto alla posizione che ricopre. Per quanto riguarda i politici tedeschi, sono ovviamente liberi di dire ciò che vogliono; e d’altra parte concordo con Piercamillo sul fatto che i politici italiani non sarebbero stati da meno, così come non lo sono stati nei casi Alitalia o Telecom. Ma d’altra parte, essendo stato uno di quelli che si è indignato quando il governo ha voluto salvare a tutti i costi “l’italianità” (ma che cos’è “l’italianità”?) di Alitalia, posso tranquillamente indignarmi anche nei confronti dei politici tedeschi.

  3. Paolo Della Sala ha detto:

    Le cosa che mi preme ricordare rispetto a Herr Verheugen è che si tratta di un socialdemocratico della SPD. Continua il male originario dei socialisti, il nazionalismo. Settimane fa discutevo con un vecchio amico, ex operaio dei cantieri navali. Anche lui a un certo punto se ne è venuto fuori con la “necessità” di nazionalizzare. Legge Il Manifesto, mica è neonazista.
    Il resto è secondario: le stron…te che facciamo noi in Italia, tra governi e industrie, e quelle renane, degli USA e della UE. La mala bestia è il nazionalismo statalista.

  4. Giulio Becattini ha detto:

    Caro Falasca ho l’impressione che Lei non tiene minimamente conto di altri aspetti ed altri ricordi! È troppo semplice creare consensi attraverso un articolo così facile e superficiale… è una cosa che risulta molto di moda stranamente sopratutto nell’ambiente culturale di sinistra quindi mi spiace oltremodo leggerlo qui in questo sito. Noi in Italia forse dovremo essere esempio, invece, di trasparenza. Abbiamo venduto gioielli della nostra industria come se niente fosse e senza alzare alcune barriere: la Ferrania (ora è tornata di proprietà italiana), la Motta, l’Algida, la Benelli, le acciaierie di Terni, la Perugina, Buitoni, Lamborghini, l’Atala, la F.I.V. Edoardo Bianchi… e sono solo alcune di cui alcune di queste aziende storiche della nostra industria erano leader del mercato. Diciamo la verità, molto spesso, non abbiamo una classe imprenditoriale capace di investire! Quando l’abbiamo e vogliamo rilevare qualcosa oltralpe subito succedono lì in quei paesi i casini come quando Agnelli voleva comprare ad inizio anni 90 un semplice marca di acqua francese, o quando sempre i francesi hanno fatto chiudere il canale di Berlusconi perché? Perchè era italiano! La vicenda Gaz de France, Suez, o quella delle quote Dexia? Insomma, io all’Air France l’Alitalia che è una azienda statale in un settore fondamentale per uno Stato, non gliela dovevo vendere! Sopratutto io penso che sempre ci si dovrebbe preoccupare quando degli stranieri vengono a comprare in Italia, non dico di non vendere, ma vedere quali garanzie mettono i compratori (vedere vicenda Pedavena-Heineken o anche quelle delle acciaierie di Terni) per non far pagare poi i nostri lavoratori e quindi poi la nazione intera (Anche se abbiamo l’Euro, le casse che fanno i conti sono ancora quelle statali), in particolare in alcuni settori chiave (telefonia, trasporti…) si deve stare molto attenti, perché liberismo sì, ma mantenendo le giuste distanze se poi le regole non sono uguali ovunque.
    Quindi chi s’indigna con i tedeschi anti-Fiat, si rocordi che non è la prima volta.

Trackbacks/Pingbacks