Oggi, cent’anni fa, nasceva Indro Montanelli. Per molti, ed io sono tra questi, è stato il più grande giornalista italiano. Ci ha raccontato l’Italia, gli italiani, la loro storia. Era un uomo del Novecento, un anti-eroe di un secolo che ha avuto fin troppi eroi.
Montanelli non approvò la “discesa in campo” di Berlusconi, probabilmente non ne comprese la portata, non la riteneva opportuna. Lo stesso giornalista dichiarò in seguito che tra lui e il Cavaliere (proprietario de Il Giornale, di cui Montanelli era “padrone”) vi era stata una “separazione consensuale”. Come aveva fatto per tutta la vita, anche in quell’occasione fu molto esplicito nel suo giudizio: “Ho già conosciuto un uomo della Provvidenza e mi era bastato”.
Nel 2001 – poco prima delle elezioni politiche – usò parole altrettanto dure: “Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Soltanto dopo saremo immuni.”
Potremmo pensare che Montanelli banalmente sbagliasse e che lui fosse un liberale novecentesco incapace di concepire (e di concepirsi in) in partito di maggioranza e di massa. Potremmo anche dire che non si può interpretare la Seconda Repubblica con gli occhi del Novecento, quel secolo breve che va dal primo dopoguerra alla caduta del Muro di Berlino. Eppure sappiamo che i giudizi di Indro Montanelli erano intrisi di quella sana e autentica diffidenza liberale e conservatrice per il potere “salvifico”, per l’uomo del destino, per le venature populiste di una politica totalmente disintermediata.
Oggi, a cent’anni dalla nascita del grande Indro, non possiamo non fare i conti con lui. Nei suoi scritti c’è un pezzo importante del sostrato culturale del centrodestra, ma quei giudizi pesano come un macigno.
Per includerlo nel pantheon del grande partito liberale e moderato, che il Pdl vuol essere per i prossimi decenni, dobbiamo fare i conti con Montanelli.