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Un Vaticano troppo indulgente con Ahmadinejad

– ”La Santa Sede deplora l’utilizzazione di questo forum dell’Onu per assumere posizioni politiche, estremiste e offensive, contro qualsiasi Stato. Ciò non contribuisce al dialogo e provoca una conflittualità inaccettabile. Si tratta, invece, di valorizzare tale importante occasione per dialogare insieme”.
Queste parole, incluse oggi in una nota della Sala Stampa del Vaticano, sembrano volere rimediare alle dichiarazioni rilasciate ieri sera dall’Osservatore permanente della Santa Sede a Ginevra, monsignor Silvano Tomasi, a seguito dell’infuocato intervento del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad nella prima sessione della discussa Conferenza contro il razzismo, nota come “Durban 2”, che si è aperta ieri a Ginevra. Tomasi, ieri sera, si ergeva a difensore massimo della libertà di espressione, per cui, se è vero che Ahmadinejad “ha usato delle espressioni estremiste con le quali non si può essere d’accordo in alcun modo”, allo stesso tempo “nel dibattito che si svolge nel contesto della comunità internazionale che s’incontra alle Nazioni Unite ci sono delle opinioni qualche vota radicali che non possono essere condivise ma che è necessario ascoltare perché è questo l’ambiente e la natura delle Nazioni Unite: essere il forum nel quale tutte le nazioni si esprimono”. Il delegato del Vaticano giustificava così la scelta della Santa Sede di non abbandonare l’aula nella quale Ahmadinejad stava dando dimostrazione pratica del perché nove paesi (ora dieci, con la Repubblcia Ceca, presidente di turno dell’Unione Europea, che dopo essere uscita da quella sala, è l’unico paese che non vi ha fatto più rientro) avevano deciso preventivamente di boicottare questo consesso internazionale.
Il presidente iraniano, dopo le rituali formule del Bismallah, Allah il clemente e misericordioso, la menzione della Sua giustezza e onnipotenza, il ricordo e la benedizione di tutti i profeti (il tutto ripetuto per due volte perché inframmezzato dalle reazioni di un pubblico diviso tra applausi e fischi), ha presentato in poche battute un excursus delle discriminazioni che hanno afflitto l’umanità nel corso dei secoli: è bastato ricordare il Medioevo, quando pensatori e scienziati venivano condannati a morte e la tratta transatlantica degli schiavi, per terminare subito con quello che è stato poi il punto focale del suo intervento, ovvero l’oscuro periodo delle occupazioni, giungendo così a condannare il “più crudele e repressivo regime razzista in Palestina”.
Certo non è chiaro quale sia il limite di indecenza che il Vaticano deve vedere superato per reagire. La non partecipazione al coro di sdegno che ha portato numerosi delegati ad uscire, è fastidiosa, ma non costituisce il punto di critica principale, perché questo gesto plateale di fatto non ha mutato la sostanza dello scandalo, ovvero quel paradosso per cui la Conferenza contro il razzismo, per come è stata strutturata nel corso degli anni, trasforma per l’ennesima volta le Nazioni Unite in un palcoscenico dal quale demonizzare, delegittimare ed incitare all’odio.
Per giunta la Santa Sede si era già distaccata dal blocco dei paesi democratici in un’altra occasione relativa al processo di preparazione di Durban 2, ovvero quando era in discussione l’inserimento nella bozza di dichiarazione finale delle “discriminazioni a causa dell’orientamento sessuale”. A battagliare – con successo – per non inserire questa forma di persecuzione, ancora letale in troppi stati, il Vaticano si era trovato in compagnia dei paesi islamici e africani. Lo stesso schieramento scelto anche per fare opposizione al documento sulla depenalizzazione dell’omosessualità proposto all’Assemblea Generale dell’Onu nel dicembre scorso dalla Ministra francese per i diritti umani, Rama Yade.
Il problema sta a monte. Mentre gli stati dell’Unione Europea – stimolati dalla scelta premonitoria dell’Italia di disertare la Conferenza, primo paese europeo ad adottare questa svolta – si sono trovati a discutere del testo principale di “Durban 2” tentando di emendarlo e giustificando la loro presenza con la necessità di vegliare il processo, Benedetto XVI domenica ha lanciato un messaggio neutro, in sostanza un “auguri di buon lavoro” ai delegati per un’iniziativa importante per contrastare un fenomeno ancora così diffuso come il razzismo, ignorando totalmente le polemiche che da giorni – e, per chi era più sensibile all’argomento, da mesi – riecheggiavano sulla stampa, il monito che proveniva dal precedente di Durban I e il fatto che già nel week end, a Ginevra, le organizzazioni non governative si erano date da fare per demonizzare Israele, per esempio in un incontro dal titolo “conferenza di revisione di Israele”.
Il “preoccupante avallo papale di Durban 2”, così lo ha definito in una nota il Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, e la scelta di rimanere ad ascoltare Ahmadinejad nel nome di una libertà di espressione esasperata fino all’ammissione dell’incitamento all’odio, fanno seguito alla revoca della scomunica al lefebvriano negazionista Williamson nel porre più di un punto interrogativo nei rapporti Vaticano-Israele. E ciò in vista dell’imminente viaggio in Israele di Papa Ratzinger, il prossimo 11 maggio, nell’ambito del pellegrinaggio in Terra Santa. Una visita che, come ci ricorda il professor Sergio Minerbi da Gerusalemme, già Ambasciatore di Israele presso la Comunità europea ed esperto di rapporti Israele-Vaticano, il Papa compie nonostante le ammonizioni di Padre Peter Gumpel, il relatore nella causa di beatificazione di Pio XII, secondo il quale il viaggio si sarebbe dovuto svolgere solo dopo che Yad Vashem, il memoriale della Shoah di Gerusalemme, avesse rimosso una controversa didascalia su Papa Pacelli, accusato di non avere fatto abbastanza per salvare gli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Una visita fortemente voluta da Benedetto XVI che, a pochi giorni dal suo compimento, avrebbe fatto sperare nell’adozione di un atteggiamento di condanna delle critiche doppiopesiste nei confronti di Israele.
Ecco, appunto: sperare.


Autore: Sharon Nizza

Nata a Milano 26 anni fa, dopo il liceo si è trasferita in Israele, dove ha studiato, imparando poco, Scienze Politiche e Studi Mediorientali e ha lavorato nei settori più disparati. Ha vissuto per sei anni in Terrasanta fino a quando non si è trasferita a Roma per seguire Fiamma Nirenstein nella sua esperienza politica come deputato del Pdl. Dice sempre che vorrebbe vivere in Egitto.

4 Responses to “Un Vaticano troppo indulgente con Ahmadinejad”

  1. Gabbiano ha detto:

    ecco magari oltre a “non condividere” bisognerebbe cominciare a prendere una posizione più dura. penosa anche la “deplorazione” di ban ki moon…. finchè le reazioni sono all’acqua di rose, questi fanatici si sentiranno più legittimati a considerarci deboli ed alzare la voce. vergogna anche per la svizzera che si è degnata di ospitare un simile “individuo” … si vede che non gli rimorde troppo la coscienza, per aver reciclato le enormi ricchezze provenienti proprio dall’olocausto. questa “neutralità” sa’ si putrido…

    saluti

  2. Giorgio Parisi ha detto:

    Oggi Sergio Romano sul Corriere della Sera dà ragione al Vaticano, dicendo che è impossibile disertare gli appuntamenti dell’Onu. L’ex ambasciatore a Mosca rimane dell’idea che la diplomazia sia qualcosa di diverso dalla politica. Io apprezzo invece la scelta del Governo italiano e vorrei che avesse la stessa intransigenza anche su altri fronti della politica internazionale.

  3. Federico Gross ha detto:

    Lo stato di Israele merita il Nobel per la pace.
    L’unica occasione di concordia fra estrema destra ed estrema sinistra, e fra cattolicesimo e islam è rappresentata dal desiderio di cancellare Tel Aviv dalla carta geografica.

  4. Alessandro Caforio ha detto:

    non c’è limite al peggio: leggete questo

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