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Diseguaglianza, redistribuzione: gli effetti della crisi

– Alcune interessanti riflessioni di Alberto Alesina e Paola Giuliano su come la crisi potrebbe aver modificato le preferenze degli americani per la redistribuzione, oltre che ridotto la loro accettazione delle diseguaglianze di reddito e ricchezza. Articolo tutto da leggere, di cui segnaliamo un paio di paragrafi:

Quanti si sono arricchiti con complicati strumenti finanziari e sofisticati investimenti in derivati sono ora visti come non meritevoli della propria ricchezza. Gli straordinari bonus di alcuni manager incompetenti, soprattutto quelli salvati dai contribuenti, non hanno certamente aiutato a far loro acquisire solidarietà. Malgrado ciò, un attacco frontale al mondo della finanza è puro populismo. La finanza serve ad uno scopo molto produttivo.

Concordiamo da sempre sulla criticità dei mercati finanziari come architrave dell’economia di mercato, ma è innegabile che oggi il rischio è quello di avere mercati microgestiti dal potere politico, ed in ultima analisi non-mercati, dominati da quella oligarchizzazione capitalistica che da sempre impedisce lo sviluppo e l’innovazione. Ma il punto di Alesina e Giuliano è comunque meritevole di attenzione: andiamo verso un’epoca di minore tolleranza verso la diseguaglianza di reddito e ricchezza, e possiamo attenderci che l’elettore mediano chieda alla politica maggior redistribuzione e maggiore “punizione” fiscale dei più abbienti, anche come risarcimento simbolico per una crisi che appare sempre più simile ad una gigantesca truffa. Sempre Alesina e Giuliano:

Perciò, questa crisi può aver cambiato l’atteggiamento degli americani verso la diseguaglianza. Se essi percepiranno la diseguaglianza come iniqua, richiederanno più redistribuzione. La tradizionale avversione degli americani per la tassazione può cedere il passo ad uno stato d’animo che definiremmo “spennare i ricchi”.

Che fare, quindi?

Maggiori tasse saranno necessarie per gestire l’esplosione dei deficit di bilancio. Prevediamo che anche la progressività del sistema fiscale aumenterà, perché l’elettore mediano lo richiederà. I politici dovrebbero resistere a tali misure populistiche. Aumentare la base imponibile anziché le aliquote è il modo migliore per aumentare le tasse sui ricchi. Una semplificazione della bizantina legislazione fiscale, dove i ricchi possono spesso occultare reddito, è da tempo attesa.

Nel giorno in cui il Regno Unito apre ufficialmente la stagione del populismo fiscale, con l’annuncio dell’aumento della aliquota massima dell’imposta personale sui redditi di ben dieci punti percentuali, misura destinata a produrre assai  poco gettito ma molto plauso populista, la ricetta di Alesina è da prendere più che mai in attenta considerazione. Ma in ogni circostanza e sotto ogni congiuntura occorrerebbe perseguire l’obiettivo della semplificazione fiscale, per ampliare le basi imponibili e mantenere invariate (o ridurre) le aliquote d’imposta almeno a parità di gettito. Ciò servirebbe a ridurre le distorsioni ed i disincentivi all’offerta causati da elevate aliquote nominali, anche senza cercare soluzioni taumaturgiche come la flat tax. Oggi, invece, il rischio è quello di un ritorno del primato della politica “in negativo”, come brokeraggio di interessi particolari, e la compressione degli spazi di libertà che un mercato funzionante può offrire. Compito del legislatore dovrebbe invece essere la manutenzione dell’infrastruttura di mercato.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

6 Responses to “Diseguaglianza, redistribuzione: gli effetti della crisi”

  1. Giorgio Parisi scrive:

    Se la stagione del populismo fiscale in Inghilterra l’inaugura il governo, in Italia la prosegue (secondo una antica tradizione) la sinistra, visto che il PD propone l’innalmento del 2% dell’aliquota dell’imposta sul reddito delle persone fisiche oltre i 120.000 euro.

  2. Ghino di Tacco scrive:

    Perchè l’autore dice “senza cercare soluzioni taumaturgiche come la flat tax” se quello che propone lui verrebbe realizzato al meglio con questo tipo di imposta?

  3. Mario Seminerio scrive:

    Perché la flat tax ha numerose controindicazioni, economiche e politiche:

    http://epistemes.org/2007/12/03/gli-effetti-della-flat-tax/

    Inoltre, un sistema basato sulla flat tax mostra ridotta capacità di agire come stabilizzatore automatico durante le recessioni. Infine, riguardo il presunto boom delle economie dei paesi che hanno utilizzato la flat tax nel recente passato, oggi possiamo dire che quel boom era semplicemente una bolla, che ha indotto un aumento di gettito:

    http://phastidio.net/2008/12/29/la-rivoluzione-mangia-i-propri-figli/

  4. giampiero di rico scrive:

    signor parisi
    sarebbe ora che… come scrive il prof alesina aumenti la base imponibile e quindi si scovino i redditi non dichiarati.alias che comincino a pagare le tasse progressivamente
    coloro che non le pagano…
    sicuramente le classi sociali a reddito autonomo che in gran parte sono pdl dipendenti dovrebbero iniziare ad essere munte il giusto… naturalmente…ma quì il discorso è politico-culturale-civico.
    ad una crisi di sistema come questa le cartolarizzazioni gli stratagemmi creativi ,la socializzazione delle perdite bancarie e d’impresa vedi alitalia ,le dichiarazioni di lotta ai paradisi fiscali
    sono propaganda come lo è la tassa sui ricchi…che darebbe solo
    580-590 milioni di euro
    cordiali saluti da un cane sciolto di sinistra

  5. Franco Marinelli scrive:

    Boom in cui peraltro lei Seminerio ha ciecamente creduto, pubblicando un paper per quegli estremisti dell’IBL sulle virtù del modello irlandese…

  6. Mario Seminerio scrive:

    Caro Marinelli, come diceva Keynes “quando i fatti cambiano, io cambio idea”. Lei che fa, di solito? E comunque, non gettiamo il bambino con l’acqua sporca: la ridotta fiscalità irlandese sulle imprese rappresenta un caposaldo della politica di attrazione dell’investimento diretto estero.

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